Sangano e Bruino
Per non dimenticare

Sfollati alle Prese di Sangano con i loro ricordi

 

Alla famiglia Andruetto e al piccolo Sergio
ricordo fraterno da un vostro ospite
Stefano da Pantelleria 3 gennaio 1944

 

Lascio il mio ricordo lasciandovi
i più cari saluti a tutti - 30 maggio 1945
Falcone Donato arrivederci

 

Lascio questa mia con molto piacere delle due tote vicine
Elia Giai Merlera - Rosina Ruffino
arrivederci affezionatissimi saluti e auguri
Falcone Donato 30 maggio 1945

 

Ricordo alla Borgata Prese
di venti mesi trascorsi con armonia
Piero Amico

 

da sinistra Donato Falcone e Marcello Spesso

 

Da sinistra: Iolanda Andruetto, Donato Falcone, Elia Giai Merlera, Giacomo Andruetto, Sergio Andruetto, Alfredo Lorentini e Esterina Dovis

 

Da sinistra Alfredo Lorentini, Maria Andruetto, Renato Ruffino
Elia Giai Merlera, Sergio Andruetto, Esterina Dovis e Donato Falcone

 

Famiglia Andruetto

Prima di allontanare la nostra conoscenza vogliamo esprimere un piccolo commento dettato dai nostri due ospitanti. Dopo avere trascorso venti mesi a vostra casa ricordiamo ancora quel primo giorno che siamo giunti con voi e che ci siamo conosciuti.
In questo tempo abbiamo compreso il vostro rispetto che effettivamente avete mostrato verso di noi non so se noi verso di voialtri è stato sufficiente, durante questo periodo di tempo se abbiamo mancato in qualche cosa, scusate tanto, in qualche momento tutti si può sbagliare specialmente avendo qualche pensiero sulla testa.
Dopo avere passato giorni mesi e qualche anno con tanti vostri e nostri sacrifici abbiamo portato la salvezza della vita e piacere ai nostri di casa, ora è giunto il momento di salutarci, abbiamo tanto da ringraziarvi del vostro buon trattamento e rispetto e della gratitudine che avete avuto, come ci ripetiamo mille auguri e ringraziamenti a tutta la famiglia Andruetto.
Con distinta stima a tutti
Non ho altro, solo mi resta che inviare i nostri più cari ed affettuosi saluti, ed un forte abbraccio chi sempre vi ricorda.
Vostri affezionatissimi Lorentini Alfredo e Falcone Donato
Arrivedere a tutti
Un migliore saluto a tutti i nostri amici conosciuti in questo dato tempo, saluto e auguro a tutti ciao ciao
Lorentini Alfredo e Falcone Donato

 

Falcone Donato
Voglio ancora esprimere qualche parola, del tempo che abbiamo attraversato insieme a tutti gli amici, in mezzo a tutti questi ci sono state delle persone che anno partecipato ai miei interessi personali dove che io non li avevo chiamate, incominciando dalle due bande, “pranada” e “patracela” e inseguito la festa di Natale scrivendo le parole principali tanto per ricordarvi di quello avvenuto, ho fatto proprio delle magre figure per mezzo di tutta questa gente senza fare il nome tutti si ricordano però io facendo delle magre figure agli altri resto pentito invece gli altri non fanno caso dunque farà un po’ differenza.
Mi stanca a prolungare di tutte queste cose, indecente penna resta indimenticabile.
Falcone Donato ciao

 

I ricordi di Anna Gulielmino

 

Felice Versino 1920 - 1945

In questi giorni così carichi di spirito e sentimento patriottico vorrei dedicare qualche riga al ricordo di un ragazzo di Forno di Coazze, cugino di mio papà Isidoro, morto da partigiano il 27 aprile di settantadue anni fa a Torino.Il suo nome è Felice Versino, nato a borgata Prialli il 18 ottobre 1920, primogenito di papà Giuseppe e mamma Olga Guglielmino. La sua è una storia non diversa da molti altri giovani dell'epoca: chiamato alla armi in piena guerra e impegnato in alta Val Susa nel fronte contro la nemica Francia, dopo l'8 settembre 1943 ( più precisamente il 19/9), si unisce ad una delle bande partigiane che operavano in Val Sangone: la 43esima divisione autonoma Sergio De Vitis. Tutto andò bene fino al 27 aprile 1945 giorno della liberazione di Torino. Felice si trovava in città con altri partigiani di Forno (i fratelli Paolo e Natale Ruffino) e durante una fase di battaglia in zona Santa Rita, un'autoblinda tedesca in fuga lasciò partire una scarica di mitraglia che lo centrò in pieno stroncando la sua vita ad appena 24 anni. Quello che più mi interessa adesso è cercare di descrivere e trasmettere come hanno vissuto e cosa hanno provato i suoi famigliari in quei giorni dopo aver saputo della sua morte. Il 27 aprile 2015, come facevo di tanto in tanto, andai a trovare la sorella di Felice, Angiolina (classe 1925 e mancata il 1/2/2016). Angiolina era una donna forte e solare e discorrere con lei era un vero piacere. Quel giorno mi venne in mente che erano trascorsi esattamente 70 anni dall'uccisione di suo fratello. Glielo ricordai e lei cambiò immediatamente espressione......il suo volto, sempre sorridente, si fece triste, gli occhi lucidi e la voce roca....mi rispose: " Oh si....propri parei.....stantan fè". Cominciò così il suo ricordo di quei giorni (per comodità e facilità di comprensione scriverò in italiano anche se lei ovviamente parlava alla moda di Forno): " Si era sparsa la notizia della morte di uno di Forno ma nessuno sapeva chi.....in realtà purtroppo tutti sapevano di mio fratello ma nessuno aveva il coraggio di dircelo. Ci venne detto solo dopo una settimana quando mio padre Giuseppe, recatosi in una borgata sopra Prialli andò a chiedere notizie a gente lì riunita. Fu così che, dopo molte domande di mio padre, una donna inginocchiandosi davanti a lui e stringendogli forte le mani gli disse della morte di Felice. Io e mia mamma Olga eravamo a casa a Prialli e ad un certo punto sentimmo la voce di mio padre che gridava " ohhhh Felice!.....ohhhhh Felice". Arrivò correndo da noi e abbracciandoci forte ci disse che Felice non sarebbe più tornato a casa. Giorni dopo arrivò la lettera che ci comunicava ufficialmente della morte di Felice e che ancora io conservo. Furono resi tutti gli onori possibili a Felice ma questo ovviamente non serviva a riportarlo in vita e non leniva il nostro dolore. Quando fu finita la costruzione dell'Ossario (ora Cimitero di Guerra) mio padre andò subito a vedere dove avevano collocato la bara di Felice e questa era stata messa nell'ultima fila in alto.Mio padre parlò a Falzone e si può dire che gli ordinò di mettere la bara di suo figlio in basso in modo che potesse piangerlo e mettergli dei fiori senza dover tribolare. Falzone non parlò e acconsentì." Da allora sono due i momenti di commemorazione all'Ossario: uno a maggio e uno a novembre. Angiolina fino a quando la salute glielo ha permesso è sempre stata presente (accontentando anche il desiderio dei suoi genitori affinchè Felice non venisse dimenticato) e adesso che anche lei è "andata avanti" ci sono le sue figlie Rosanna e Franca Lussiana che la rappresentano. Un paio di anni fa alcuni alunni delle scolaresche di Coazze ebbero una lodevole iniziativa intitolata "ADOTTA UN PARTIGIANO" e una delle figure prescelte fu proprio Felice Versino. Raccolsero foto, testimonianze e poesie unite tutte in un piccolo fascicolo dedicato ad alcuni partigiani della zona. Me ne feci una copia e Angiolina mi disse, questa volta con il sorriso sulla bocca: " I soei cuntanta perchè mun frel apreu d stanten u est ancù arcurdà". Si cara Angiolina, tuo fratello, come altri giovani morti per la nostra libertà, non verrà scordato....e neanche tu sarai dimenticata tanto facilmente....puoi esserne fiera! Le foto che allego mi sono state date da Rosanna e Franca Lussiana, figlie di Angiolina e ritraggono lo zio Felice ( quello a mezzo busto e il primo a sinistra vicino al mulo), la lettera con la quale Falzone comunicava ai genitori Giuseppe e Olga della morte di Felice e i funerali di Felice e degli altri 4 partigiani morti a Santa Rita a Torino il 27/4/1945.

Anna Gulielmino

Forno di Coazze

 

Ossario Forno di Coazze 1945

 

Il commosso saluto di Giaveno a cinquantatre salme di patrioti
Il Cardinale benedice i Caduti
La sfilata nelle vie del paese - 18 eroi di cui non si conosce il nome.

Chi giungeva ieri mattina nei sobborghi di Giaveno aveva la subita impressione di trovarsi in un paese deserto: le prime strade erano silenziose, i portoni delle case erano serrati, le finestre chiuse, le serrande dei negozi abbassate, in segno di lutto. Poi, d'improvviso, nella piazza fulgida di sole, tra la chiesa parata di drappi purpurei e i vetusti torrioni striati di pietre grigie e cinti di edera, gli balzava agli occhi uno spettacolo imponente: tutto il popolo era il, silenzioso, commosso; brulicava all'intorno sino agli sbocchi delle vie, sotto i portici angusti, sui balconi, nelle terrazze. Nel centro, dinanzi ad un altare vivido di fiammelle, si scorgevano, chiare contro il bruno della terra, cinquantatre bare: sopra ognuna un nastro s'intrecciava ad un serto di fiori freschi. Ancora una volta Giaveno — cittadella del movimento partigiano piemontese — rendeva degne onoranze alle spoglie di eroici caduti con le armi in pugno contro gli oppressori nazifascisti. Assistevano alla pietosa cerimonia il Cardinale Arcivescovo, il presidente della Giunta regionale, il gen. Trabucchi, il vice-prefetto nonché numerose altre autorità italiane ed alleate. Erano pure presenti, a centinaia, patrioti della Val Chisone e della Val Sangone, giunti nella mattinata dalla città, dai borghi della pianura, scesi a gruppi dalle baite e dai villaggi alpestri — per accompagnare all'ultima dimora i fratelli di lotta. Terminata la messa, il Cardinale è avanzato tra le bare, le ha benedette, sostando a lungo in preghiera. Poi una solenne processione s'è svolta nelle vie centrali del paese. Dietro le associazioni religiose, le corone, gli stendardi, le bandiere dei cinque partiti, sono passate ad una ad una, lentamente, le bare, sorrette a spalla da alpini e da civili: e accanto ad ogni bara camminavano le madri le spose, le sorelle dei martiri, nascondendo tra i veli neri il viso rigato di pianto Sergio De Vitis... Giuseppe Costanzia di Costigliole... Giovanni Medici... Giorgio Galeazzo... Rinaldo Rosa... Molte donne al passaggio delle gloriose spoglie s'inginocchiavano singhiozzando. E gli uomini — mordendosi le labbra — s'irrigidivano sull'attenti. I bimbi, dalle braccia delle loro mamme, gettavano fiori. E altri fiori — tanti fiori — cadevano dalle finestre, venivano lanciati dai vani delle porte, dai ballatoi, dove, tra i gerani, apparivano sempre nuovi volti pallidi dall'emozione. Le campane suonavano a distesa. E nulla certo era più grandioso e più commovente di quella sfilata di morti, in strade strette, buie, affollate di umile popolo — nello sfondo delle grandi montagne già velate dalla dolce nebbia di settembre. — Abbiamo riesumato le salme da tutti i piccoli cimiteri della zona — ci ha detto un capo partigiano — e le tumuleremo definitivamente nell'ossario di Forno di Coazze. Alcune, per volere dei familiari, saranno Invece trasportate a Torino. — Le avete riconosciute tutte? — Purtroppo no. Diciotto ancora sono da identificare. Ci passavano dinanzi, infatti — in quello stesso Istante. Diciotto casse brune, fasciate da un tricolore, con una targhetta di metallo su cui spiccava una parola: «ignoto»... Ignoto tu. piccolo partigiano dai capelli biondi ritrovato supino sull'erba, con una gran rosa di sangue nel petto e gli occhi cerulei sbarrati verso il cielo: ignoto tu, vecchio partigiano, dai capelli grigi caduto riverso tra le rovine fumanti di una baita difesa sino all'ultima cartuccia: ignoto anche tu, martire trafitto ad un muro dalla scarica degli aguzzini, mentre con lo sguardo sereno, già trasumanato cercavi. tra monte e monte, il vasto piano ove tua madre, ignara, t'attendeva... Di questi eroi sconosciuti abbiamo poi scorto, a cerimonia ultimata, gli unici, labili ricordi terreni: un lembo di giacca, una cintura, un fazzoletto scarlatto, un pezzo di camicia grigioverde. Vicino a noi v'era una donna in lutto, che adagio adagio prendeva quel miseri resti di stoffa, li accarezzava, li portava alle labbra; e quasi a giustificare il suo atto, di tanto in tanto si volgeva e, mostrandoli ai presenti, mormorava con dolcezza «Vedete? Potrebbero essere del mio povero figlio...». Tra i valorosi caduti traslati da Giaveno a Torino vi sono pure due partigiani che provenivano dalle maestranze, del nostro giornale. Essi sono; Giovanni Maroncelli e Ugo Franco. Le salme hanno sostato nella notte nella scuola Pacchiotti, vegliate dal famigliari e da compagni di lavoro.

La Stampa – 9 settembre 1945

Sangano frazione di Bruino
Per non dimenticare

LA RESISTENZA IN VAL SANGONE
ASPETTI DI VITA PARTIGIANA NEL
TERRITORIO DI BRUINO

Bruino

Il comune di Bruino e quello di Sangano furono riuniti per Regio decreto nell'unico comune di Bruino il 1° marzo 1928, arrivando così a contare 1.142 abitanti. Nel censimento ufficiale del 21 aprile 1936 il paese contava 1.138 abitanti, di cui 715 a Bruino e 423 nella frazione di Sangano. Alla fine del 1945 si registravano 1.151 abitanti residenti. Sostanzialmente si può sostenere che in venti anni la popolazione residente rimase stabile. Sangano tornerà ad essere comune autonomo il 16 marzo 1956, come si evince dalla "Gazzetta Ufficiale" del 9 maggio 1956.
Anche Bruino fu teatro degli eventi che caratterizzarono il periodo resistenziale. Nei giorni successivi all'armistizio i fratelli Franco e Giulio Nicoletta trovarono ospitalità a Bruino, presso la casa di Piero P., il quale aveva già dato rifugio a quattro ex prigionieri inglesi fuggiti dai vicini campi di concentramento.

I giovani di Bruino si rivolgevano a noi per sapere cosa fare. Gli inglesi, invece, volevano star nascosti sino all'arrivo degli Alleati, che secondo loro era imminente. Mio fratello ed io parlavamo e cercavamo di capire che cosa si poteva fare, che cosa era meglio. Abbiamo cominciato così ad essere partigiani, a pensare e decidere in modo autonomo.

Sebbene nei primi mesi del 1944 fosse stata sancita la pena di morte per i renitenti che non si presentavano alla chiamata alle armi della Rsi, a Bruino nessuno rispose a quell'appello; al contrario, molti giovani delle leve 1924 e 1925 salirono in montagna a combattere nelle formazioni partigiane. Già nei primissimi giorni Giovanni V., Ugo S., Gino R. e Cesare B., tutti di Bruino, si ritrovarono così nella banda A. Catania, comandata dal "Rossi" (nome di battaglia di Fausto Gavazzeni).
Il 12 giugno 1944 si tenne alle porte di Coazze una riunione tra i capi partigiani della valle. Già da qualche tempo si era fatta strada l'esigenza di unificare le varie bande sotto un unico comando. Le bande avevano sempre agito in modo autonomo e senza coordinamento, diminuendo in taluni casi l'efficacia delle proprie azioni. Il collegamento tra il Cln di Giaveno e le forze partigiane sul campo risultava difficile a causa delle difficoltà a interfacciarsi con i vari capi banda.
In quella riunione, che durò l'intera giornata, si sancì la nuova struttura organizzativa del movimento resistenziale della valle. Le bande dei primi mesi diventavano la Brigata Autonoma Val Sangone, con un comando unico e rappresentativo, che fu affidato a Giulio Nicoletta. Le formazioni che ne facevano parte erano cinque: la banda "Sergio", comandata da Sergio De Vitis, la "Frico", comandata da Federico Tallarico, la "Carlo Carli", comandata da Eugenio Fassino, la "Campana", con a capo Felice Corderò di Pamparato, e la "Nino-Carlo", comandata da Nino Criscuolo e Carlo Asteggiano. Il comandante Giulio Nicoletta piuttosto frequentemente si fermava a dormire nottetempo nella casa di Piero P., a Bruino, in tutta segretezza e con la complicità degli abitanti del borgo storico, i quali non tradirono mai il loro concittadino. Risultò particolarmente interessante, per Bruino, la figura di Piero P., che nei venti mesi della Resistenza svolse attività di basista e di coordinatore tra il paese e l'attività partigiana. Numerosi sono i documenti controfirmati da P. che riguardano le derrate alimentari consegnate ai partigiani della De Vitis. Fu membro del Cln di Bruino (Partito d’azione) insieme a Giuseppe T. (Partito socialista), che esercitava la carica di presidente, Luigi L. (Democrazia cristiana), Massimo R. (Partito comunista) e Piero M. (Partito liberale).
Dopo la Liberazione, il 27 aprile 1945 il comitato si sarebbe riunito il 4 maggio 1945 avrebbe comunicato tramite lettera al Cln di aver preso possesso dell’amministrazione del Municipio di Bruino, nominando alle principali cariche le seguenti persone: Sindaco: Giuseppe Nizia (Partito comunista); Vice sindaco per Bruino Capoluogo : Nazareno Carosso (Partito liberale) e vice sindaco per la frazione di Sangano: Michele Maletto (Democrazia cristiana).
Anche gli abitanti di Bruino, nei venti mesi che caratterizzarono la lotta resistenziale, dovettero fare i conti con gli orrori che la guerra in corso provocava.
Numerosi furono gli episodi avvenuti nel territorio comunale, alcuni più eclatanti (l’attacco alla polveriera di Sangano, l’uccisione di quattro ufficiali tedeschi e il mitragliamento del trenino tra Bruino e Sangano), altri meno importanti per la cronaca, ma che rimasero impressi in modo indelebile nelle menti degli individui che li vissero in prima persona. Molteplici sono i racconti e le testimonianze, che insieme all'ampia bibliografia, tracciano il quadro degli eventi.

La cascina Dalmasso

Nell'azione del 26 giugno sul ponte del Sangone era presente anche Giacobbe Matteo Prade (nome di battaglia "Giaco"), partigiano di Bruino appartenente alla banda "Campana", che insieme a Carmelo Fiandaca (soprannominato "Carmelo il boia") riparò e si nascose nella cascina Dalmasso a Bruino, dalla fidanzata Celestina, che divenne in seguito sua moglie. La cascina fu la stessa che fu usata nel periodo della "pianurizzazione", come nascondiglio di armi e munizioni e dove si trovarono a passare, tornando da Torino qualche giorno dopo la liberazione, Giulio Nicoletta, Giuseppe Falzone ed Eugenio Fassino, appena liberato dal carcere in cui era rinchiuso.

Eravamo qualche giorno dopo la liberazione e ci trovavamo sul ciglio della strada di fronte alla cascina Dalmasso abitata dalla famiglia Germena, quando tutto a un tratto, sopraggiunse un'autocolonna tedesca sbandata e in fuga. Alcuni di noi si nascosero nel fosso al lato della strada, altri nel cortile della cascina dietro agli alberi: Carmelo il boia prese il fucile-mitragliatore che portava sempre a tracollo e lo puntò verso la colonna tedesca pronto a fare fuoco. Giaco lo fermò prontamente e gli intimò di non sparare, evitando così di mettere a repentaglio le loro vite e quelle degli abitanti la cascina. Carmelo non ci pensava mai due volte prima di sparare.

 

Tratto dal libro: La Principessa diventata Regina

« Erano appunto gli ultimi mesi di guerra, » continua nel racconto nonna Emma, « la sentivamo ormai alle porte, fascisti che razzolavano ovunque, con superbia e prepotenza. Allo stesso tempo partigiani, malvestiti ed altrettanto male armati si aggiravano per i boschi. Era sempre molto pericoloso muoversi, ma certamente l’emergenza in corso con suor Maddalena ci obbligava al rischio. Buttigliera era proprio dietro la collina, poi due suore e quindi… Andammo di corsa, ma sorpassata la collinetta, nel bosco adiacente, vedemmo dei movimenti strani, suor Mafalda allora si mise a ridere nel modo più rumoroso possibile e da dietro a dei cespugli uscirono sei persone, ragazzini, armati, che vedendoci cosi allegre capirono che non eravamo pericolose. Abbassarono le armi e si avvicinarono a noi. Era un gruppo di partigiani, a controllo della strada, per bloccare eventuali pattugliamenti fascisti, perché da qualche giorno si era stabilita a Reano, in una casa nascosta nei boschi, tutto il quartier generale della brigata comandata dal comandante Nicoletta e la brigata di Fassino, così chiamata anche se il suo comandante Genio Fassino era già stato incarcerato nelle carceri Nuove di Torino, ma il carisma rimase tale per cui i suoi uomini restarono sempre gli uomini di Fassino. La riunione era stata indetta per decidere appunto la strategia finale della conquista e liberazione di Torino. I sei partigiani che avevamo di fronte erano tutti ragazzini poco più grandicelli di me, il mitra a spalla, sembrava più un giocattolo e le scarpe erano rotte, riparate con materiale di fortuna, vuoi del fil di ferro, vuoi con pezzi di stoppa, per aggiustare le falle più grosse. Alla loro domanda perché eravamo lì, suor Mafalda che faceva da portavoce e capogruppo, raccontò loro la storia di suor Maddalena e della necessità dei soccorsi, così ci fecero passare, anzi due di loro ci furono messi a scorta nascosta, cioè ci seguivano a qualche decina di metri dietro, senza farsi vedere troppo, per proteggere la nostra incolumità, ma io ero certa che con suor Mafalda, erano loro ad essere protetti da noi. Ero felice, perché nel gruppetto di accompagnatori, avevo visto un ragazzo, molto bello, alto, con tante lentiggini sulle guance, come le tue Vittoria »
La nonna mi accarezzò le guance e io dissi: « Come le mie? »
« Sì, aveva anche i capelli rossicci, ma erano un tantino sporchi, che sembravano castani, coperti con un berretto di lana…grigio o forse di altro colore, quando era nuovo, occhi profondi celesti, che mi hanno colpita dal primo sguardo, uno sguardo che trasmetteva, sì tristezza, per cose orribili viste, ma che la giovinezza voleva riscattare. Anche lui era stato sicuramente colpito dalla mia giovane età e dal vestito portato. Quel ragazzino non ancora diciannovenne, con una sigaretta in bocca ed il mitra a spalla, due bombe a mano ed una pistola appese alla cintola, con le scarpe rotte, ma con tanta voglia di vivere era tuo nonno, Lucio Amprino »
« Il nonno… è così che l’hai conosciuto? »

Dal libro:
La Principessa diventata Regina
Claudio Cantore
Editore: La Riflessione, 2010

 

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