Ricerca di Ezio Marchisio

 

A.N.P.I. Piossasco

Sezione Mario Davide

Piossasco 1943 - 1946

 

 

Piossasco 1943 – 1946 dal fascismo alla democrazia
27 APRILE 1945: INCIPIT VITA NOVA
«Il putrido rettile nazifascista che ha sputato odio e veleno ...
Perché le generazioni venture ricordino e non dimentichino»
(dalla prima delibera del Comune di Piossasco dopo la Liberazione)

Ricerca di Ezio Marchisio

 

PREMESSA

Claudio Caffarena

La ricostituzione della sezione ANPI a Piossasco, avviata nel giugno 2015, si è fondata soprattutto sulla finalità di mantenere, approfondire e diffondere la memoria degli avvenimenti e delle persone che sono state protagoniste, nella lotta di liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista.
Questo impegno, con attenzione particolare alle giovani generazioni, che di quel periodo
non avranno possibilità di conoscere i testimoni diretti, si è concretizzato nella costituzione di quattro gruppi di lavoro (preparazione eventi, giovani, scuola, ricerca storica).
Tra i risultati del primo anno di attività c’è la pubblicazione, a cura del Comune di Piossasco, di “Fischia il vento” un fascicolo che raccoglie le testimonianze, i testi, i canti partigiani, presentati presso la Biblioteca Comunale, nella giornata del 17 aprile 2015. Altri materiali sono stati raccolti attraverso nuove interviste e testimonianze.
In questo filone di impegno e ricerca che si intende portare avanti nel tempo, si colloca il presente volume curato da Ezio Marchisio, un contributo significativo per riscoprire come la nostra città, la sua popolazione, le sue istituzioni, hanno vissuto la storia di quegli anni decisivi.
Il recupero della storia locale, da mettere a disposizione di tutti, rappresenta un valore importante e significativo. L’impegno avviato con le scuole, attraverso il lavoro con gli insegnanti e i ragazzi, ha proprio l’obiettivo di volgersi indietro per proiettarsi in avanti.
All’origine di questo volume, sta l’ampio lavoro di ricerca che è stato effettuato dall’autore attraverso la consultazione di tutte le fonti disponibili: giornali locali, delibere comunali, bollettini parrocchiali oltre, ovviamente, il contatto diretto con familiari e testimoni a vario titolo presenti negli eventi ricordati. Significativa, inoltre, l’amplia bibliografia citata al termine del volume.
Proprio la ricchezza e l’ampiezza delle fonti consultate, evidenzia l’opportunità di continuare il lavoro iniziato, con l’obiettivo di scoprire ulteriori testimonianze e nuovi contributi, che fin d’ora sollecitiamo,
- approfondendo la ricerca, soprattutto attraverso interviste a persone che hanno vissuto quel periodo storico
- predisponendo la documentazione di percorsi in Piossasco che ricordino eventi significativi,
- raccogliendo, in collaborazione con la Biblioteca Comunale, di tutta la documentazione utile allo scopo di mantenere vivo il ricordo.
In questo modo, crediamo, l’ANPI possa svolgere oggi il suo compito di garantire da un lato la memoria di un passato così importante, dall’altro di fornire, soprattutto ai giovani, occasioni di riflessione e di approfondimento sulla realtà che quotidianamente devono affrontare.

Maggio, 2017

A.N.P.I. Piossasco
Sezione‘Mario Davide’
Il Presidente Claudio Caffarena

 

PREFAZIONE

Nino Boeti

Sono grato all’ANPI di Piossasco per avermi chiesto, in qualità di vicepresidente del Consiglio regionale e come Presidente del Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi costituzionali, di scrivere la prefazione a questa ricerca di Ezio Marchisio.
Per me un’occasione di conoscenza nella lettura del libro della storia partigiana di Piossasco e anche del suo immediato dopoguerra.?Lo stesso titolo: Incipit Vita Nova, è significativo della speranza con la quale gli italiani affrontavano una nuova vita, in Piemonte come nel resto del Paese.
Un giorno un giornalista chiese a Walter Veltroni in quale giorno, nella storia del nostro Paese, avrebbe voluto nascere. E Veltroni rispose: “ il 25 aprile del 1945” immaginando la gioia, l’emozione, che si respiravano nelle strade e nelle vie delle nostre città in quel giorno. La guerra era finita. Il Nazifascismo era stato sconfitto. Un Paese distrutto poteva riprendere a progettare e a costruire il proprio futuro.
Siamo stati alleati di un Paese, la Germania nazista, che aveva l’obiettivo di soggiogare il mondo basando questo obiettivo sulla presunta supremazia di una razza rispetto alle altre. Di una Germania nazista che si è resa responsabile del fenomeno più sconvolgente del ventesimo secolo: l’Olocausto.
La lotta partigiana ha consentito al nostro Paese di riscattare l’orgoglio e la dignità perduta. La Resistenza fu una delle grandi rotture della Storia e fu produttiva di un nuovo impegno, di una nuova e maggiore umanità.?L’antifascismo deve essere inteso come lotta contro chi minaccia le libertà individuali, che nega la giustizia sociale, che discrimina i cittadini, che usa la violenza come strumento politico.
Resistenza fu sacrificio, sofferenza, fame, freddo. Ma fu anche gioia. Quella di sentirsi in tanti dalla parte della giustizia e della Storia.?Nella sua prefazione al libro – straordinario – “Diario partigiano”, Ada Gobetti, vicesindaco di Torino dopo la guerra, scrisse: “Dedico questi ricordi ai miei amici, vicini e lontani, di vent’anni e di un’ora sola. Perché proprio l’amicizia, legame di solidarietà fondato non su comunanza di sangue, né di patria, né di tradizione intellettuale, ma sul semplice rapporto umano, del sentirsi uno con uno tra molti, m’è parso il significato intimo, il segno della nostra battaglia. E forse lo è stato veramente. E soltanto se riusciremo a salvarla, a perfezionarla o a ricrearla al di sopra di tanti errori e di tanti smarrimenti, se riusciremo a capire che questa unità, questa amicizia, non è stata e non dev’essere solo un mezzo per raggiungere qualche altra cosa, ma è un valore in se stessa perché in essa forse è il senso dell’uomo, soltanto allora potremo ripensare al nostro passato e rivedere il volto dei nostri amici, vivi e morti, senza malinconia e senza disperazione.”
Nella ricerca di Ezio Marchisio i nomi e la storia dei partigiani di Piossasco: Mario Davide, ucciso dai nazisti al Forno di Coazze, il suo corpo riposa in quell’Ossario che rappresenta uno dei monumenti più importanti della storia partigiana del nostro territorio.?I fratelli Remo e Ugo Baudino, Michele Gallino e Aldo Piatti. Gustavo Silvani, capitano medico e partigiano in Montenegro, con le formazioni di Tito nell’ex Montenegro.
Ma non è solo di Resistenza che parla il libro di Ezio Marchisio. Racconta certamente delle speranze dei cittadini di Piossasco dopo la guerra, ma anche delle difficoltà che gli amministratori si trovavano davanti. La mancanza di generi alimentari e il loro razionamento fu uno dei problemi maggiori per Giovanni Boch, primo Sindaco del dopoguerra.?La carne era riservata ai malati più gravi, e l’arrivo degli sfollati da Torino provocando quasi il raddoppio della popolazione di Piossasco, rendeva più drammatico il problema dell’alimentazione.
Il sistema fognario, l’inquinamento delle acque, rappresentavano certamente problemi che oggi fanno sorridere gli amministratori, ma allora sembravano quasi insormontabili.?Tina Anselmi, prima ministro donna della Repubblica italiana, un giorno disse: “Capii allora che per cambiare il mondo, bisognava esserci.”
Gli amministratori di allora, a Piossasco come nel resto del Paese, hanno cambiato l’Italia. Un Paese povero e distrutto dalla Guerra divenne una delle economie industriali più importanti d’Europa, e tutto questo non avvenne né per caso, né da solo. Si verificò perché uomini e donne appartenenti a partiti politici, spesero in quell’impegno i loro valori e la loro onestà. In molti casi l’impegno politico continuò quello assunto durante la guerra di Liberazione.?Io credo che compito degli amministratori di oggi sia certamente quello di guardare al futuro delle proprie comunità senza mai dimenticare però quello che è stato, con una giusta e attenta proporzione tra i bisogni di allora, infiniti: strade, fognature, scuole, acqua potabile, ospedali, e quelli di oggi. Viviamo in un Paese civile e democratico e siamo inseriti in un sistema europeo che rappresenta uno dei sistemi economico e di welfare più importanti del mondo.
Io credo che questo anche sia il senso di questo libro. Ricordare il valore della lotta partigiana, e far cercare di capire da dove siamo venuti. Nella speranza che questo ci permetta di apprezzare di più tutto quello che abbiamo oggi.

Nino Boeti
Vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte,
Presidente del Comitato per l’affermazione dei valori
della Resistenza e dei principi costituzionali.

 

INTRODUZIONE

Gianni Oliva

Piossasco e dintorni tra guerra e dopoguerra: quella che Ezio Marchisio propone è una cavalcata attraverso gli anni fondanti della nostra storia repubblicana, visti dall’osservatorio di una piccola comunità alle porte di Torino. Per chi è cresciuto negli anni Cinquanta/Sessanta, si tratta di vicende ascoltate da bambini nei racconti dei genitori e dei maestri: le scelte e le azioni partigiane, il bombardamento del trenino Torino-Orbassano, i rastrellamenti e le fucilazioni di ostaggi, la resa dei conti di fine aprile 1945. É storia di guerra e di guerra civile, dove ognuno deve trovare una via individuale alla sopravvivenza: Marchisio, con la scrittura facilmente fruibile del giornalista, ricostruisce gli scenari spaziando da Piossasco ai centri vicini (Beinasco, Cumiana, Giaveno, Orbassano, Pinerolo), offrendo lo spaccato di un territorio costretto ogni giorno a misurarsi con l’emergenza bellica.
La parte più interessante del volume è però la seconda, dedicata agli anni della ricostruzione. In genere, la storiografia considera il 25 aprile 1945 come data “terminale” di una stagione, il che è vero solo in parte, perché nelle vicende umane ogni “fine” di ciò che è stato prima è, contemporaneamente, “inizio” di ciò che verrà dopo. Chi sono i sindaci di Piossasco dell’immediato dopoguerra? Come si rapportano con una realtà difficile, dove sino al 1947 si acquistano i generi di prima necessità con i bollini della “tessera” alimentare? Come si riorganizza una comunità lacerata da anni di contrapposizioni e di timori? Come si normalizza una situazione nella quale il territorio è ancora pieno di armi e gli uomini si sono assuefatti ad usarle o vederle usare? In altre parole, quali sono i percorsi attraverso i quali si afferma la cultura della democrazia?
Noi siamo abituati a guardare con ammirazione alle grandi trasformazioni economiche degli anni Sessanta, al “boom economico” che miracolosamente ha trasformato un paese agricolo in un grande paese industriale. Accanto al decollo dell’economia industriale, c’è però in quegli anni una trasformazione civile, politica e sociale che permette ad una generazione cresciuta nella cultura totalitarista del Ventennio di diventare una generazione di democratici, ancorati ai valori della Costituzione del 1948. Questo processo passa attraverso molte tappe, grandi e piccole: tra queste, anche la creazione della giunta unitaria di Piossasco presieduta dal comunista Giovanni Boch, anche il “pubblico comizio” del 24 ottobre 1945 in cui vengono presentati i provvedimenti comunali per la “fornitura di latte e burro”, anche l’elezione nelle amministrative del 1946 del nuovo sindaco democristiano Giovanni Battista Andreis. Storie di paese, riflesso della storia d’Italia: il merito di Ezio Marchisio sta nella capacità di coniugare la microstoria locale con la macrostoria nazionale e nel guardare oltre il 25 aprile 1945 per illuminare la stagione della rinascita.

Gianni Oliva
Storico

Piossasco ai tempi della guerra

La Liberazione dall’occupazione nazista e il crollo definitivo della repubblica fascista di Salò avvenne nelle grandi città del Nord il 25 Aprile 1945, nei giorni precedenti e seguenti.
E’ stata scelta la data del 25 Aprile, sia perché mediana, sia perché meglio riassumeva l’entusiasmo delvento del Nord, l’impeto popolare e partigiano di quei giorni nel cacciare l’invasore nazista e nel mettere fuori gioco il feroce fascismo repubblichino. Anche se, nella nostra zona, il 30 aprile a Grugliasco, i tedeschi in ritirata compiono ancora una strage con 66 vittime innocenti, oltre ad altri episodi efferati e di rara crudeltà nella cintura di Torino, per rimanere nell’ambito del nostro territorio.L’ultimo podestà rimase in carica fino al 2 aprile 1941. Da quella data fino al 27 aprile 1945, giorno della Liberazione di Piossasco, vi è stata una girandola di commissari prefettizi inviati da Torino, tranne due (Alfredo Oberto, titolare di una ditta locale di vermouth e vino chinato, che durò due settimane nell’ottobre del ’43) e Lorenzo Marta.

Boursier il podestà più giovane d'Italia

Il geometra Luigi Boursier (1909–1997), piossaschese, fu nominato dalla Prefettura podestà fascista di Piossasco dal novembre 1937 al settembre del 1939. Si disse, ma non fu mai accertato, che sia stato il podestà più giovane d’Italia ad appena 28 anni. E forse era vero. Richiamato alle armi in Sardegna, torna a Piossasco di nuovo come podestà dal settembre del 1940 all’aprile del 1941.
Quella di Boursier non era però la sua prima nomina nell’apparato del regime. Nel settembre del 1936 fu nominato delegato del podestà Pietro Bruno la cui salute era già malferma tanto che morirà a gennaio dell’anno dopo e sarà proprio Boursier ad organizzare per il suo predecessore i funerali pubblici. Intanto a febbraio gli giunge la nomina a commissario prefettizio, quindi la carica successiva a “regio podestà”.
Boursier organizzò i festeggiamenti e l’accoglienza per il rapido passaggio in auto di Mussolini a Piossasco in via Torino e via Pinerolo il martedì 16 maggio 1939. Mussolini non si fermò, salutò appena la popolazione in camicia nera schierata lungo le due vie e proseguì per Pinerolo.

Piossassco, martedì 16 maggio 1939, via Pinerolo, all'altezza dei nuovi portici, allora della Casa del Fascio, piossaschesi in camicia nera aspettano impazienti il passaggio in auto di Mussolini che da Torino è diretto a Pinerolo. Il duce era indispettito per la tiepida accoglienza che aveva ricevuto a Torino. Per l'occasione sul monte San Giorgio fu scritta con le lenzuola bianche la parola DUX.

 

Altri piossaschesi in via Pinerolo aspettano Mussolini. Sulla destra si riconoscono alcune dipendenti comunali e , con il foulard bianco sulle spalle, le cosiddette "massaie rurali", che molto rurali non erano. Il muro alle spalle della popolazione è stato abbattuto nel tempo per dare l'accesso ad alcune autorimesse in uso per la ditta FRAP che si trovava di fronte.

 

Il parroco Gianolio esalta Mussolini: ”Persona amabile dal sorriso buono.
Gli dobbiamo riconoscenza rispetto e amore. Il Signore lo benedica”

Una descrizione entusiasta del rapido passaggio di Mussolini si trova nel bollettino della parrocchia di San Francesco nel numero di giugno del 1939. Don Gianolio esalta il fugace avvenimento e la figura del dittatore. O forse è stato consigliato a scrivere simili parole?
“Un avvenimento prezioso pel nostro paese è stato il passaggio ed il saluto del Duce il 16 maggio. Era stata viva l’attesa, e fu vivissima l’accoglienza. Il nostro paese, tutto gaio, ai piedi dei monti, i manifesti, le scritte, gli archi, tra chi magnificava la emme sormontata dall’aquila, la linda casa del Littorio, le organizzazioni, tra cui risaltava più vivace quella delle Massaie Rurali, le scuole, la nostra Gente, tutto ha certo meritato l’ambita compiacenza del Duce. Resterà indelebile nel nostro popolo il ricordo della sua persona amabile e del suo sorriso buono. Dopo tutto è l’uomo che non ha altro interesse ed altro sogno più ardente che il benessere di tutto un popolo, e per questo consuma la sua vita con fatiche che forse nessun altro sarebbe in grado di sostenere. E’ difficile farsi un concetto adeguato di tutto il suo immenso lavoro: quello che si vede non è che la minima parte. Gli dobbiamo quindi riconoscenza, rispetto e amore: cose che hanno la più sincera espressione nella preghiera. Pregano spesso per Lui i fanciulli riuniti nella chiesa: preghiamo tutti affinchè il Signore lo aiuti, lo benedica e lo consoli”.
Nessun accenno a Boursier.

4 giugno 1939, Boursier inaugura la casa del fascio.

Nel numero di giugno 1939, tra la festa “della Mamma celeste” e quella del Corpus Domini, sul Bollettino compare Boursier nelle vesti nere di podestà. L’occasione è l’inaugurazione della casa del fascio in via Pinerolo, dove un tempo vi era la stazione del treno. Scrive Gianolio.
“4 Giugno – Si ebbe il rapporto del nostro Fascio in forma grandiosa ed imponente, alla presenza del Federale, e con l’intervento dei Gerarchi di tutta la zona. Il Sig. Podestà Geom. Gino Boursier porgeva subito il suo saluto in nome di tutta la popolazione, e il segretario del Fascio Sig. Martino Soldano faceva la sua relazione sulle forze e sul lavoro compiuto: il Sacerdote quindi benediceva 14 gagliardetti di Fasci e la nuova Casa littoria. Dopo ciò il Federale con un forte discorso si compiaceva delle Organizzazioni del nostro Paese e della Zona, e riconfermava le direttive della vita politica: visitava quindi la nuova sede e fra le acclamazioni del popolo lasciava soddisfatto il nostro paese. Fare onore a chi si deve e farsi onore nel miglior modo possibile sono due cose sempre buone e utili”.
Silenzio sui due avvenimenti dell’altro bollettino, quello di San Vito del vicario Fornelli.
Subito dopo la Liberazione, Boursier rimase a Torino lavorando come tecnico al Comune del capoluogo. Torna sulla scena alla fine degli Anni ’50. Fu eletto sindaco
per la DC dal 1960 al 1962 quando una “congiura di palazzo” (come la definì lui stesso) ordita dalle nuove leve democristiane lo spodestò. Nel 1975 era presidente della Società Operaia di mutuo soccorso di via Palestro. Tornò in Consiglio comunale come consigliere e assessore Dc dal 1972 al 1977. Si dimise nel 1980 per essere nominato presidente della locale casa di riposo “San Giacomo” fino alla sua scomparsa.
I commissari prefettizi locali furono: Lorenzo Antonio Marta (1872–1963) da settembre a dicembre 1939, poi il ragionier professor Giuseppe Brugo per due volte (1941-1942 come successore di Boursier) e per alcuni mesi nel 1943) e, per pochi giorni nel 1943, Alfredo Oberto.
La Liberazione a Piossasco avvenne ufficialmente domenica 27 aprile come documenta la Delibera 24/1945 redatta dal segretario comunale Pasquale Guerrera, ma l’elezione del primo sindaco dopo la caduta del fascismo da parte del locale Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) è del 30 aprile.
L’ultimo podestà rimase in carica fino al 2 aprile 1941. Da quella data fino al 26 aprile 1945 vi è stata una girandola di commissari prefettizi inviati da Torino. Dal 1939 al 2 aprile 1941 fu podestà il piossaschese geometra Luigi Boursier, poi sindaco Dc nel 1960-1962 e ancora assessore Dc dal 1972 al 1977 e consigliere negli anni ’80 quando si dimise per essere nominato presidente della casa di riposo “San Giacomo” di Piossasco.

 

Luigi Boursier (al centro) in camicia nera, stivali e fez fotografato davanti al portico del Comune con alcuni squadristi armati. Boursier fu alla guida del Comune dal settembre 1936 all’aprile 1941 in tre ruoli diversi: delegato del podestà, commissario prefettizio e poi podestà.

Tra i commissari prefettizi vi furono altri due piossaschesi: il ragionier professor Giuseppe Brugo per due volte (1941-1942 e per alcuni mesi nel 1943) e, per pochi
giorni nel 1943, Alfredo Oberto.
All’atto del suo secondo insediamento Brugo indirizza il 1° giugno ai piossaschesi un enfatico proclama. Siamo nelle settimane che precedono la caduta di Mussolini (25 luglio 1943), i tempi si fanno pericolosi per chi è stato ed è ancora fascista.
Scrisse Brugo nel suo «cameratesco saluto»: «Io sarò sempre sollecito ai legittimi diritti di ognuno, facendo in contraccambio assegnamento sul volenteroso spirito di comprensione e d’adattamento della popolazione tutta. Incito i rurali a preservare nella loro nobile e feconda fatica intesa a dare alle famiglie il necessario sostentamento. Per quel che riguarda la difesa contraerea del nostro territorio, nulla sarà risparmiato, in perfetta collaborazione con il Fascio locale, per proteggere le vite, gli averi e i prodotti agricoli». Brugo raccomanda l’oscuramento totale delle case e si congratula «con un benemerito proprietario di ville, che ha proceduto alla costruzione di un solido e capace rifugio». Il riferimento è al rifugio sotterraneo in via Mario Davide-via San Rocco vicino alla villa di proprietà dell’ing. Tasca oppure a quello costruito nelle vicinanze della villa Cadorina in via Monte Grappa?
Brugo scrive anche al parroco di San Francesco don Carlo Gianolio: «Il mio primo atto, riassumendo l’amministrazione dell’adorato natio paese materno, è un sentito omaggio al Vostro aureo Bollettino parrocchiale, che getta nei cuori la divina semente entro cui stanno racchiuse le più alte e nobili energie dell’anima umana. Possa il simbolico “Angelo della famiglia” tramutarsi in realtà viva ed operante, anche nei più squallidi e deserti focolari».
Risponde Gianolio sul bollettino della parrocchia “L’Angelo della Famiglia”: «Ringraziamo il prof. Brugo pel suo affetto per il nostro paese, dei sacrifici che la nuova carica gli deve procurare, e della buona volontà, che fortemente lo anima, ci proponiamo di osservare con disciplina le sue disposizioni».
Di Brugo si racconta un singolare aneddoto. Non sapendo che Mussolini era caduto perché era stato dimesso dal Re Vittorio Emanuele III nel pomeriggio di domenica 25 luglio e non avendo sentito l'annuncio dato per radio alle ore 22,15, il giorno successivo andò come al solito in municipio ancora con la camicia nera fascista e il fez. Fu avvicinato da un piossaschese che gli disse della caduta del duce e del regime consigliandolo di tornare a casa e di cambiare divisa vestendosi in borghese. Brugo accettò il consiglio, cambiò abito e tornò in municipio. Brugo comunque durò poco come commissario e fu presto sostituito per alcuni giorni da un altro piossaaschese, Alfredo Oberto, titolare di una ditta che produceva liquori, vermouth, amari e punch al piano terreno dell'edificio di piazza XX Settembre, dove adesso vi è Banca Intesa.
Fine della sua carriera politica attiva, anche se nel Dopoguerra fu molto vicino alla Dc nelle vesti di scrutatore nei seggi elettorali.
L’ultima delibera del commissario Oreste Massa risale all’11 aprile ’45 e riguarda la vendita di un terreno comunale alla ditta SAMT a patto che «costruisca il viale della Rimembranza dove il Comune riterrà opportuno». L’indicazione molto generica potrebbe dipendere dal fatto che dopo meno di tre settimane il Comune stava per cambiare colore e indirizzo con la Liberazione. Il viale esisteva già lungo un tratto di via Trieste e via Pinerolo vicino all’ex casa del fascio e alla ex stazione.1
Agli inizi degli Anni ’50 il viale della Rimembranza fu trasferito di fronte al cimitero in via Nino Costa per far posto alle “Case del Piano Fanfani”.

Una sirena antiaerea da 1.326 lire

In Comune dal 1940, anno dell’entrata in guerra fianco della Germania nazista, all’aprile del 1945 vi fu un continuo cambio di segretari comunali e di commissari prefettizi. L’ente bada alle sue proprietà ed è sottomesso alla volontà del Fascio locale. Nel 1940 il podestà Luigi Boursier, che veniva da Torino, percepiva 172 lire ogni due mesi «per i viaggi di accesso al Comune».
Il continuo aumento dei prezzi e dei viveri induce nello stesso anno l’ente ad aumentare l’indennità ai nove dipendenti: segretario 10.670 lire; Ernesta Fenoglio impiegata 9.135; Marianna Squillario impiegata 6.270; dott. Silvio Silvani medico condotto 13.754, dott. Luigi Mallè veterinario 10.888, Mario Ghivarello guardia comunale, 6.279; Pierino Armando cantoniere, 5.853; Mattia Davide guardia, 4.800; Bruno Davide seppellitore, 3.292.
Il personale avventizio è pagato 12 lire al giorno.
Il 25 aprile 1941 si spendono 1.326 lire «per l’acquisto di una sirena antiaerea, anche se il Comune è in collegamento telefonico con il comitato provinciale di protezione antiaerea per il segnale d’allarme in caso di incursioni aeree nemiche. Prima il Comune si serviva per l’allarme di una piccola sirena avuta solo in prestito da certo Oberto (Giovanni, ndr) e che la sirena non rispondeva allo scopo prefisso perché troppo debole di intensità e di raggio d’azione».
A maggio del 1941 (XIX dell’Era Fascista) il Comune cede gratuitamente al locale Fascio di Combattimento il terreno su cui sorge la casa del fascio riammodernata. Si trattava del vecchio edificio di proprietà della Satti adibito a stazione ferroviaria che sorgeva sull’attuale piazza Fratelli Baudino. Il sito è ancora detto da molti “la Stazione”. Ne usufruirà «l’Opera nazionale dopolavoro per lo sport giovanile ed altre attività facenti capo alle organizzazioni locali fasciste».
Nella commissione per i tributi per il 1942-1943 non vi sono né contadini, né operai: presidente è il Cav. Edoardo Pasquini, segretario del Fascio; Dante Martinotti industriale; Renato Balbo impiegato; geometra Riccardo Morello professionista; Bernardino Zoppetto benestante e Vittorio Cattanea artigiano. Nel regolamento per le assunzioni in Comune dei dipendenti è scritto «che il capo dell’Amministrazione delibera di volta in volta la forma del concorso». I concorsi erano dunque quasi ad personam. Ancora: «Il personale femminile non può eccedere il 10% delle singole categorie». Infine i requisiti per gli aspiranti:«Buona condotta morale e politica riferentesi all’ultimo triennio, iscrizione al Partito Fascista, o al GUF (Gioventù Universitaria Fascista) o alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio). Il certificato di iscrizione ante Marcia su Roma deve essere rilasciato dalla direzione del PNF. Sana e robusta costituzione ed esenzione di difetti o gravi imperfezioni apparenti e di razza ariana».
Anche le nomine negli enti comunali erano strettamente controllate. All’Ospedale San Giacomo, poi casa di riposo, è chiamato Mario Cattanea (8 marzo 1943), iscritto al PNF, Fascio di Piossasco. Mentre a Mario Davide (omonimo del partigiano ucciso) viene assegnato il premio di natalità per la nascita del sesto figlio (Lire 3.000). I dipendenti comunali sono saliti a 16 nella primavera del ’43 e a loro viene assegnato il “Premio del Ventennale”: 8.515 lire.
La caduta di Mussolini (25 luglio 1943) paralizza la vita dei Comuni perché non è chiaro verso quale regime e quale forma di Governo si stia andando e se siamo ancora alleati dei nazisti tedeschi o siamo passati con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non si adottano più decisioni fino al 13 ottobre, sparisce nelle delibere l’anno dell’Era Fascista, la Prefettura non vista più i rari provvedimenti.

 

I bombardamenti

Si susseguono i bombardamenti degli Alleati (Stati Uniti e Gran Bretagna) su tutte le città del Nord, che colpiscono soprattutto le aree industriali, ponti, ferrovie, stazioni, i centri delle grandi città. A Torino il primo bombardamento aereo avviene il 12 giugno 1940: provoca 17 morti e 40 feriti. Il bombardamento più drammatico fu quello notturno del 13 luglio 1943, attuato da ben 250 aerei. Si registrarono 792 morti e 914 feriti. L’ultima incursione avvenne il 24 aprile 1945, a ridosso della Liberazione. Complessivamente furono 56. Nella sola Torino si contarono 2069 morti e 4279 feriti. A Piossasco le incursioni avvennero il 22 giugno, il 22 e 24 luglio e il 21 agosto 1944. Sono «aerei nemici» è scritto in una delibera del Comune.

Il 10 giugno 1940 Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia a Roma aveva dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna tra il tripudio della piazza romana e dell’Italia intera.
«Combattenti di terra, di mare e dell’aria.
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate (…)
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia (…)
Una parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti (…) Vincere e vinceremo
(…)”. E s’è visto poi come è finita drammaticamente. Dopo alcuni mesi il regime aveva dichiarato guerra a tutti gli stati del mondo, tranne la Germania nazista e il Giappone.
Quasi che la duplice ed eccitante dichiarazione di guerra fosse un annuncio pubblicitario o da campagna elettorale, due giorni dopo gli aerei inglesi iniziano a bombardare il Nord dell’Italia tra la sorpresa e l’impreparazione generale del regime fascista nel far fronte ai disastri che si stavano annunciando.
C’è una testimonianza illuminante del torinese Egidio Rosso apparsa su “Torino Sette” nella rubrica “La memoria” del 1° giugno 2018 sulla prima incursione a Torino dei bimotori Whitley che si diressero dall’Inghilterra sul capoluogo verso l’1,30 di notte.
Dice: «Torino era completamente illuminata, non era stato previsto alcun oscuramento perchè il regime non si attendeva un attacco così immediato. Il bombardamento era già iniziato, quando l’UMPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) attivò il dispositivo di oscuramento unitamente al sistema d’allarme. Tutti eravamo sui balconi a osservare ciò che stava succedendo. (…) Questa mancanza di efficienza causò 17 morti e 40 feriti. (…) Nel corso delle successive incursioni aeree, l’intervento dell’artiglieria di terra doveva creare un efficace fuoco di sbarramento contro i bombardieri nemici, ma in realtà ottenne un risultato in parte diverso, perché alcuni proiettili all’atto di colpire gli apparecchi, non esplodevano, e ricadevano intatti sulle case causando seri danni. I Rosso e mio cugino Giorgio che abitava in via Gubbio 96 fu coinvolto con la sua famiglia. Un proiettile inesploso cadde sul tetto e rotolò giù per le scale fino alla cantina fin quasi ai piedi di mio cugino (…).

 

La cappella di S.Valeriano prima del connoneggiamento dei tedeschi e come si presenta oggi

 

Il 22 giugno cinque bombe dirompenti lanciate da aerei alleati cadevano nell’allora periferia di Piossasco nella zona intorno al “Ponte Borgiattino” uccidendo Luigina Germena, nata Massimino, di 32 anni, e ferendo gravemente Tilde Morello, nata Borgiattino e il figlio Giovanni, oltre ad altri feriti più leggeri. Parte della casa di Giacomo Borgiattino andò distrutta. Riferisce il Prevosto Gianolio: «Le famiglie di Albina Germena e di Michele Gallino accolsero i feriti nelle loro case. Il pericolo incorso è stato grave. I soccorsi dei sanitari, delle suore e della popolazione furono pronti e cordialissimi». Il nome di Luigina Massimino è scritto sulla lapide dei Caduti del monumento di piazza XX Settembre tra le vittime civili.

 

A Piossasco i rifugi antiaerei erano tre. Uno in via Montegrappa alla Villa Cà Dorina, l’altro (nella foto) era in via San Rocco in un terreno già di proprietà della Famiglia Tasca, appena a monte della loro villa. Il rifugio, da decenni ricoperto dalla vegetazione, è riemerso qualche anno fa durante i lavori di sbancamento del sito per costruire un grande edificio che aveva destato anche le attenzioni della Magistratura di Pinerolo tanto che l’area fu posta sotto sequestro. Il rifugio-bunker aveva anche un ingresso da via San Rocco per accogliere gli abitanti della zona durante le incursioni aeree degli Alleati.
Il terzo rifugio era nel sotto chiesa della parrocchia di San Francesco nel centro del paese. Se ne parla in una delibera del podestà Luigi Boursier del 23 novembre 1940.
“Questa Amministrazione ha provveduto sin dallo scoppio delle ostilità (giugno 1940) a sistemare (come) rifugio antiaereo un locale sotterraneo sottostante alla chiesa parrocchiale e in pari tempo ha provveduto a far collocare in cima del campanile una sirena d’allarme, con comandi a pulsante situati uno sulla piazza del municipio e l’altra nell’alloggio del segretario comunale (Pasquale Guerrera). Vista la circolare prefettizia……..”
La spesa complessiva fu di 1930 lire, così ripartita: Giuseppe Francese, falegname, 1.400 lire; Cesare Lanza, conducente, 390 lire; Giovanni Pognante (detto Garoscia), elettricista, 140 lire.

Luigina Germena in Massimino, vittima civile (1912 - 1944)

A settembre don Gianolio scrive, senza però un riferimento preciso: «Ricorderemo per un pezzo i giorni 18 e 19 luglio 1944. Poteva capitare anche peggio! Ma noi facciamo solo opere buone, siamo prudenti e rispettosi e sarà sempre meglio. In tutti gli avvenimenti il più prezioso balsamo è una buona coscienza». Si riferisce ad altri bombardamenti (o incursioni aeree senza danni né vittime) su Piossasco di cui s’è perso il ricordo?
A luglio tocca alla chiesetta di San Valeriano sulla collina omonima: fu cannoneggiata e distrutta dalla postazione del Ponte nuovo (via Pinerolo). Nel novembre successivo le due parrocchie di Piossasco richiedono un risarcimento al comando tedesco. Nessuna risposta.
La cappella fu poi ricostruita (come la si vede adesso) su progetto dell’architetto Cesare Filippi di Torino. I soldi derivarono da una raccolta tra le famiglie di Piossasco, sollecitate sia dal Vicario di San Vito sia dal Parroco di San Francesco. Non solo fondi ma anche lavoro volontario e materiali: il dottor Meynardi di Villa Cadorina (alla fine di via Monte Grappa) mise a disposizione mille mattoni che i fedeli portarono sul luogo della ricostruzione quasi in processione.
Il 21 agosto 1944 quattro aerei alleati sganciavano bombe sulla frazione Milone per poi scendere a volo quasi radente per mitragliare una colonna militare che transitava su via Pinerolo. Le bombe caddero vicino alla casa di Elia Bonetto Caterina. La donna si trovava nel cortile e fu raggiunta da terriccio, tegole e pietre. Giuseppe Martinatto di Giovanni, che stava arrivando a Milone con il carro trainato dal cavallo, fu proiettato dallo spostamento d’aria nella scarpata di via Pinerolo illeso.

Anche la chiesetta romanica di San Giorgio, risalente all’anno Mille, sul monte omonimo, fu colpita nell’estate del 1944 da una cannonata dei tedeschi. Il colpo sbrecciò il muro laterale. A settembre alcuni volontari avevano provveduto a sgomberare le macerie e a ripulire il pozzo di un ex convento andato distrutto nel tempo. Il pozzo profondo quattro metri, a fianco della chiesetta, oggi non è più visibile. Si ipotizza già allora il recupero e un intervento di restauro del sito archeologico che però avverrà solo dal 1978 al 1980 (progetto dell’arch. Franco Carminati di Pinerolo) su iniziativa dell’Amministrazione comunale e di un gruppo di volontari e artigiani edili. Alla cannonata dei tedeschi si aggiunsero nel tempo atti vandalici e già nel dicembre 1944, annota il Fornelli sul bollettino “La buona parola”, fu divelta la porta, i quadri staccati dalle pareti, i candelieri rovesciati.

 

La Cappella di San Giorgio colpita da un colpo di cannone nell'estate del 1944

La cappella di San Giorgio (risalente all’anno Mille)
come si presenta oggi dopo i restauri del 1978-1980 voluti dal Comune

Sono arrivati i nazisti

Dopo l’8 settembre 1943 e il cambio delle alleanze dell’Italia, i tedeschi a fine settembre hanno invaso l’Italia e sono giunti fino a Napoli. Il re Vittorio Emanuele III fugge a Brindisi, il clima è quello del “tutti a casa” e dello sbandamento degli italiani e dei soldati del regio esercito, lasciato senza direttive, sparso in varie parti dell’Europa (Francia, Corsica, Jugoslavia, Montenegro, Albania, Grecia e isole, Nord Africa).
Iniziano, da parte dei tedeschi, insieme ai fascisti della Repubblica di Salò con a capo Benito Mussolini, l’arresto e l’invio degli italiani di origine ebraica nei campi di sterminio e di concentramento e l’eliminazione degli italiani antifascisti e poi dei partigiani. Vengono incendiati per rappresaglia piccoli paesi, come Boves in provincia di Cuneo. Viene attuato un controllo capillare delle città e anche dei piccoli centri.
Di tale azione di pesante dominio abbiamo testimonianza anche per Piossasco grazie ad un manifesto inviato ai comuni di Piossasco, Bruino e Orbassano dal Comando Bauleitung di Airasca il 20 novembre 1943 . Il manifesto, tradotto dai tedeschi per gli italiani, errori compresi sia in tedesco sia in italiano, così suona sinistramente: «i comandi tedeschi sono a conoscenza che prigionieri di guerra inglesi ed americani si aggirano per il paese. I Podestà sono obligati di mettere inguardia la popolazione, che qualsiasi favoreggiamento di tali prigionieri di guerra verrà punito con severi castighi, mentre d’altra parte per ogni prigioniero inglesi od americano, che sarà consegnato presso un comando tedescho, verrà pagato la somma di L.1800: Questo proclama deve essere fatto conoscere alla popolazione tutta». Segue un timbro con l’aquila e la svastica nazista. Il commissario prefettizio Giuseppe Giarrusso lo affigge nelle principali località di Piossasco.

 

I soldi delle organizzazioni fasciste dove sono finiti?

Caduto Mussolini il 25 luglio 1943, disciolto il partito nazionale fascista, restano da gestire anche a livello locale i soldi del partito fascista e delle sue organizzazioni. A Piossasco vi sono meno di 3.000 lire su tre libretti depositati alla Cassa di Risparmio di Piossasco. Nel 1945 la banca si trovava in via Alessandro Cruto 7, poi spostata in via Palestro al posto della Farmacia di Attilio Crescio e poi ancora in Piazza XX Settembre. (ora Unicredit di Piazza XX Settembre). La Gil (Gioventù italiana del littorio) dispone di 346 lire, il Patronato di 1500 e il Pnf di 1067. Pare non si trovino più i tre libretti con i relativi depositi.
Le cifre depositate equivalevano teoricamente al prezzo di 27 quintali di grano all’ammasso.
Il 10 dicembre 1943 l’ex segretario del disciolto Fascio di Combattimento, Renzo Moriotti(1), scrive al commissario prefettizio di Piossasco Giuseppe Giarrusso affermando che i libretti bancari erano stati versati all’Intendente Generale di Finanza di Torino il 2 settembre ’43, nelle mani del ragionier Giuseppe Dattilo «giusta le disposizioni a suo tempo impartite dal Governo del disonore». Soldi e libretti erano stati consegnati proprio all’Intendenza di Finanza «dal Centurione della Guardia Nazionale Repubblicana e già vice segretario del fascio di Piossasco Aldo Fenoglio». Con le 3.000 lire occorreva pagare i debiti contratti per la realizzazione di «una colonia elio rurale che qualche cialtrone prezzolato, già fascista, si era permesso di addebitare quale ammanco e che nella mia relazione Vi chiarivo bene la situazione».
Nella ricerca dei soldi spariti, con i tedeschi in casa, emerge un particolare curioso: il 18 novembre del ’43 un cittadino di Piossasco scrive e dichiara allo «Spett.le Municipio di Piossasco di avere nella mia abitazione la macchina da cucire del Fascio femminile». Come sia finita a casa sua non lo dice. Di questa macchina da cucire si perdono le tracce, per lo meno nell’Archivio storico del Comune.
La circostanza dei libretti non era comunque chiara. La pratica del recupero dei soldi è rimasta nel cassetto per tre anni, complici avvenimenti ben più grandi dei soldi del Fascio di Piossasco. Infatti a distanza di tre anni il contenzioso non è ancora risolto: il 26 dicembre 1945, il sindaco Giovanni Boch scrive all’Intendenza, dichiarando quanto aveva già detto il commissario prefettizio Giuseppe Giarrusso nel dicembre 1943. Boch aggiunge una novità: chiede che le 3.000 lire siano rimborsate al Comune di Piossasco. Ancora: «Per quanto riguarda i beni mobili esistenti nella sede del Fascio, si fa presente che essi sono stati nella quasi totalità adoperati dalla ditta SAMT la quale ha occupato con lo stabilimento il locale dell’ex fascio».
La SAMT, in via Pinerolo angolo via Piatti, (lavorazioni meccaniche) dell’ing. Aldo Zorzoli, è poi diventata di proprietà del cav. Manzone, assumendo il nome di FRAP. L’azienda fino agli Anni ’60 divenne una delle ditte più importanti della zona, collegate all’indotto dell’auto. Da tempo la fabbrica è stata abbattuta per far posto ad un condominio che si affaccia su piazza Fratelli Baudino angolo via Piatti.

1) - Renzo Moriotti, (Torino 1916-1960), ragioniere, da maggio 1940 a febbraio 1941 è segretario politico “interinale” del Fascio a Givoletto. Nello stesso periodo è anche comandante della Gioventù Italiana del Littorio presso la sede di San Gillio e redige una relazione sulle condizioni delle scuole comunali di San Gillio, Givoletto e La Cassa (allora uniti) per il Commissario prefettizio. Nel rapporto evidenzia le scandalose condizioni di incuria e pericolo in cui versano le aule. Dal maggio 1942 al marzo 1943 è Commissario straordinario (segretario politico) a Castagneto Po e, in un periodo non precisabile, è segretario politico del Fascio a Piossasco.
Dal gennaio 1943 al maggio 1945 è dirigente della Confederazione Italiana Lavoratori Industria come organizzatore del gruppo metallurgico, un sindacato della Repubblica di Salò.

 

Opere di carità di medici e imprenditori

Il bollettino parrocchiale di S. Francesco di agosto e settembre 1944 cita le opere di carità di alcuni eminenti cittadini di Piossasco «a conforto e salvezza della popolazione del vicino comune di Trana e di Bruino”. Si tratta di 40 famiglie del primo comune che «così consolate non dimenticheranno certo l’aiuto e le premure del nostro paese». Il parroco non spiega però il motivo di questa elargizione dei signori Guido Billotti, (figura che troveremo come componente del primo CLN comunale del 30 aprile 1945 come rappresentante della Dc) del dott. Francesco Alfano e dell’imprenditore Zorzoli della ditta SAMT, che donarono il loro «prezioso contributo».
Idem per «una bell’opera di carità compiuta dal dott. Silvio Silvani, medico condotto di Piossasco, a beneficio del comune di Bruino in un grave momento di minaccia, onde tutto finì bene. Le Autorità di Bruino hanno espresso con elevate parole la loro riconoscenza per l’aiuto ricevuto, ed è giusto che anche noi ricordiamo e diamo il nostro unanime plauso».

 

Dott. Francesco Alfano (1896 – 1966) nella sua casa di via Cruto 18

 

Alberi, fognature, tifo e poveri

Il Comune, per fare cassa, vende alla ditta Fiora Aventino/Gallino le piante diradate sul monte San Giorgio. La ditta ne taglia troppe, malumori tra la popolazione. Sopralluogo e conciliazione: l’accordo prevede il versamento da parte della ditta di 2.000 lire all’asilo Gianotti e la consegna gratuita al Comune di 350 quintali di legna che sarà distribuita agli asili, all’ospedale San Giacomo e alla mensa popolare della “San Vincenzo” oltre a 300
quintali da dare alla popolazione.
Nell’aprile del ’44 il commissario prefettizio Giuseppe Giarrusso delibera la costruzione della fognatura bianca in via Roma, perché «le strade principali, a valle dei punti di rigurgito delle acque del torrente Sangone (Sangonetto ndr), sono percorse da rigagnoli in estate e inverno determinando condizioni igieniche insalubri che si risolvono nella ricorrenza di malattie epidemiche compreso il tifo che a volte assume forme preoccupanti».
Lavori aggiudicati all’impresa Cruto.
Michele Elia, futuro sindaco dal 1947 al 1956, disse in un’intervista rilasciata al mensile “Piossasco Cronache” del dicembre 1983: «Se si va a consultare il registro dei morti degli anni ’43, ’44 e ’45 si verificarono una cinquantina di decessi avvenuti per tifo. Le falde superficiali erano inquinate, la gente beveva l’acqua dei pozzi dei cortili: non c’era alcun acquedotto, bealere e fossi a cielo libero erano i maggiori portatori di questa malattia, il tifo, allora quasi inguaribile».
La commissione che dovrebbe stilare l’elenco dei poveri di Piossasco è nominata a gennaio 1945. Ne fanno parte le persone più in vista e l’inclito collegio locale: Silvio Silvani, medico condotto; Francesco Alfano, ufficiale sanitario; Luigia Gaio Ramassotto, ostetrica; don Giuseppe Fornelli, vicario di San Vito e don Carlo Gianolio, parroco di San Francesco.
Ultime delibere prima del 25 Aprile.
Il Comune paga il servizio di sorveglianza delle linee telefoniche dei Tedeschi attraversanti il territorio comunale. Spesa mensile: 11.000 lire.
È nominato il presidente dell’asilo infantile Gianotti: è la volta di Alfredo Oberto «industriale», produttore di liquori e vermouth.

 

“Feroce mitragliamento”, vittime tra gli sfollati a Piossasco

9 gennaio 1945: aerei alleati francesi mitragliano a Orbassano il trenino SATTI della linea Torino (via Sacchi) -Beinasco-Orbassano-Bruino-Trana-Giaveno nella zona a fianco dell’attuale via Alfieri. Complessivamente i morti furono 42. Altre fonti forniscono invece numeri diversi delle vittime. Tra queste vi erano tre donne sfollate con le famiglie a Piossasco. Annotava don Gianolio sul bollettino: «Matilde Gandiglio in Mondino, 21 anni, lasciò il piccolo Gilberto e il marito Vittorio, invalido e lontano dalla sua casa, inconscio forse della sua famiglia e dell’immane sventura.
Rina Clotilde Rapallino in Pallavicini, 28 anni, è stata rapita ai suoi cari, lasciando una tenera bambina, la piccola Franca di due anni. La dott.ssa Salvina Mattana, 28 anni: i suoi angosciati genitori hanno perduto tutto sulla terra».

 

Fornelli e Gianolio, "condotta morale e politica" dei parroci

Prima di giungere a Piossasco, sia il parroco (5 luglio 1931), sia il vicario (19 luglio 1931) furono, come si dice in gergo burocratico-poliziesco, «attenzionati» dalla Regia Pretura fascista di Torino.
La Pretura scrive al Commissario prefettizio di Piossasco chiedendo «di fornire precise e circostanziate informazioni sulla condotta morale e politica e sulle qualità personali di detti sacerdoti, facendomi conoscere quale opinione goda tra la popolazione e come sia stata accolta la nomina. Le informazioni dovranno avere carattere di massima riservatezza ad evitare gli inconvenienti...». Firmato (illeggibile) Il Consigliere Pretore.
Il Commissario di Piossasco risponde rispettivamente il 2 e il 16 giugno 1931 scrivendo del Fornelli «nominato con bolla pontificia del 27 maggio 1931 titolare del Beneficio parrocchiale di San Vito in questo Comune, è quivi completamente sconosciuto. Mi trovo quindi nell’impossibilità di fornire le chieste informazioni. Posso tuttavia aggiungere che le notizie qui pervenute sono favorevoli al Sacerdote in parola e che la di lui nomina è bene accolta». Fornelli don Giuseppe fu Matteo, nato a Cafasse il 17 giugno 1890, era vicario coadiuvante della parrocchia di Regio Parco a Torino.
Dello stesso tenore la risposta del commissario prefettizio per «il Sacerdote Gianolio Teologo Don Carlo fu Bartolomeo, nominato il 22 maggio 1931 con decreto di S.E. l’Arcivescovo di Torino attualmente è vicario cooperatore nella parrocchia di N.S. del Carmine di Torino. Per notizie non ufficiali si tratterebbe di Sacerdote molto pio, circondato da particolare estimazione nell’ambiente ecclesiastico, per la sua cultura e la sua esemplare condotta in ordine al suo Ministero. In conseguenza la di lui nomina è bene accolta».

Don Carlo Gianolio
Parroco di San Francesco
dal 1931 al 1967

 

Don Giuseppe Fornelli
(1890-1978),
vicario di San Vito dal 1931 al 1968

 

Piossasco, domenica 5 luglio 1931, don Carlo Gianolio arriva da Torino a bordo di una lussuosa, per i tempi, Fiat Laundolet 510 della metà degli Anni '20 con il posto scoperto per l'autista. La foto è stata scattata in via Pinerolo all'altezza di Via Peschiera e di Via Trento. Poi tutti in corteo fino alla parrocchia.

Don Gianolio scortato dal podestà fascista di Piossasco con fascia tricolore in Piazza Diaz. Bandiere italiane e festoni, in fondo si vede l'ex Trattoria del Gallo con l'insegna rettangolare e una pubblicità del Ferro China Bisleri. Un giovane carabiniere ha i guanti bianchi. Don Gianolio saluta e ringrazia i fedeli tenuti un pò distanti da un gruppo di camicie nere fasciste.

 

La liberazione

Incipit vita nova

Con una dotta citazione dantesca tratta dalla “Vita nova”, si apre nei verbali della Giunta del dopo fascismo la fase democratica della storia piossaschese.
Incipit vita nova, comincia una nuova vita, ha scritto e firmato il segretario comunale Pasquale Guerrera, originario di Chieri. Con una prosa alata e un po’ retorica il segretario ha interpretato i sentimenti dei componenti il CLN locale. Il testo è stato scritto (spontaneamente?) da un segretario che era stato iscritto al Partito fascista fin dal marzo 1925.

Ecco il testo:

«Perché le generazioni venture ricordino e non dimentichino mai!
Oggi 27 aprile 1945 il nazifascismo dopo aver perpetrato in tutta l’EUROPA i crimini più nefandi che la storia ricordi è in pieno sfacelo.
Le vittoriose armate Anglo-Russo-Americane stanno dando gli ultimi colpi di mazza al putrido rettile nazi fascista che fino all’ultimo momento ha voluto sputare veleno ed odio.
Ringraziamo Dio che ha preservato questo Comune dagli orrori della guerra e dalle rappresaglie tedesche, per causa delle quali intere borgate e paesi di questa regione sono stati incendiati e rasi al suolo!
Ricordiamo in proposito i comuni di Orbassano, Giaveno e Cumiana ove la bestia nazi fascista si è maggiormente accanita contro inermi popolazioni: onore e gloria imperitura a questi martiri.
Oggi che la maggior parte dell’Italia settentrionale sono stati occupati dai patrioti, che le Armate Inglesi, raggiunta Genova, puntano decisamente su Torino, per qualsiasi eliminazione di resistenza nazi fascista e per finalmente instaurare governi liberi e democratici, vada il nostro pensiero memore e riconoscente agli artefici di queste strabilianti vittorie: Churcil – Rosvelt e Stalin.
Onore imperituro agli eroici patrioti che su queste montagne per quasi due anni hanno dato agli occupanti tedeschi e ai loro servi fascisti del buon filo da torcere!»

Il segretario comunale Guerrera Pasquale

Frontespizio del proclama dell'insediamento in Comune del Comitato di Liberazione nazionale (CLN)
del 27 aprile 1945, cui seguì il 30 Aprile la nomina all'unanimità del sindaco provvisorio Giovanni Boch.

 

Boch, sindaco della Liberazione

Giovanni Boch,
Sindaco della Liberazione, 1945-1946, Pci,
con la nipote Rosa Lina Oberto

Rosa Lina Oberto, nipote di Giovanni Boch, durante il colloquio avvenuto a Pavia il 25 gennaio 2017

Il 27 aprile 1945 il CLN di Piossasco prende possesso del Municipio e, riunitosi in Giunta, nomina all’unanimità sindaco, Giovanni Boch del Partito Comunista. Boch, antifascista, riparò in Francia a Sarcelles, a nord di Parigi, dal fratello Emilio, perché perseguitato dai fascisti. Era nato a Piossasco nel 1892, nel 1936 aveva preso la residenza a Torino in una soffitta di Piazza Carlina 13 pur abitando a Piossasco in via Solferino. In questo momento CLN e Giunta sono una sola espressione. Fra qualche mese si separeranno con compiti diversi.
Componevano il CLN locale: Pietro Mollardo (Pli), Duilio Fiora (Pli), Michele Elia (Dc), Guido Billotti (Dc), Giovanni Bertolotti e Cesare Lovera (P. d’A., Partito d’Azione), Mario Pautasso (Psi), CornelioPognante (Psi), Giuseppe Piatti , detto “Notu” (Pci) e Luigi Garello (Pci), protagonista degli scioperi a Torino nel marzo del ’43 e incarcerato a Susa, quindi partigiano in Val Sangone.
Così commenta don Gianolio: «Ritornati alla libertà subito si costituì un comitato di rappresentanti del popolo che nominò Sindaco il Sig. Giovanni Boch, il quale venne cordialmente festeggiato dalla popolazione: furono subito costruiti due ponti provvisori in legno, ritornò la luce a rischiarare il paese, e speriamo che colla concordia si possano riparare i danni subiti e si ritorni ad una vita di pace, di giustizia e di carità». Il CLN e il sindaco si insediano in Comune, mentre a Piossasco vi sono ancora i tedeschi che se ne andranno nei due giorni seguenti. Situazione fluida e delicata: la raccomandazione era quella di lasciarli partire e non sfidarli per timore di rappresaglie contro la popolazione. I 66 morti di Collegno fucilati dai tedeschi ubriachi in ritirata il 30 aprile costituiranno un tragico esempio.

Un CLN di operai, artigiani, agricoltori e un farmacista

Chi erano i membri del primo CLN comunale? A distanza di più di 70 anni quali brevi biografie si possono ricostruire? Erano quasi tutti di Piossasco, tranne due di cui è difficile risalire alle origini. Di Guido Billotti si sono perse subito le tracce, di Giovanni Bertolotti si sa che era nato nel 1926 ed era, quasi sicuramente, sfollato a Piossasco da Torino. Gli altri erano tutti piossaschesi di indubbia tradizione famigliare antifascista, a cominciare dal sindaco della Liberazione Giovanni Boch, nato a Piossasco nel 1892, calzolaio. Nati a Piossasco anche Elia (1913-1996, agricoltore), Lovera (1921-1985, farmacista), Garello (1921-2005, operaio), Piatti (1913-1997, operaio), Pautasso (n.1892, agricoltore), Pognante (n.1924, falegname). Era falegname anche Duilio Fiora che abitava in via San Vito 14/2. Meccanico era invece il mestiere di Pietro Mollardo, residente in via San Vito 15.
Il CLN aveva un’età media (per lo meno per i membri di cui si conoscono i dati) di circa 32 anni. Il più giovane era Bertolotti, i più “anziani” il sindaco e Pautasso. Erano rigorosamente due per ogni partito antifascista dell’epoca più il sindaco.
Tranne Michele Elia (Dc) che divenne sindaco da metà del 1946 per dieci anni e poi consigliere e assessore provinciale e Luigi Garello che tornò in Consiglio dal 1975 al 1980 come indipendente con il Pci, tutti gli altri lasciarono nel volgere di poco tempo l’Amministrazione della cosa pubblica.

28 aprile, se ne vanno i tedeschi

Il Vicario foraneo di San Vito, don Fornelli, traccia un quadro dello stato d’animo suo e della popolazione sul Bollettino “La buona parola” del Giugno 1945: «Quando la radio annunciò che le ostilità in Italia erano cessate, abbiamo dato un largo respiro. Finalmente, dopo cinque anni circa, era spuntata l’aurora della pace. Non più bombardamenti e mitragliamenti, non più rastrellamenti né feroci rappresaglie [...]. Il nostro pensiero si è levato subito a Dio per ringraziarlo dal profondo del cuore. La nostra viva riconoscenza va pure alla Madonna SS. Delle Grazie e ai Protettori del paese S. Giorgio e S. Valeriano».
«Ultimamente abbiamo avuto tra i piedi per oltre un mese i tedeschi, i quali occupate da padroni le più belle ville di Piossasco, ci facevano temere con trepidazione che la guerra passasse di qui con la furia delle sue battaglie».

«Il giorno seguente, dopo il passaggio delle ultime truppe provenienti da Pinerolo, furono fatti saltare i ponti minati. Crollarono il “ponte frusto”, il ponte che conduce al cimitero, ma non crolla quello più importante, quello “nuovo” sulla strada provinciale (via Pinerolo angolo via Sauro, n.d.r.) che resta solo leggermente danneggiato». Ancora il Vicario: «Gli sfollati stanno riprendendo la via di Torino. Essi hanno sentimenti di gratitudine verso Dio per il tempo passato qui con molta tranquillità, in questo paese preservato divinamente da fatti di sangue e di rappresaglie».
Questa la cronaca del prevosto Gianolio sul Bollettino del maggio 1945: «Il 29 aprile l’ultimo presidio tedesco era partito ed i nostri due vecchi ponti sul Sangonetto furono abbattuti. Il ponte nuovo non ostante la forte scossa restò fermo: per grazie di Dio solo una parte delle mine esplose. Vi furono danni limitati di alcune case, ma nessun ferito. Se il carico d’esplosivo brillava perfettamente il pericolo per le case e le persone era molto grave. Ma più grave era stato il pericolo del presidio nemico: sarebbe bastata una scintilla per scatenare una rappresaglia feroce e selvaggia, come avvenne altrove».
Le parole Liberazione, partigiano, fascista e nazista non sono mai usate dal vicario. Solo una volta compare “partigiano” sul bollettino di don Gianolio che da questo momento si distingue per il suo tono conciliante e pastorale nei confronti dei suoi lettori-fedeli e delle parti sociali. Ricostruire materialmente e moralmente la comunità, non per dimenticare ma per imboccare una nuova strada. «Pace, giustizia e carità» sono le sue parole d’ordine che non sono imposte, ma suggerite ai fedeli per il bene di tutti.

A proposito di rastrellamenti dei nazifascisti, il Vicario sul Bollettino del marzo 1946 ricorda l'inaugurazione della croce in legno piantata su una grossa roccia. La croce, che esiste tuttora, " è a circa un chilometro oltre l'abitato, nascosta tra i boschi. Sotto quella roccia, durante il periodo dei rastrellamenti, si nascondevano i giovani del Campetto, passandovi lunghe e trepidanti ore di giorno e di notte. Gli abituali frequentatori del luogo furono Livio Lanza, Gino Lanza, Luigi Novaresio|".
Furono loro con altri parrocchiani che innalzarono sul posto una croce di circa due metri e mezzo d'altezza per sciogliere un voto contratto per lo scampato pericolo. "Anche questo sarà un ricordo di guerra".

 

Il primo numero del bollettino della parrocchia di San Vito "La buona parola" uscì a gennaio del 1932, sei mesi dopo l'arrivo del Vicario Fornelli a Piossasco. Anni dopo cambiò il nome della testata in "Una buona parola". La pubblicazione chiuse nel 1968.

 

«Gustavino caro…», cronaca del ponte salvato

In una lettera del 15 maggio 1945 la signora Hedda Ferri Silvani, moglie del medico condotto di Piossasco e Bruino, scrive al figlio Gustavo su carta intestata del marito Silvio Silvani. La signora rivela particolari sul minamento fallito del Ponte Nuovo di via Pinerolo angolo via Nazario Sauro. I tedeschi in ritirata (28 e 29 aprile) volevano farlo saltare. Hedda Silvani riporta le speranze e la paura degli abitanti della zona. I Silvani avevano la casa ad angolo tra le due vie, quella che ancora oggi ha una grande magnolia nel piccolo cortile. Si tratta di una cronaca dettagliata che trova conferme anche in altre testimonianze.
«Gustavino caro, […] Piossasco è stato risparmiato mentre i paesi vicini hanno sofferto come Cumiana e Giaveno. Anche qua abbiamo avuto ospiti indesiderati i Tedeschi che sono stati nelle ville Boneschi, Giordani, Lajolo facendo sloggiare i signori. Essi avevano minato i ponti e noi che lamentavamo le conseguenze dello scoppio avevamo portato i mobili migliori dai Signori Giordani. I Tedeschi ce li hanno presi o meglio depredati, restituendoli però intatti. C’è stato il momento in cui abbiamo avuto il dubbio che li bruciassero prima di partire, quando incominciava per loro la catastrofe. Tutti temevano e noi con loro che essendo noi vicini alla strada non ce la saremmo cavata bene e invece per grazia sempre della (Madonna, ndr) Consolata da noi non sono venuti mai, nemmeno quelle sere della ritirata quando passavano in lunga teoria di colonne per andarsi ad arrendere.
Quello del nostro ponte è stato un vero miracolo se non ha prodotto uno sfacelo alla casa. Nella mattinata un tizio che passava per la strada aveva detto che mettevano la polvere al ponte del Chisola
(al confine tra Piossasco e Cumiana, ndr). Io ho fatto avvisare uno del Comitato di Liberazione il quale ha chiamato a raccolta gente e ha fatto così chiudere le buche. Nella sera vengono i camion e caricano il ponte con una dose straordinaria di tritolo, arrabbiati per aver trovato le buche chiuse, lavoro che avevano fatto i partigiani. Devo dire che io ritengo il fatto un vero miracolo». Segue la descrizione e un piccolo disegno di come i tedeschi avevano disposto i fili elettrici per far saltare il ponte.
Mentre i tedeschi armeggiavano per preparare l’esplosione «noi siamo andati dai Sig. Cruto in una stalla dei “Girò” (la famiglia di Leandro Pognante che abitava in una cascina di via Sauro demolita da qualche anno, ndr) e io dicevo alla signora Cruto: la Consolata dovrebbe non far partire le mine. E così fece. I due ponti vicini, quello vicino a Paviolo e a quello vicino alla casa di Cristina sono partiti tutti e due e già sostituiti con quelli di legno. La mattina di poi l’ingegnere Valvassori con un minatore polacco (6) restato a Piossasco, tolsero subito la carica: quattro quintali di tritolo. Sarebbe saltata non solo la nostra casa ma l’intero paese. A Beinasco è saltato il ponte (sul Sangone, ndr) e tutte le case e casupole sono un ammasso di rovine».

 

Il dott. Silvio Silvani con la moglie Hedda Ferri

Sul minamento del ponte Adriano Andruetto, oggi consigliere comunale e allora bambino, aggiunge dei particolari che chiariscono ulteriormente il fatto. Dice: «Appresi allora che Mons. Bernardino Caselli riuscì a convincere una persona che era con i tedeschi e che avrebbe dovuto accendere le diverse micce a sabotare la distruzione di quel ponte, promettendogli di nasconderlo e di aiutarlo a tornare nel suo paese a guerra prossimamente finita». Questa informazione ben si integra con le parole di Hedda Silvani che parla di un minatore polacco rimasto in Italia.
I ponti minati furono quattro: il ponte di via Peschiera vicino al pilone San Giorgio, il ponte vecchio (“frusto” di cui scrisse il Vicario), quello detto “Ponte nuovo” su via Pinerolo e l’attiguo ponticello, piccola arcata sulla bealera, che portava l’acqua con una derivazione dal Sangonetto al mulino comunale di via Riva Po. Fu il botto di questo ponticello, oltre a quello di via Peschiera e di piazza Gallino, ad essere udito nella direzione di via Pinerolo, dalla colonna di carri armati, che si erano avviati tra Regione Furno e Garola, rassicurandoli che l’operazione fosse stata completata.
In realtà era stato fatto saltare solo il ponticello e non il più importante “Ponte nuovo”.

 

Il ponte nuovo salvato grazie all'intervento di Mons. Bernardino Caselli

Carlo Piatti, partigiano in Jugoslavia

Combattè da partigiano in Jugoslavia anche un altro giovane militare piossaschese: si chiamava Carlo Michele Piatti, nato il 17 marzo 1919. Fu dichiarato abile a arruolato nel 1938. Partì per la penisola balcanica nel 1939 come alpino caporale. Fu congedato nel 1945. Si sposò poi a Cumiana e nel 1956 si trasferì a Torino. E’ scomparso il 13 novembre 1991.
Nessuno si è mai ricordato di lui, non nelle cerimonie ufficiali, né sui due bollettini parrocchiali, né in qualche delibera del Comune. I partigiani “titini” italiani sono sempre stati lasciati in ombra, non solo a Piossasco, ma in tutta Italia perché nei primi anni del dopoguerra -complice la guerra fredda- la Jugoslavia di Tito era considerata dai Governi italiani una sua nemica per la questione di Trieste.

Carlo Michele Piatti

Arrivano gli americani

Ricorda Giuseppe Piatti, già membro del CLN locale, in un’intervista a “Piossasco Cronache” del gennaio 1986: «Il giorno in cui sono arrivati gli americani a Piossasco abbiamo fatto un corteo e poi c’è stato un discorso in piazza: abbiamo parlato un po’ tutti ma c’è stata una scarsa partecipazione perché i contadini... per carità non ne parliamo. E c’erano i giovani, ma una minoranza».
Secondo altre testimonianze orali non si tenne alcun discorso, i partecipanti erano prevalentemente simpatizzanti comunisti e socialisti, antifascisti, pochissimi i democristiani e i liberali. In tutto circa duecento persone.
Nei giorni seguenti il 27 aprile 1945 venne a Piossasco il colonnello Fiore del Comando Alleato. Chiese al sindaco Boch di esporre la bandiera americana al balcone del Comune, ma Boch non volle. Non vi furono conseguenze.
Quando giunsero gli Alleati in zona affissero un manifesto firmato da J. H. Saggers, Major della Sezione 3 di Torino. Si annunciavano ricompense per chi aveva aiutato i prigionieri di guerra o militari Alleati.
Questo il testo: «AVVISO IMPORTANTE. Tutti coloro che hanno assistito Prigionieri di Guerra o militari Alleati fornendo loro cibo, alloggio, vestiario, o soccorrendoli in ogni altra forma, e coloro che non hanno ancora avanzato la loro richiesta sull’apposito modulo all’Allied Screening Commission o alla Missione Britannica “Ferret”, alle autorità inglesi, sono pregati di rivolgersi immediatamente al proprio Sindaco dal quale avranno importanti informazioni in merito alle ricompense loro spettanti. Tutti i documenti o attestati rilasciati dai Prigionieri di Guerra dovranno essere portati seco visitando il Sindaco».

 

Coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino

Il 30 aprile il sindaco Boch e il CLN (non esiste ancora la Giunta comunale nominata poi ad agosto) prendono i primi provvedimenti firmati da Boch: i pubblici funzionari sono invitati a non lasciare il loro posto, i negozi di alimentari il 1° maggio resteranno aperti fino a mezzogiorno, il coprifuoco viene portato dalle ore 21 alle 5 del mattino, le armi - escluse quelle da caccia - detenute da persone non autorizzate devono essere consegnate entro 24 ore.
Ma sono anche altri i gravi problemi da affrontare: il Comune è senza soldi, poi vi sono i debiti della passata gestione fascista, mancano i generi alimentari di prima necessità che sono razionati con le “tessere”. Occorre ricostruire alcune opere pubbliche distrutte dai tedeschi in ritirata, come il ponte “vecchio” sul Sangonetto in piazza Fiume. Alla Cassa di Risparmio (allora in via Palestro) il Comune aveva depositate 6.617,57 lire e l’ECA (Ente Comunale di Assistenza) disponeva di 113,35 lire.
Dai verbali della seduta del CLN del 4 maggio risulta che «i mandati assommano a L.149.947 per la mancata riscossione delle prime due rate delle imposte comunali. In segreteria giacciono da pagare fatture per un importo di 49.328,75». Oltre ad altri pagamenti nei confronti di privati e dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino per ricoveri di piossaschesi colpiti da febbri tifoidi per un totale di L.86.341,85. I debiti raggiungono complessivamente la somma di L. 285.527,89. Il CLN decide quindi di «procedere alla sollecita liquidazione delle pendenze contabili verso terzi, alfine di mettere l’Amministrazione Comunale tempestivamente in condizione di far fronte agli impegni assunti di volta in volta».

Ritornano i «bravi Partigiani» e funerali solenni per i caduti

 

Cerimonia di presentazione del “Diario di Mario Davide” all'ex cinema San Giorgio di Piossasco avvenuta il 25 aprile 1982.
Presenti molti partigiani allora in vita. Al centro vi è Luigia Garello, la madre di Mario Davide; Poi da sinistra a destra: Bruno Pautasso, partigiano; Sergio Montaldo, partigiano; Antonio Davide, patriota, fratello di Mario Davide; Alessandro Martinatto, allora sindaco di Piossasco; Vittorio Morello, partigiano; Michele Elia, membro della Giunta Cln nel 1945 e poi sindaco; Luigi Garello, partigiano e membro della Giunta Cln nel 1945; Pierino Pautasso, partigiano; Albino Colombaro, partigiano; Vittorio Montaldo, partigiano; Felice Dezani, partigiano; Leonardo Badioli, assessore alla cultura

Dal Bollettino (maggio 1945) di San Francesco: «Domenica 6 maggio ebbero festose accoglienze i nostri bravi Partigiani, reduci dalle aspre e gloriose giornate di Torino: al monumento dei caduti in piazza XX Settembre furono rievocati quelli che fecero il sacrificio della loro vita. In Chiesa si cantò il “Te Deum” per il termine dell’oppressione nemica». Mercoledì 9 maggio fu invece celebrato nella parrocchiale un funerale solenne per i caduti piossaschesi e i morti per causa della guerra. «La Chiesa era gremita di popolo con a capo le Autorità».
Sempre a maggio ’45 sul Bollettino di San Francesco si ricordano i partigiani piossaschesi morti. È la prima volta che si fornisce una biografia seppur stringata di questi «patrioti».
Prima del 25Aprile tutti sapevano che erano stati uccisi dai nazifascisti, ma la censura sulla stampa, compresa quella a carattere religioso come i bollettini, impediva la diffusione della notizia per scritto.

 

Mario Davide all'epoca del servizio militare

Mario Davide. «Il giorno 10 maggio 1944 alle ore 11 cadeva da eroe a Forno di Coazze, borgata Ruata, Mario Davide di Mattia, classe 1922. Nelle prime ore del mattino del 10 si prodigava per far saltare il ponte di Sangonetto (Coazze) per evitare che i mezzi corazzati sorprendessero tutta la formazione. Risaliva la montagna e da solo accettava il combattimento contro i Tedeschi che scendevano dal colle della Russa. Invitato ad arrendersi continuava a sparare, finché colpito a morte chiudeva la sua bella esistenza di Patriota». Il luogo della morte è però incerto, anche perché i valligiani che trovano il cadavere, probabilmente presso la borgata Ruata di Forno, lo seppellirono altrove per evitare rappresaglie. Una lapide lo ricorda presso il pilone di Borgata Oliva. La sua salma riesumata dopo il 25 Aprile è nell'ossario di Forno. Del partigiano Mario Davide è stata ricostruita la vita, la sua scelta e la morte partendo da un suo prezioso diario. L’opera, “Una scelta partigiana. Diario dopo l’8 settembre 1943”, pubblicata nel 1982 dal Comune di Piossasco e riedita nel 2005, è disponibile presso la biblioteca comunale “Nuto Revelli” di Piossasco.

 

Il “ricordino” voluto dalla famiglia dei Fratelli Baudino. Remo (1921 – 1943) era militare nell’isola greca di Cefalonia, fu ucciso dai tedeschi il 24 settembre 1943. Ugo venne fucilato per rappresaglia dai tedeschi a Giaveno, in piazza Molines, il 26 maggio 1944.

 

Remo Baudino, «di Cesare della classe 1921, caduto per mitragliamento nel ritorno dalla Grecia il 24 settembre 1943». Militare di stanza a Cefalonia (Grecia), fu vittima dell’eccidio attuato dai reparti tedeschi contro i soldati italiani dopo l’annuncio (8 settembre ’43) dell’armistizio di Cassibile che sanciva la cessazione delle ostilità tra l’Italia e gli Anglo-americani. La guarnigione italiana, quasi prigioniera nell’isola dello Ionio, si oppose al tentativo tedesco di disarmo, combattendo sul campo per vari giorni con pesanti perdite fino alla resa incondizionata, alla quale fecero seguito massacri e rappresaglie dei tedeschi nonostante la cessazione di ogni resistenza. I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che risalirono l’Adriatico in direzione di Brindisi che finirono, volutamente, su mine subacquee o furono silurate. Dell’alpino Remo Baudino non esiste a Piossasco l’atto di morte e dai ruoli matricolari risulta «irreperibile», mentre dalla schedina anagrafica è stato eliminato dal registro nel 1952 perché «disperso in guerra». Come luogo e data di morte è stato indicato «il fronte jugoslavo» e non Cefalonia e la data è quella simbolica dell’8 settembre 1943. Per i soldati deceduti in combattimento i cui corpi non erano ritrovati, perché forse sepolti in fosse comuni non esiste l’atto di morte. Era stilato solo se i famigliari chiedevano attraverso il Tribunale la dichiarazione di morte presunta.

Ugo Baudino, classe 1924 «arrestato dai Tedeschi, tradotto in carcere e fucilato per rappresaglia a Giaveno il 26 maggio 1944». L’esecuzione avvenne alle ore 13.40 in piazza Molines. Con Ugo Baudino furono fucilati anche altri partigiani delle formazioni della Val Sangone. Nell’atto di morte datato 26 luglio 1945 si specifica che era un «partigiano dell’età di anni 19, contadino, residente a Piossasco e nato a Piossasco da Cesare, contadino, e da Giorda Angela, casalinga, celibe».
Secondo la ricostruzione effettuata da Mauro Sonzini in “Abbracciati per sempre” (Gribaudo editore, 2004), Ugo Baudino era stato catturato dai tedeschi il 10 maggio 1944 in Val Sangone. Del gruppo si salvarono Orazio “Verde” Gastaldi e il piossaschese Bruno Pautasso.
Sono dieci i partigiani fucilati dai tedeschi in Piazza Molines. Ha scritto Sonzini: “Dal cellulare scendono i prigionieri, uno dei quali, baldanzoso, si alza le maniche dicendo:”Fieuj, an tuca a nui! Ragazzi, tocca a noi”: li accompagnano sulla piazza e li allineano. (…) Poi li fanno andare un po’ più in centro alla piazza e li sistemano un po’ distanti gli uni dagli altri. Ne fucilano prima cinque e poi gli altri cinque cadono sui primi. Un ufficiale provvede al colpo di grazia”.

Il camion dei tedeschi proseguì per Coazze dove furono fucilati altri cinque partigiani nello stesso giorno.
I corpi rimasero in piazza Molines per alcuni giorni. Per il trasporto al cimitero i caduti furono adagiati alla rinfusa su un carro lasciando le gambe a penzoloni. Maria Riva, staffetta partigiana di Giaveno,disse: ”Sembrava la scena dei Promessi Sposi in cui i monatti portano via gli appestati”. Nel mettere i corpi sul carro il podestà di Giaveno Giuseppe Zanolli tenta di far collocare per primo il corpo di Ugo Baudino, ma il tenente tedesco si oppone.
Complessa ma meritevole di attenzione la figura del podestà Zanolli che sarà poi sindaco di Giaveno fino al 1955.
Zanolli era nato in provincia di Pavia. Si era arruolato nell’Arma dei carabinieri, percorrendo la carriera di sottufficiale sino al grado di maresciallo. Volontario in Albania nel 1939, era diventato ufficiale. In quel periodo aveva conosciuto la Val Sangone come villeggiante e più che cinquantenne aveva accettato un impiego dirigenziale alla cartiera Reguzzoni e la nomina a podestà di Giaveno. Per tutti i venti mesi della lotta partigiana, Giuseppe Zanolli rimane in carica, protagonista di un difficile e coraggioso equilibrismo fra le minacce tedesche e fasciste, da una parte, e le esigenze di difesa della popolazione, dall’altra, diventato sospetto alle autorità tedesche fu anche incarcerato a Pinerolo. Fu un punto di riferimento e di aiuto per tutti. Tenne un diario degli avvenimenti a Giaveno e in Val Sangone dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

Michele Gallino
Aldo Piatti

Il 2 giugno è portata a Piossasco la salma di Michele Gallino (1925-1944) «vittima immolata dal furore sanguinario di belve umane» a Provonda, frazione di Giaveno, in zona Fusero, il 28 novembre 1944. «Onori da parte della popolazione, del municipio e delle formazioni partigiane». Così scrive don Gianolio. Gallino fu una vittima del feroce rastrellamento avvenuto nei giorni 27, 28 e 29 novembre 1944 nella valle del Romarolo da parte dei nazifascisti. Il suo nome figura sulla lapide dei caduti civili durante la Resistenza apposta il 1° maggio 1949 sulla facciata della chiesa parrocchiale di Provonda dal parroco del tempo.
Allo Stato civile di Giaveno al 24 marzo 1945 risulta che Gallino, «cittadino italiano di razza ariana, celibe, sarto, che era nato a Torino da Giuseppe, commerciante, residente in Piossasco e da Deasti Eugenia, casalinga, è morto il 29 novembre 1944, in un’ora imprecisata in località Colle del Besso di questo Comune». L’atto di morte fu trascritto allo Stato civile di Piossasco il 3 aprile 1945, ovvero più di quattro mesi dopo la sua morte.

Aldo Piatti di Oreste, aveva 21 anni. «Per un caso disgraziato in attività di servizio riportava una grave ferita che fu causa della sua morte il 4 novembre 1944. Aveva moglie e due figli piccoli». Piatti morì a Torino all’Ospedale San Giovanni, era nato a Piossasco da Oreste e da Alessandrina Roccati nel 1923. La moglie si chiamava Elsa Maria Canonico.

A Mario Davide, ai fratelli Baudino, a Michele Gallino e ad Aldo Piatti furono dedicate vie e piazze dalla Giunta del sindaco Boch nei giorni seguenti la Liberazione.
Di Mario Davide è stato scritto quasi tutto. Manca una biografia esauriente e approfondita dei fratelli Baudino, di Michele Gallino e di Aldo Piatti.

 

Militare piossaschese partigiano con Tito in Jugoslavia

Gustavo Silvani 1911 - 1985, a sinistra partigiano in Jugoslavia (Croazia e Montenegro) con le brigate "Garibaldi" che seguirono le formazioni partigianedi Tito dal 10 ottobre 1943 all'8 marzo 1945

Gustavo Silvani, nato a Torino il 20 aprile 1911, figlio del dottor Silvio Silvani, capitano medico del I reggimento d’artiglieria alpina, è stato partigiano con le formazioni di Tito nell’ex Jugoslavia, e precisamente in Montenegro e Sangiaccato. Di Gustavo Silvani non c’è traccia in alcun racconto o testimonianza nella piccola storia di Piossasco, nemmeno negli anni seguenti il 1945. Sono solo le lettere della madre Hedda Ferri che permettono di ricostruirne in parte la vicenda e la scelta. Prima del 1945 la corrispondenza era consegnata a mano ad una persona, di cui non si fa il nome, che la recapitava a Gustavo Silvani, precauzione per evitare che fosse intercettata dai fascisti, essendo i Silvani in odore di antifascismo. Solo dal maggio 1945 le lettere sono spedite per posta «al Capitano medico Prof. dott. Gustavo Silvani Direttore Sezione Sanitaria della Divisione Garibaldi. Viterbo» quando ormai era tornato dal Montenegro nel marzo del 1945.
Da Piossasco ai Balcani: perché? L’esercito italiano nell’aprile del 1941 aveva invaso il regno del Montenegro e una parte della Croazia (costituendo anche un Governatorato fantasma). I responsabili dei Comandi italiani si coprirono di azioni infamanti che sfiorarono il genocidio. Nella sola provincia di Lubiana furono fucilati circa 1000 ostaggi, circa 8000 persone furono uccise proditoriamente, 3000 le case incendiate, 35.000 persone internate nei campi di concentramento e 4500 morte per fame nel piccolo lager dell’isola di Arbe (Rab). Stessi efferati delitti di guerra avvennero in Dalmazia. Il Governo di Tito richiese nel dopoguerra l’estradizione di ben 142 criminali di guerra italiani. Con l’arrivo dei Tedeschi dopo il settembre 1943 l’esercito italiano nei Balcani si dissolse: una parte sbandò e cercò di ritornare fortunosamente in Italia, un’altra fu fatta prigioniera dai tedeschi che compirono massacri e deportarono i militari in Germania nei campi di concentramento o di internamento. Un gruppo numeroso di italiani aderì invece alla resistenza jugoslava che aveva come comandante Josip Broz Tito (1892-1980). Gli italiani formarono la Divisione Garibaldi. Gustavo Silvani ne fece parte e combatté contro i tedeschi, i cetnici e i bulgari diventando il capo della Sanità Divisionale. Una duplice esperienza. Dal 1941 al 1943 Silvani era nei reparti d’occupazione, dal settembre 1943 fu dalla parte di Tito, futuro presidente della Repubblica socialista federativa della Jugoslavia. Un ribaltamento del ruolo: da occupante a compagno d’arme dei partigiani titini.
Il giornale “La voce del combattente” (Dalmazia) pubblicò il 20 ottobre 1979 una biografia di Silvani definendolo «un uomo in gamba», «un grande amico del nostro popolo», «grande uomo e compagno […] un uomo e mezzo, come direbbe il nostro popolo. Un esempio di altruismo e generosità». Silvani incontrò personalmente «il compagno Tito» nel 1953 a Belgrado nel corso di un congresso. Il giornale dalmata a quasi 35 anni di distanza dai fatti spiega perché Silvani ha lasciato un segno nella lotta partigiana in Montenegro. Scrive Ivo Javorcic:«Dal 1941 al 1943 Silvani con il suo comportamento ha sempre dimostrato di non avere niente della politica di appropriazione dei fascisti italiani. In verità in tutto quel tempo ha prestato la sua opera gratuitamente persino alle famiglie che avevano partigiani in lotta». Dopo il 1943: «Ha curato la popolazione e in cambio non ha mai chiesto nulla, benché la popolazione gli offrisse di tutto. Ha curato vecchi, donne e bambini. La gente vuole pagare. Nulla, dice lui, quando avete delle uova, portatele ai nostri feriti».
Al «Doktor per la sua schietta e mai smentita umanità» fu conferita una medaglia d’argento al valor militare, due di bronzo, tre croci di guerra e la Repubblica Jugoslava lo insignì dell’Ordine al merito del popolo.
Il 21 settembre 1983 Gustavo Silvani, nella sua veste di presidente dell’associazione nazionale veterani e reduci garibaldini tiene un discorso a Pljevlja (Montenegro) in occasione dell’inaugurazione del monumento alla Divisione partigiana italiana Garibaldi. Erano presenti i capi di stato jugoslavo Stjepe Mesice italiano Sandro Pertini. Disse Silvani: «Auspichiamo una storia non più segnata dalle guerre, ma dalle opere prodotte dell’intelligenza e dall’amore degli uomini in un sincero sentimento di fraternità». Citò anche Giuseppe Mazzini che «pensava ad un’intesa perenne fra il popolo italiano e gli slavi meridionali della moderna Jugoslavia, un’intesa fraterna e di reciproca solidarietà». ( 7 )
Tornato in Italia dopo l’8 marzo 1945 Silvani fu dislocato a Viterbo alla Sezione sanitaria della Divisione Garibaldi. Viterbo, nel Lazio, faceva già parte dell’Italia liberata. A Roma vi era il Governo di Ivanoe Bonomi (Dc, Pci, Pli, Psiup, Pd’A). Poi il ritorno a Piossasco e a Torino dove abitava in via Nizza 57. Morì nel 1985. ( 8 )

 

Gustavo Silvani, militare a Sarajevo, prima dell’8 settembre 1943

A proposito dei soldati italiani partigiani con le formazioni comuniste di Tito, scrive Eric Gobetti in “La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro (1943–1945)”, Salerno Editrice, Roma 2019:
“(…) circa 20.000 soldati, un terzo del totale di stanza in Montenegro, scelgono di non arrendersi ai tedeschi e aderiscono alla Resistenza jugoslava. Il 2 dicembre 1943 questi uomini costituiscono una vera e propria formazione partigiana: la divisione Garibaldi. Combattendo in condizioni estreme, in mezzo a difficoltà materiali di ogni genere e accolta dalla comprensibile diffidenza delle popolazioni locali, questa unità rimane integra fino al rimpatrio, nel marzo del 1945”.
E ancora:
Questi partigiani “sono persone che hanno assistito con profondo dolore all’oblio che ha circondato nei decenni successivi in Italia la loro drammatica esperienza. Negli anni di Tito la Jugoslavia socialista aveva mostrato un grande riconoscimento per il sacrificio dei combattenti italiani. (…) La divisione Garibaldi, in quanto unità esclusivamente italiana all’interno dell’esercito partigiano jugoslavo, era la dimostrazione del carattere internazionalista di quella lotta, nella quale gli ideali contavano più delle appartenenze nazionali”.
Infine:
“La loro storia in Italia rimane soprattutto una storia privata. Ma anche una storia emblematica del Novecento, il secolo delle ideologie, il secolo identitario, dove questi soldati-partigiani finiscono di volta in volta ingabbiati in categorie politiche che non hanno scelto: prima percepiti come occupanti fascisti, poi considerati partigiani del re, infine trattati come comunisti una volta rientrati in patria”.

Ritorno in Italia della “Garibaldi”

Partendo dalla vicenda di Gustavo Silvani con l’aiuto delle ricerche di Eric Gobetti si può tracciare un quadro di questa Divisione in Montenegro che combatteva all’interno dell’esercito e agli ordini (pur condivisi) della Resistenza di Tito.
La “Garibaldi” il 10 ottobre 1943 aveva stipulato un accordo formale (Peko Dapcevic – G. B. Oxilia) che prevedeva l’unità di intenti per combattere i nazisti. Questo accordo giunge dopo alcuni infruttuosi contatti tra il generale torinese Giovanni Battista Oxilia e la resistenza dei cetnici (monarchici, anticomunisti e antinazisti).
Il patto entra in vigore il 2 dicembre quando a Pljevlja si costituisce la Divisione partigiana italiana “Garibaldi”, al comando del generale Oxilia.
Scrive Gobetti:”A partire dall’8 marzo 1945 gli italiani sopravvissuti a un anno e mezzo di guerra partigiana vengono caricati su una nave della marina inglese, la Princess Kathleeen, che per qualche giorno fa la spola fra Dubrovnik e Brindisi. (…) Giunti in Italia (dove al Nord la guerra non è finita) i garibaldini sono trasferiti in un campo di raccolta vicino a Taranto, dove rimangono in quarantena per circa un mese. (…) A metà aprile i reduci del Montenegro sono inviati al presidio di Viterbo dove la divisione “Garibaldi” è trasformata in reggimento, nome che conserverà fino al 1976.”
Sono infatti del maggio 1945 le lettere della madre di Silvani inviate al figlio che da poco tempo è di stanza a Viterbo.
I numeri.
Sono 3547 i soldati rimpatriati via mare da Dubrovnik. Nei mesi e negli anni successivi rientreranno ancora migliaia di sbandati che avevano trovato asilo presso famiglie contadine, ed erano rimasti nascosti sulle montagne del Montenegro. Si tratta di 5.870 persone, fra cui 209 donne e bambini, ovvero mogli e fidanzate e figli italiani. Altre migliaia di soldati erano stati rimpatriati per via aerea. Infine almeno 4.000 giungono in Italia nel 1946 dagli ex campi di prigionia nazisti in Germania.
Tra caduti e dispersi i morti della “Garibaldi” sarebbero tra i 6.500 e gli 8.500. In tutto il teatro di guerra dei Balcani gli italiani caduti dal settembre 1943 al marzo-aprile 1945 sono stati circa 15.000.

7 - L’intervento è tratto dalla pubblicazione Per l’onore d’Italia. La divisione italiana partigiana “Garibaldi” in Jugoslavia dall’8 settembre 1943 all’ 8 marzo 1945”, a cura di L. MANNUCCI, edito dall’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini (1993).

8) - In una lettera del giugno 1945 al figlio Gustavo, la madre Hedda Ferri, scrive che «le chiavi ci vennero consegnate dai soldati della Volvera che sono venuti tutti e tre a trovarci. Bravi ragazzi! Ti vogliono tanto bene e tanto bene parlano di te». Dei tre soldati di Volvera uno era sicuramente Carlo Albano (1917-1992) che fu chiamato alle armi il 21 maggio 1938 nel 1° Reggimento di artiglieria alpina, lo stesso di Gustavo Silvani. Albano fu mandato in Francia (giugno 1940), in Albania (fronte greco-albanese 1940-1941), poi in Croazia (1941-1942) e nei Balcani fino all’8 settembre 1943.
Dall’agosto 1944 all’8 marzo 1945 ha fatto parte della formazione partigiana “Divisione Garibaldi” in Jugoslavia (la stessa di Silvani) e congedato a novembre 1945. Gli altri due soldati potrebbero appartenere alla famiglia Dequino e
Beltramino.

 

Novembre 1945, ricordo dei caduti

Domenica 4, anniversario della Vittoria nella guerra 1915-1918 si ricordano nella chiesa di San Vito i caduti di Piossasco sui vari fronti dal 1940 al 1945. Non si parla però dei partigiani piossaschesi ma dei soldati di leva del Regio Esercito, parrocchiani del Vicario.

Pietro Peretti, la cui famiglia affittava la Cascina del Priore (lungo via Volvera, la cascina è stata abbattuta negli anni ‘70 per far posto allo stabilimento Westighouse, ora Ansaldo), aveva altri tre fratelli sotto le armi. Peretti era nell’isola greca di Cefalonia e il 22 settembre 1943 fu messo al muro con altri venti compagni italiani e «barbaramente mitragliato dai feroci tedeschi». Era nato a Virle nel 1914.

Un altro soldato, un alpino, era già stato ricordato il 5 gennaio 1943 con una funzione religiosa. Si tratta di Carlo Spesso di Giovanni e Antonietta Cugno. L’alpino era disperso sul fronte greco fin dal marzo 1941. Poi l’imprevedibilità del destino. Nel settembre del 1942 un soldato di Sangano che si trovava in Grecia, nella Valle Topoiana, scrive una lettera a casa sua dicendo che, dove si trovava, c’era la salma di Carlo Spesso. Ha fotografato la tomba di Spesso nel cimitero di guerra di Monte Colico e l’ha mandata ai genitori a Sangano che hanno poi avvisato i parenti di Spesso. Ai funerali svoltisi il 5 gennaio 1943 erano presenti le bandiere delle associazioni cattoliche, fasciste e scolastiche e molta popolazione.

Lorenzo Bruno, sergente maggiore, nato a Piossasco nel 1915, è nell’elenco dei militari dispersi sul fronte croato il 20 febbraio 1943. Di lui non è mai stato redatto l’atto di morte.
Una funzione religiosa era stata celebrata il 16 maggio 1943 per Giuseppe Picco di Giacomo. Prestava servizio nel Battaglione Fenestrelle di stanza in Montenegro. Morì il 9 aprile, aveva 22 anni. Fu sepolto nel cimitero di guerra di Caunice in Montenegro, stato dell’ex Jugoslavia che l’Italia fascista aveva invaso.

A Civitavecchia, mentre si imbarcava per la Sardegna morì il 14 maggio 1943 in seguito ad un bombardamento aereo degli Alleati il soldato Ernesto Bonetto di Mattia. Aveva 21 anni. Stava scrivendo una cartolina ai genitori: «Questa sera parto per la Sardegna».
Le notizie sui caduti sono tratte dai bollettini di San Vito e di San Francesco.

In quest’ultimo si dà notizia nel giugno 1943 della «scomparsa sul mare del diletto soldato Mario Borgiattino di Domenico Luca, classe 1921. Dal 21 novembre 1942 nessuna notizia di lui». Borgiattino era morto nel Canale di Sicilia il 22 dicembre 1942 in seguito al siluramento e all’affondamento della motonave “Puccini”. Con lui, sulla stessa nave, muore lo stesso giorno un altro soldato di Piossasco, Giacomo Bertinetto, nato il 18 dicembre
1915.

Nel marzo 1945 si apprende della morte in Germania, per malattia, dell’alpino Saverio Marcante, il 4 aprile dell’anno precedente. Era stato mandato sul fronte greco e poi era stato internato nella Germania nazista. Traversie e sofferenze «ne esaurirono la forte tempra», scrive Gianolio commemorando il giovane piossaschese.

Ad aprile del ’45 il Cap. Maggiore Giacomo Garola di Pietro, classe 1917, è dato per disperso dal Ministero della guerra. La morte sarebbe avvenuta nelle acque della Baia di Suda dell’isola di Creta (Grecia) l’8 febbraio 1944 nel corso dell’affondamento della nave “Petrella”.
Il marinaio Pierino Giacomo Racca, 1920, risulta disperso nel Mediterraneo orientale con l’affondamento dell’incrociatore “Zara”.9
Alcuni militari piossaschesi fin dal 1941-42 avevano scritto al loro parroco che puntualmente riportava estratti delle loro parole (ammesse dalla censura militare) sul bollettino nella rubrica “Fiori dei nostri soldati”. Non era citata la località di provenienza delle lettere per non rivelare ad un eventuale nemico la dislocazione dei soldati italiani.

«Affermo che solo la buona fede e il credere in una Divina Provvidenza mi sono stati sinora i maggiori fattori che mi hanno accompagnato e salvato da ogni pericolo». (Cap. Giacomo Garola).

«Il mio pensiero è sempre a Voi e a tutti i compaesani, e con affetto invio cordialissimi saluti a Voi e a tutti i Cittadini di Piossasco» (Ettore Todesco)

«Mi trovo molto vicino alla linea: con ciò si sta bene ugualmente e siamo protetti dalla nostra insuperabile aviazione». (Sergente Aldo Paviolo).

«Dalla tolda di ferro di questa sacra e orgogliosa nave invio i miei più sinceri saluti a tutti i miei compagni, che combattono per la giusta vittoria della nostra bella e cara Patria». (Fuochista Giovanni Fiora).

«Imponete colla vostra autorità davanti a Dio, che la gioventù si renda moralmente degna del sacrificio dei combattenti: è un combattente a nome di tutti i combattenti che ve lo chiede». (Cap. Marcello Pognante)

Militari piossaschesi dispersi in Russia: Giacomo Buttigliera, nato 1915, caduto sul fronte russo il 15 gennaio 1943; Duilio Cottino, nato 1920, fronte russo, 20 gennaio 1943; Domenico Ramassotto, alpino, nato 1918, Russia 17 gennaio 1943; Massimo Fiora, artigliere, 1915, fronte russo, 1° gennaio 1943. Il tenente Nicola Lorenzo, nato a Piossasco il 13 gennaio 1917, cadde in combattimento ad Amautovo (Russia) il 26 gennaio 1943. Non è disperso ma è sepolto in Russia.

 

Alfredo Merlin di Piossasco

Era guardia di Sua Maestà mandato in Russia nel ‘42 tornò congelato e invalido

Fino al giugno del 1946 erano le guardie di Sua Maestà il Re d’Italia, con la Repubblica questo corpo dei Carabinieri divenne la Guardia del Corpo del Presidente della Repubblica.
Alfredo Merlin, nato a Collegno il 28 marzo 1910, ma originario di Sauze di Cesana e Sestriere dove la sua famiglia allevava pecore e mucche e in autunno scendeva con il bestiame in una cascina di Collegno per fare i margari, è stato a Roma allievo corazziere della Guardia del corpo di Vittorio Emanuele III. Nel 1942 è stato mandato dal fascismo a combattere i sovietici nella disastrosa Campagna di Russia che provocò 95.000 tra caduti e dispersi nella tragica ritirata nell’inverno russo, durante la quale morì il piossaschese Tenente Lorenzo Nicola. I prigionieri italiani dei russi furono 70.000. Altri 10.000 rientrarono in Italia, tra questi lo scrittore Nuto Revelli.
Merlin tornò con una mano e i piedi congelati, sconvolto dall’orrore che aveva vissuto in quel tragico inverno e rimase invalido. Morì a Piossasco il 30 marzo 1966.

Alfredo Merlin (1910 – 1966) in una fotografia con elmo e sciabola scattata a Roma durante il suo servizio militare nelle Guardie del Corpo di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III. Sullo sfondo compaiono la Cupola della basilica di San Pietro e alcune rovine dell’antica Roma.

 

Il piossaschese Spartaco Dezani
dopo El Alamein fu deportato negli Usa

Furono due le battaglie combattute nel deserto egiziano di El Alamein (Due bandiere) durante la campagna d’Africa: la prima avvenne dal 1° al 27 luglio 1942, la seconda dal 23 ottobre al 5 novembre. L’Italia fascista era alleata con la Germania nazista contro l’Inghilterra. L’esercito tedesco e i reparti italiani erano comandati da Erwin Rommel (“la volpe del deserto”), gli inglesi da Bernard Montgomery (che era solito indossare un cappotto con cappuccio che in Italia prese il suo nome e divenne famoso).
La seconda battaglia fu disastrosa per i soldati italiani, molti dei quali morirono nel deserto, altri si ritirarono verso la Tunisia, moltissimi furono fatti prigionieri dagli inglesi e poi “ceduti” agli Stati Uniti contro i quali il fascismo aveva dichiarato guerra fin dall’11 dicembre 1941.
Furono circa 125.00 i soldati italiani portati con le navi negli Usa in numerosi campi di internamento militari sparsi nei vari States.
Tra questi militari vi era un soldato piossaschese, Spartaco Dezani, nato il 17 maggio 1921, carrista, prima militare a Vercelli e poi mandato nel Nord Africa.
Dezani rimase nel campo di Scotts Bluff nel Nebraska per 18 mesi. Arrivò in Italia a Napoli (da dove mandò una lettera alla famiglia) il 21 gennaio 1946.
La figlia Franca conserva anche una croce militare al merito che era stata conferita al padre dallo stesso Rommel per i meriti di guerra conseguiti nelle due battaglie di El Alamein. “Parlò raramente di questa onorificenza datagli dal comandante nazista e non se ne vantò mai. Mia mamma l’ha conservata in una scatola con il certificato firmato da Rommel”.
L’internamento negli Usa non è paragonabile a quello nei lager nazisti in Germania, Austria e Polonia. I militari lavoravano nelle fabbriche del luogo ed erano pagati come gli operai americani. Molti padroni delle fabbriche, quando i militari furono rimpatriati, promisero loro il posto di lavoro se fossero ritornati. Alcuni infatti ritornarono e sposarono donne americane e rimasero per sempre negli Usa.
Un’approfondita analisi di questo aspetto poco conosciuto della Seconda guerra mondiale si trova in “I prigionieri italiani negli Stati Uniti” di Flavio Giovanni Conti, ed. Il Mulino, Bologna.

Spartaco Dezani (1921 - 1971) militare a Vercelli come carrista.

 

Il primo dei soldati piossaschesi morto nella guerra dichiarata dal fascismo nel giugno del 1940 è stato Carlo Castagnero. Era nato a Piossasco alla Cascina Fernesa il 13 aprile 1918. Morì all'ospedale militare di Tripoli (Libia) l'11 novembre 1940. Era stato ricoverato il 7 novembre per un'infezione ad un occhio e per una meningite. Era lanciere nel Gruppo Sq. Mitraglieri "Aosta".
Il cognome è sbagliato per un errore di trascrizione e di stampa.
Ne diede allora notizia molto dettagliata il Vicario nel suo bollettino del dicembre 1940 con un testo che, in tempi di guerra e di censura fascista, è un capolavoro psicologico e nello stesso tempo religioso per l'elaborazione del lutto della madre.
Così scrisse don Fornelli.
"(...) ci giunge improvvisa la notizia che la morte stroncava una nuova vita nel fiore della giovinezza. E’ deceduto a Tripoli il soldato Castagneto Carlo d’anni 22, è il primo soldato di Piossasco che fa il suo più grande sacrificio, quello della vita, per la Patria, la quale certamente ne conserverà perpetua memoria e riconoscenza. La notizia è stata soprattutto dolorosa per la vedova madre, che in lui ha perso il più valido sostegno della famiglia. In lui ha visto spezzato il sogno delle sue più belle speranze. La notizia, comunicata a lei con tutte le delicatezze possibili, pure è stata una folgore che l’ha te. Grande conforto per una madre, sarebbe stato poter essere vicino, assisterlo fino all’ultimo. Questo non le è stato concesso, però sono confortevoli le notizie avute sulla morte del figlio, assistito dalle suore e dal sacerdote. Ricoverato all’Ospedale di Tripoli per un’infezione ad un occhio, fu tosto colpito da meningite, per questo decedeva il giorno 11 novembre scorso alle ore 10. Il cappellano il mattino dello stesso giorno gli amministrava i SS. Sacramenti abbracciando e confortando il caro soldato, che nel suo male andava ripetendo sovente il nome di sua Mamma (il caro nome che primo s’impara a dire e che per ultimo si ripete nella vita). Un suo intimo compagno d’armi, che manda particolari notizie, afferma che tutti lo amavano, perché era tanto buono con tutti, non nessun nemico e tutti, soldati e ufficiali, rimpiangono la sua scomparsa. Gli è stato fatto un bel funerale, gli rese gli onori un plotone armato del suo squadrone, gli furono offerti mazzi di fiori e corone. Se lo meritava per la sua bontà e per la sua fedeltà al servizio militare. Pareva che conoscesse il suo destino, perché agli amici diceva che egli non sarebbe più tornato in Italia, a casa, lo ripeteva quando lo colse il male, che in pochi giorni lo portò alla morte. Il suo nome sarà scritto fra i gloriosi che per la Patria si sono sacrificati, ma rimarrà nel nostro spirito; soprattutto ricordiamolo nelle nostre preghiere di suffragio. Il Signore dia a lui la gloria eterna. Alla sua famiglia, specialmente alla sconsolata mamma, la cristiana rassegnazione".

6 - Mons. Bernardino Caselli era un prelato di Sua Santità Pio XII, diplomatico a livello europeo, che parlava tedesco ed era zio di Olimpia e Cesarina Caselli. La testimonianza di Andruetto è confermata da Giorgio Camisasso, figlio di Alverio. Conferma che viene anche da Gianna Guerci, nipote delle Caselli, che viveva abitualmente con loro nella casa di piazza XX Settembre. Gianna precisa che le zie raccontavano di questa persona (tedesca o polacca, nell’esercito tedesco), incaricata di far saltare i ponti di Piossasco, che era poi stata nascosta nella loro soffitta mimetizzata.

 

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