Sangano
Renato Sclarandi

1919 — 1944
Alla morte di un uomo si rivelano la sue opere (Eccl. 11,27)

 

.....di lassù continua a pregare per noi

nato a Torino il 30 gennaio 1919 deceduto per tragico incidente a Hammerstein (Germania) il 22 aprile 1944

"non importa che la vita sia breve, importa ch'essa sia spesa bene"

Il nuovo anno mi riporti a casa, vicino alla mamma e a tutte le persone care, ma soprattutto al Cuor di Gesù e al Cuor di Maria".
Così, nel campo di concentramento di Przemyls, in Polonia, aveva scritto Renato Sclarandi nel suo diario la sera del 31 dicembre 1943.
Tornare a casa: il più ardente desiderio e la preghiera d'ogni giorno, come poteva esprimerli un credente della sua forza: "Il Re d'amore avrà pietà di me? Affretterà il mio ritorno? Continuo a pregare perché sia così, ma sono pronto a sottomettere questo ardente desiderio alla volontà di Dio" (Diario di Renato Sclarandi, Przemyls, 30 ottobre 1943).
Il 13 gennaio 1944 fu trasferito al campo di Hammerstein in Pomerania, terzo luogo di internamento per lui, dopo Lockenwalde e Przemyls, quasi a metà strada tra Stettino e Danzica. La morte venne come un ladro la sera del 22 aprile; assurda e ingiustificabile. Le testimonianze:
"Quando non aveva altri impegni passava le sue ore vicino ai malati dell'infermeria, cercando di accontentarli per quanto possibile nei loro piccoli desideri; oppure conversava a lungo con quanti più apparivano scorati, bisognosi di incitamento e di conforto ..." (on. Roberto Lucifredi, compagno di prigionia).
"Quando nel pomeriggio del suo ultimo giorno di vita terrena fu da me in baracca e s'intrattenne a colloquio per oltre un'ora e mezza, in una conversazione che ha assunto tutto il valore di un testamento spirituale, compresi la ragione per cui questo giovane poco più che ventenne esercitava un tal fascino e aveva tanto ascendente su persone più anziane di lui, esperte della vita e più elevate di grado.

 

foto di gruppo a San Bernardino Borgo San Paolo la parrocchia di Renato

Era un atleta dello spirito..." (avv. Gianni Oberto, ex presidente Provincia di Torino, compagno di prigionia).
"La vigilia della morte, ebbe con me un colloquio che fu anche il più importante di tutti. Quella sera l'incontro durò oltre un'ora... Parlò di sé, dei suoi progetti, della mamma, papà, fratello lontani. E concluse il colloquio con questa dichiarazione che mai si cancellerà dalla mia mente: "Don Mario, non so se potrò ritornare a casa. Ma se dovessi morire in prigionia, ti assicuro che non ho nessun rancore contro i tedeschi, perché li ho perdonati." Presentiva quello che gli sarebbe capitato il giorno dopo? (don Mario Besnate, salesiano, cappellano).
22 aprile, ore 18: Renato uscì per recarsi nel campo accanto, con il suo regolare permesso tedesco per il passaggio; doveva portare le ostie per la messa e visitare in infermeria il suo attendente e fraterno amico Zanin, ammalato.
Aveva un permesso speciale per passare nel campo vicino, dove c'erano l'infermeria e la cappella, per aiutare il cappellano nelle sue funzioni. Raccontano due compagni:
"Curcelli stava guardando fuori dalla finestra della baracca: ...Fuori non c'era nessuno, tranne la sentinella tedesca che passeggiava su e giù per la strada e il soldato italiano di guardia al cavallo di frisia. Curcelli sta guardando proprio da quella parte quando vede un sottotenente degli alpini che, avvolto nella mantella, si dirige con passo sicuro verso il soldato al quale mostra un foglio. Il soldato fa un cenno di assenso e sposta l'ostacolo per far passare l'alpino che ora dirige verso la sentinella tedesca. Questi non guarda neppure il lasciapassare; lo afferra, lo straccia gettandolo a terra con rabbia, quindi grida qualche cosa all'ufficiale che si volta per tornare indietro; ha fatto solo pochi passi quando risuona, secco, un colpo di fucile.
Colpito alla spalla l'alpino stramazza al suolo. Curcelli lo vede alzare un braccio che ricade a terra inerte; il corpo del giovane giace immobile in mezzo alla strada, mentre la sentinella tiene ancora puntato il fucile su di lui" (testimonianza di Marcello Lucini e Giuseppe Crescimbeni - pp. 55-56 dell'opuscolo Renato, breve storia di un giovane dedicata agli alunni delle scuole elementari - Torino 1994).

 

E' arrivato Renato (a destra)

"C'era soltanto una strada da attraversare, per passare dall'uscita del campo all'ingresso dell'infermeria, non più di trenta metri. Renato si presentò all'uscita, trasse il permesso lo mostrò alla sentinella che si trovava a una ventina di passi, facendo cenno di volersi recare all'infermeria. Era di sentinella un bruto, che poco prima aveva sparato su un gruppo di prigionieri russi e poi si era messo a far giochi di acrobazia con la baionetta divertendosi a lanciarla per aria per poi afferrarla al volo. Chiamò Renato a sé, prese il permesso che egli teneva e, senza neppure degnarlo di uno sguardo, lo fece in quattro pezzi che cacciò al vento, indi, urlandogli male parole, gli ingiunse di rientrare immediatamente nel campo.
Sorpreso, ma disciplinato, Sclarandi ubbidì, fece dietrofront e tornò sui suoi passi; la sentinella lo seguì con lo sguardo, lo lasciò giungere fino all'ingresso del campo, poi alzò il fucile e sparò; colpito alla schiena, Renato alzò in aria il braccio, fece un mezzo giro su se stesso, cadde al suolo esanime" (Roberto Lucifredi, op. cit., p. 57).

 

Renato 16 anni, in famiglia (a destra)

"Era di sentinella un tedesco che per le sue pazzie era stato degradato da sottufficiale a semplice soldato. Egli aveva veduto che un russo e un italiano, alla ritirata, si scambiavano sigarette con sapone. Sparò al russo uccidendolo. Poi diresse l'arma contro l'italiano che riuscì a ripararsi dietro una baracca e così si salvò. Ma il tedesco divenne furibondo. Sventuratamente Renato si presentò al cancello con il lasciapassare. Era scritto da una parte in italiano, dall'altra in tedesco. Egli lo presentò dalla parte scritta in italiano. Il milite urlò: 'Nicht gutt!' Renato fece per rientrare e l'altro gli sparò a bruciapelo alle spalle.
Quando corsi vicino a lui, pochi secondi dopo, era agli ultimi istanti di vita" (testimonianza di don Mario Besnate, op. cit., p. 58).
Il giorno dopo, quando gli ufficiali si recarono a prendere il rancio, qualcuno aveva tracciato sulla sabbia, nel posto dove era caduto Renato, una croce.
Ognuno passando davanti a quella croce, salutò militarmente.
Fu sepolto nel vicino cimitero dello stalag II B e ricevette dai tedeschi stessi gli onori militari: picchetto armato sull'attenti, salve di spari in aria. "Parteciparono ai funerali venti amici: il doppio del numero consentito agli altri morti" (don Mario Besnate). "Quando il Signore gradisce la condotta dell'uomo, gli riconcilia persino i suoi nemici" (Sap. 16,7).
Renato tornò in Italia nel luglio 1957, tredici anni dopo.

 

Renato a Valsalice, tra professori e studenti

La bara sostò tre giorni nella sede della associazione di Azione Cattolica "Rerum Novarum" della parrocchia di San Bernardino in borgo San Paolo, dove era stato presidente dei giovani.
Il 31 luglio, dopo una solenne cerimonia nel cortile dell'oratorio, Renato ritornò, a riposare per sempre, nella tomba di famiglia, a Sangano, dove il padre nel 1928 aveva acquistato la casa di campagna.

 

La tomba di famiglia

La tomba di famiglia a Sangano

Attorno alla bara si ritrovarono i tanti amici dell'Azione Cattolica parrocchiale che rievocavano le adunanze settimanali, i consigli di presidenza con i delegati degli "aspiranti" e degli "effettivi" dei quali era stato responsabile e formatore. Convennero gli amici delle altre parrocchie cittadine e della diocesi torinese, compagni di prigionia, compagni di scuola del Valsalice e dell'università
Ricordi e testimonianze mettono in evidenza due aspetti soprattutto della sua figura: l'entusiasta organizzatore e formatore di giovani, esponente dell'Azione Cattolica torinese con Carlo Carretto, allora presidente diocesano, e Luigi Gedda, dei quali fu amico e collaboratore; il credente che non ostenta, ma non nasconde la sua fede, e raccoglie stima e ammirazione negli ambienti che frequenta: organizzatore, in tutti i campi in cui fu internato, del rosario nelle baracche, di conferenze su temi religiosi, sulla necessità di farsi una cultura, sulla figura dell'Alpino, anche davanti agli ufficiali e a 250 compagni di prigionia; aiutante del cappellano nel suo servizio, traduttore della messa in lingua italiana per le celebrazioni domenicali.
Riportiamo, sintetizzandole, due testimonianze che riteniamo le più belle.

 

Sul carretto con gli amici

Quella sera aspettavamo Renato, dopo cena, per il consiglio di presidenza... Lo vedemmo arrivare con un ritardo insolito e ci colpì la sua faccia oscura, tristissima... ci guardò un poco poi, di colpo, si mise a piangere... Si calmò un poco e ci spiegò: "Ho attraversato il borgo per venire. Ma questa volta l'ho guardato con occhi più attenti. Vie, cortili, giardini pieni di ragazzi e di giovani che non conosciamo e non ci conoscono. Molti sperduti, infelici, soli. E nessuno si cura di loro..."
Discutemmo a lungo e... fu una decisione coraggiosa, così almeno ci sembrò. Con una lettera amichevole invitammo per una serata di festa, nei nostri vecchi locali, i giovani e i ragazzi della "mala" del borgo e scegliemmo per quella festa - inaudito - la sera del Venerdì Santo, perché era l'unica in cui tutti i cine e le sale da ballo chiudevano e loro restavano a spasso...
Non fu un trionfo. Ma la sera in cui Cristo muore in croce, i frati del vicino convento, esterrefatti, sentirono il profumo di una stupenda "bagna cauda" e... infine udirono (immaginate l'effetto delle generose bottiglie della cantina Sclarandi), dei magnifici cori di montagna, su cui spiccava con acuti tirolesi, la voce gradevole del capo-mala, per una volta tanto amico nostro...
Un'Azione Cattolica di giovani entusiasti, ben più che ripetitori di sermoncini concordati; tutt'altra cosa che allenatori di ragazzini, venditori di bibite, chitarristi e batteristi... per animare; facevano apostolato più che animazione1.
Ricordo Renato nel periodo che sostò a Merano, sei mesi come sergente, prima di diventare ufficiale alpino. Un venerdì busso alla porta della mia camera a Maia Alta di Merano. Veniva tutte le sere con un gruppo di sergenti... Quella sera era solo.

Che c'è Renato?
Cappellano, vorrei fare la Comunione
Ma sono le sei di sera.
Lo so, non ho mangiato tutta la giornata (allora per la Comunione era richiesto il digiuno). Oggi è il primo venerdì del mese, rincresceva tralasciarla...

Era stato digiuno tutto il giorno, io lo sapevo, era cominciato alle 4,30 con la ginnastica all'aperto, la marcia in Val Passiria...)
Il settimanale "Famiglia Cristiana", sul n. 22 del 1° giugno 1994 pubblica un articolo di Alberto Chiara su Renato Sclarandi. Arrivano lettere:
"Ho letto con profonda emozione sul n. 22 il ritratto di Renato Sclarandi... Io sono stato con lui in quel lager, e prima a Prezmyls. Ricordo e rivivo lo sgomento che pervase allora tutti noi internati per il suo assassinio. Veniva spesso a far visita nella baracca. Aveva per tutti una parola di conforto, di incoraggiamento. Durante una di quelle visite, poco prima di morire, mi si era avvicinato mentre ero intento a scalfire con un chiodo la mia gavetta... Renato lodò e ammirò le incisioni, i disegni, chiedendomi di in¬cidere anche la sua. Non ebbe tempo, poi, di consegnarmela...
Sempre mi porto nel cuore questa sua richiesta generosa"
(Angelo Geronazzo - Fener (Bl) - ex Ten. Alpini - Btg. Susa - Val Dora).
"Avete piantato sul giornale una bandiera bellissima: il viso e il ricordo di Renato Sclarandi"
scrive un altro lettore. Ha conosciuto Renato a Torino sul finire degli anni trenta, quando il futuro fratel Carlo Carretto vi dirigeva i giovani di A.C. Il lettore aveva preso parte a un convegno giovanile, dove Sclarandi, chiacchierò con i ragazzi. "I santi devono essere proprio così..." pensò, e si propose di invitarlo al suo paese per riascoltarlo. "Invece, ecco quando e come l'ho rivisto: quasi 60 anni dopo, su un numero di 'Famiglia Cristiana', da cui non mi separerò più".
Scrivono da Bolzano, Chieti, Pinerolo.
Il sindacalista Carlo Borra, che lo conobbe ai tempi della militanza nell'A.C, quando Sclarandi era dirigente diocesano e lui dirigente locale, invia una foto scattata l'8 settembre a Pinerolo: ci sono Sclarandi e Carlo Carretto, in divisa, e due luminose figure di preti: don Barra e il cappellano dell' Onarmo don Guglielmino; forse l'ultima foto.

 

Renato parla ai giovani

Da Chieti arriva la testimonianza dell'ex sottotenente Carlo Cavorso, che aggiunge un particolare sulla morte di Sclarandi:
Don Mario (il cappellano) all'uscita del blocco attendeva l'esito del colloquio tra Sclarandi e la sentinella, perché fosse consentita l'uscita nonostante la scadenza dell'Aussweiss, e appena udito il colpo di fucile sparato alle spalle e a pochi metri, visto cadere il povero Sclarandi, uscì dal blocco tenendo in alto una piccola croce di legno, correva verso il corpo ormai morente per portare il conforto della fede cristiana.
E torna a scrivere l'ex sottotenente Angelo Geronazzo da Fener presso Bolzano:
Vi ringrazio di aver pubblicato la mia lettera... in relazione alla quale ho potuto aver contatti che mai avrei immaginato con alpini del "Susa" e del "Valdora"... Evidentemente anche da lassù il buon Renato mi ha fatto un favore.
Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere (Eccl. 11,27).
Il cav. Bruno Pallard, per 15 anni sindaco di Giaveno, fu compagno di Renato al 3° Alpini di Pinerolo, sul treno dei deportati, e con lui, nella stessa baracca nei campi di Prizmjls e di Hammrstein. Con un certo Laverdini ebbe il privilegio di essere confidente e intimo amico, fu testimone della morte.
Subito dopo lo sparo si precipitò fuori della baracca, appena Renato spirò, inzuppò un po' di cotone idrofilo nel sangue con l'intenzione di consegnare la reliquia alla madre; ritornato di corsa nella baracca, fece in tempo ad appropriarsi del cucchiaio, prima che altri avessero la stessa idea. Non potè recapitarli alla madre perché furono persi durante un incendio.
Conferma la veridicità delle testimonianze di Luci e Crescimbeni, contesta su qualche punto quella del cappellano.
Sclarandi non presentò alla sentinella il lasciapassare dalla parte scritta in italiano. Se anche l'avesse fatto non sarebbe stato determinante. La sentinella non disse che il documento non andava bene; semplicemente lo strappò senza guardarlo.
Esclusi i pochi istanti che seguirono lo sparo, nessuno potè mai raggiungere il luogo della morte e quindi nessuno potè tracciare sul suolo una croce; recandosi al rancio nessuno salutò militarmente per rendere omaggio all'amico, per il semplice motivo che nessuno poteva passare in quel luogo tranne il cappellano e Sclarandi.

 

Vero invece che l'episodio della morte colpì tutti, anche i soldati tedeschi.
Al funerale fu autorizzata eccezionalmente la partecipazione di 20 persone. Già, ma gli ufficiali delle baracche erano 2800 e nessuno voleva essere escluso: si dovette fare una scelta: pochi per ogni grado. Nessuno si oppose alla partecipazione di Pallard, che non fu messo a sorteggio, per riguardo all'amicizia che lo legava a Sclarandi. Accompagnarono il carro con la salma (un carro addetto al trasporto delle patate). Al ritorno si accorsero di essere senza scorta tedesca. I soldati si erano gettati in un fosso per raccattare alcune patate cadute dal carro. Pallard fa conoscere due particolari inediti dell'amico.
Renato stava preparando un gruppo di futuri dirigenti dell'Azione Cattolica Italiana, perlopiù docenti universitari, che avrebbero dovuto, dopo la prigionia, ricostruire in Italia la nuova Azione Cattolica. Nelle baracche, nonostante che don Besnate ancora recentemente l'abbia smentito, Sclarandi, secondo lui, portava la comunione: aveva con sé una "teca" che Pallard vide alcune volte.
Qualcuno lo chiamò "chierico" perché stava sempre col cappellano; la maggioranza lo considerava per quello che era. Per tutti era un santo, non fosse altro perché era riuscito a far recitare il rosario a 2800 ufficiali e perché occupava tutto il giorno a visitare gli ammalati, a organizzare le funzioni liturgiche.
Insiste perché non vada dimenticato l'episodio più toccante e rivelatore della personalità dell'amico: il dono di un pezzo di pane, che custodiva gelosamente, a un bambino russo affamato. Non a un bambino ebreo come riferisce una testimonianza.
Gli ebrei erano dei perseguitati; i russi erano dei nemici.

 

Carlin e altri 3 amici, la vigilia della partenza per la guerra

A una stazione il treno che li porta al campo di prigionia ne incrocia uno dei deportati russi: vecchi, donne, bambini. Un bambino si avvicina al loro treno e porge la mano
"Renato aveva un pezzo di pane nascosto. Si sporge e glielo dà. Il bimbo corre alla vettura dalla quale era sceso.
Da quel vagone scesero tutti a ringraziare: avevano dei semi di zucca e li divisero con gli amici del donatore.
Quando calò la sera, i russi cantavano le loro nenie religiose. Quanta nostalgia... per loro e per noi".
Splende ai giusti qual luce in mezzo al buio chi è benigno, misericorde e giusto (Ps. 112, 4).
I bei fieui van fé '1 soldà, i macaco resto a ca'
cantavano già nel Settecento i giovani di leva.

 

Il cimitero del campo di Hammerstein

Sul corpo restituito , fiori e una croce

Renato è tornato fra i suoi, nel "suo" cortile...

Ancora pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale, al compier dei 18 anni, i giovanotti ereditavano dai nonni e dai padri il repertorio di canzoni celebrative della naja. I mesi trascorsi in caserma rimanevano indelebili nella memoria: un'esperienza esaltante, tanto che non c'è quasi domenica dell'anno nella quale non si celebri nei raduni di "ex", il "revival" dei bei tempi, con i rituali intoccabili dell' "adunata - attenti – riposo – rancio - messa al campo" e perfino preghiera, con qualche piccolo ritocco, per i gloriosi battaglioni in armi e le mamme e spose lontane.
La Seconda guerra mondiale ha dato un piccolo contributo a diversificare, quanto meno, i gusti; non è più disfattismo auspicare che la naja, anziché addestramento all'uso delle armi, sia servizio utile alla comunità; o addirittura optare per l'obiezione di coscienza.
Oggi si può fare servizio militare e al tempo stesso essere "operatori di pace". In un mondo che rifiuta ogni norma, operare disarmati per la pace può anche comportare il rischio della vita...

Renato fra i ragazzi: una fontana di gioia

Renato fra i suoi collaboratori

Piero e Renato fratelli

Renato con Carlo Carretto

Renato e il "suo" soldato

Ama la solitudine e il raccoglimento

...in alto con i suoi, sempre.

 

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa - Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996.

Dal libro:
RENATO
breve storia di un giovane dedicata
agli alunni della scuola elementare

"RENATO SCLARANDI"
di Torino

 

Gruppo Alpini - Associazione ex Combattenti
Anno 1991

anno 1991

 

 

Il 1991 non è stato privo di significativi appuntamenti per il Gruppo Alpini e l'Associazione Combattenti e Reduci.
Il 7 luglio numerosi ex combattenti hanno partecipato con la sezione A.N.A. al raduno annuale organizzato a Cervinia per celebrare le gesta del battaglione degli Alpini Monte Cervino e per ricordare tutti i caduti.
Il 15 settembre ha poi avuto luogo, in occasione del decimo anniversario della fondazione del Gruppo Alpini di Sangano, la intitolazione della sede (che è in comune con l'Associazione Combattenti) ad una prestigiosa figura di Alpino e combattente." il sottotenente Renato Sclarandi. La manifestazione si è aperta con una sfilata di alpini, ex combattenti e popolazione che, preceduta dalla Banda Musicale e da 24 gagliardetti, ha percorso le vie del paese facendo tappa nella piazza ed al Cimitero per la deposizione di corone d'alloro presso le lapidi dei Caduti. Ultimata la sfilata nella piazza della Chiesa, la manifestazione ha vissuto il suo momento culminante con lo scoprimento e la benedizione di una targa marmorea intestata al sottotenente Renato Sclarandi ucciso in un campo di concentramento nazista dopo essersi prodigato al di là di ogni limite per alleviare le sofferenze dei compagni di prigionia. Nella piazza della Chiesa, sul palco, il Capo Gruppo degli Alpini Gianni Gino ha ricordato brevemente la storia del Gruppo stesso, dalla sua fondazione ai giorni nostri, mentre la figura del Caduto è stata commemorata dal fratello Piero, ex Ufficiale Partigiano.
Un consigliere della sezione A. N.A. di Torino, Dino Fenoglio, ha recato alla cerimonia il saluto del Presidente Aw. Scagno e l'ex Sindaco di Giaveno Bruno Pallard, ufficiale degli Alpini e compagno, di prigionia di Renato Sclarandi, ha fornito una commovente testimonianza del periodo di prigionia e della tragica morte del Caduto. Ha concluso la serie degli interventi il Sindaco di Sangano Aldo Maritano che ha voluto sottolineare a tutti gli interessati e soprattutto agli alunni delle scuole presenti l'insegnamento di altruismo e di spirito di sacrificio lasciato da Renato Sclarandi. La S. Messa in suffragio di tutti i caduti celebrata presso la Pagoda dal Parroco Don Angelo Arisio ha concluso la toccante manifestazione.
Piero Sclarandi

Renato Sclarandi oggi sarebbe novantenne

Ricorre questo mese il novantesimo anniversario della nascita di Renato Sclarandi, testimone della fede genuina ed eroica, la cui vita terminò tragicamente nel campo nazista di Hammerstein in Polonia. Renato Sclarandi nacque il 30 gennaio 1919 a Torino, fu allievo del ginnasio San Giovanni di Torino, del liceo di Valsalice e fu coordinatore nell’Azione Cattolica. Amava la bicicletta e la montagna, gli piaceva stare fra la gente e i giovani. Nel 1941, fu chiamato alle armi negli alpini, con il grado di sottotenente, ma la vita militare e le sue regole, non attenuarono la sua fede. Uno dei suoi impegni fu quello trovare i soldati che provenivano dall'Azione Cattolica per cercare con loro il modo di vivere da cristiani la vita militare. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, fatto prigioniero, fu deportato come tanti soldati italiani, nel campo nazista di Luckenwalde in Germania e successivamente venne trasferito in Polonia. Non cedette allo sconforto, iniziò a scrivere un diario, continuando il suo apostolato fra i compagni di prigionia, fornendo a ciascuno un fraterno calore di solidarietà e un po' di conforto. Era l'angelo del lager, era conosciuto da tutti perché era un esempio di vita per tutti. Traduceva dal latino le letture sacre e recitava il rosario con gli altri prigionieri. Numerosissimi sono gli episodi che testimoniano la sua fede. Il 22 aprile 1944, per portare conforto ad un prigioniero ammalato nel campo di Hammerstein in Polonia, presentò alla sentinella tedesca il lasciapassare. Il soldato lo stracciò senza nemmeno guardarlo, urlandogli di rientrare subito nella sua baracca. Renato Sclarandi si girò per obbedire e il soldato, che era stato degradato da sottufficiale a soldato semplice a causa di precedenti pazzie commesse gli sparò a bruciapelo alle spalle. Fu sepolto nel cimitero del campo e solo nel 1957, per la tenacia e la costanza dei genitori, la sua salma fece ritorno in Italia e venne composta nella tomba di famiglia a Sangano, dove oggi riposa in pace. Sangano gli ha dedicato una via ed il gruppo alpini ha il suo nome.

Il Sangone gennaio 2009
Luca Cerutti

Le indagini dello storico Deodato riaprono il caso dell'alpino ucciso in un lager nazista
Sangano e la Polonia più vicine nel nome di Renato Sclarandi

 

Lo scorso 30 gennaio sono trascorsi 97 anni dalla nascita del sanganese Renato Sclarandi, il giovane alpino, laureando in Lettere all’Univeristà di Torino, barbaramente ucciso nel campo di concentramento di Hammerstein, in Polonia, nel 1944. Assassinato con un colpo di fucile sparato a bruciapelo e alle spalle, Sclarandi non ha mai ottenuto giustizia, ma, preso atto del fallimento della magistratura, ora sono gli storici a volere dare un volto all’assassino del giovane Renato, dirigente di grande rilievo dell’Azione Cattolica torinese, dotato di un fine intelletto (studiò al liceo Valsalice di Torino) e di grande carità cristiana, con cui animò i suoi compagni di prigionia, fino al giorno della sua morte, tanto da essere soprannominato “l’angelo del lager”. In particolare uno storico, il prof. Ettore Deodato, docente presso l’Università polacca di Poznan, sta ricostruendo passo passo la biografia di Renato, con particolare riferimento alla parte finale della sua vita, dall’8 settembre 1943, giorno dell’Armistizio in cui il giovane sottotenente degli Alpini fu deportato in Germania (e successivamente nella Polonia occupata dai tedeschi), fino al momento della sua morte, avvenuta il 22 aprile del ’44. Il 29 gennaio scorso, il prof. Deodato è giunto a Sangano, per visitare la tomba degli Scarandi, in cui Renato fu tumulato nel 1957, al termine di un lungo iter burocratico che ha consentito il rientro della salma in patria. Nella sua breve permanenza a Sangano, Deodato ha incontrato il sindaco, Agnese Ugues, alla quale ha illustrato la possibilità di organizzare uno scambio culturale fra alcune scuole polacche e le scuole sanganesi. “Il prof. Deodato tornerà a Sangano il prossimo maggio e, per qualche tempo, alloggerà in paese, in modo da concludere la sua ricerca sulla vita di Sclarandi — spiega il primo cittadino sanganese — Sarà inoltre aiutato dal nipote di Renato che custodisce ancora la casa di famiglia”. Parallelamente, sempre per interessamento del prof. Deodato, la Procura di Koszalin proseguirà le sue indagini per cercare di dare un nome all’assassino del giovane Renato, molto conosciuto in Polonia, e ai carnefici di altri internati militari italiani che non hanno più fatto ritorno a casa.

La Valsusa giovedi 4 febbraio 2016
Alberto Tessa

In Polonia dove fu ucciso in un campo di internamento, lo si vorrebbe beato
Renato Sclarandi: una vita impregnata di fede

SANGANO - «Renato Sclarandi non è Beato (ancora) ed è inesatto dire che lo sia». Chi parla è Ettore Deodato, professore italiano dell’Università di Poznan, insegnate di Storia dopo il pensionamento dalla Commissione Europea di Bruxelles; collabora con la Procura della Repubblica di Koszalin, una città vicina, sulla sorte di alcuni internati militari italiani, prigionieri in questa zona della Polonia. Un Procuratore della Repubblica, Krzystof Bukowski, a Koszalin che è competente per il territorio di Hammerstein vuole assolutamente che siano conosciuti i nomi dei responsabili del campo e della sentinella (nessuno ha mai fatto il suo nome e non si sa che successe di lui alla fine della guerra) che uccise Sclarandi così brutalmente. Non è più di un fatto di giustizia perché Renato stesso aveva perdonato e i protagonisti di allora sono tutti morti. «Si tratta di memoria storica per le giovani generazioni; si tratta di parlare in Italia, in Polonia, in Germania di questi fatti e di questi personaggi. Con nome e cognome perché i giovani sappiano e si interessino», prosegue Deodato. Il professore sta scrivendo un libro su Renato e sui campi di internamento presenti in quel territorio, che dopo la seconda grande guerra è diventato polacco. La figura di Renato si erge maestosa su tutti, anche se vi sono altri episodi terribili in quegli anni in Polonia. Renato Sclarandi a Pinerolo fu in contatto con Carlo Carretto e don Giovanni Barra, con cui discusse a lungo sulle prospettive del movimento giovanile cattolico e sul ruolo storico che l’Azione Cattolica avrebbe avuto in quel tragico periodo e soprattutto dopo la guerra. Chiunque lo abbia conosciuto o sia in possesso di documentazione utile a fornire notizie sulla sua vita, che sono molto frammentarie anche perché fu spezzata quando era ancora giovane, è pregato di contattare la redazione de “L’eco”. «L’idea di potere lavorare per definire meglio la sua vita, gli episodi che ne caratterizzarono la sua viva fede che, magari, possano permetere di avviare un eventuale Processo di Beatificazione è molto attraente», conclude il professor Deodato. Per questo chiede la collaborazione dei lettori. Luca Cerutti
Renato Sclarandi nacque il 30 gennaio 1919 a Torino, fu allievo del ginnasio San Giovanni, del liceo di Valsalice e fu coordinatore nell’Azione Cattolica. Amava la bicicletta e la montagna, gli piaceva stare fra la gente e i giovani. Nel 1941, fu chiamato alle armi negli alpini, con il grado di sottotenente, ma la vita militare e le sue regole, non attenuarono la sua fede. Uno dei suoi impegni fu quello trovare i soldati che provenivano dall’Azione Cattolica per cercare con loro il modo di vivere da cristiani la vita militare. Dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943, fatto prigioniero, fu deportato come tanti soldati italiani, nel campo nazista di Luckenwalde in Germania e successivamente venne trasferito in Polonia. Non cedette allo sconforto, iniziò a scrivere un diario, continuando il suo apostolato fra i compagni di prigionia, fornendo a ciascuno un fraterno calore di solidarietà e un po' di consolazione. Era “l’angelo del lager”, così era chiamato, era conosciuto da tutti perché era un esempio di vita per tutti. Traduceva dal latino le letture sacre e recitava il rosario con gli altri prigionieri. Numerosissimi sono gli episodi che testimoniano la sua fede. Il 22 aprile 1944, per portare conforto (c’è chi dice la Comunione) ad un prigioniero ammalato nel campo di Hammerstein in Polonia, presentò alla sentinella tedesca il lasciapassare. Il soldato lo stracciò senza nemmeno guardarlo, urlandogli di rientrare subito nella sua baracca. Renato Sclarandi si girò per obbedire e il soldato, che era stato degradato da sottufficiale a soldato semplice a causa di precedenti pazzie commesse gli sparò a bruciapelo alle spalle. Fu sepolto nel cimitero del campo e solo nel 1957, per la tenacia e la costanza dei genitori, la sua salma fece ritorno in Italia e venne composta nella tomba di famiglia a Sangano, dove oggi riposa in pace. Sangano gli ha dedicato una via ed il gruppo alpini ha il suo nome.

L'Eco del Chisone mercoledì 24 febbraio 2016
Luca Cerutti

 

Polonia. Sclarandi l'angelo del lager: la Polonia apre un'inchiesta

Non era stato facile accettare quello che gli stava capitando, ma alla fine Renato Sclarandi capì che quel sacrificio sarebbe stato promessa di un futuro migliore, anche se diverso da quello che aveva immaginato. Per questo la pallottola che un soldato tedesco gli sparò alle spalle 72 anni fa quella mattina del 22 aprile 1944 nel campo di prigionia di Hammerstein non fu del tutto inaspettata. Il sangue versato dal giovane sottotenente degli alpini divenne presto per i suoi compagni di prigionia il segno più evidente di una santità testimoniata in innumerevoli gesti e parole offerte durante i difficili otto mesi della deportazione. Sorridente, dedito a un apostolato instancabile da mattina a sera, fiero portatore dell’identità dell’Azione Cattolica: così lo ricordavano tutti quelli che hanno vissuto assieme a lui gli otto mesi di prigionia prima a Przemyls, nel sud est della Polonia, e poi appunto nel campo dove avrebbe trovato la morte a 25 anni, Hammerstein, oggi Czarne nel voivodato polacco della Pomerania. E sui fatti attorno alla sua morte, anche grazie all’interessamento dello storico italiano Ettore Deodato, oggi la Commissione per il perseguimento dei crimini contro la nazione polacca vuole fare chiarezza e ha aperto un’inchiesta. Ma sarebbe fare un grave torto alla sua eredità voler ridurre la storia di Sclarandi all’episodio della morte violenta, anche se in realtà colpisce il fatto che egli fu ridotto al silenzio mentre portava delle ostie da consacrare nella cappella improvvisata in infermeria dove l’indomani si sarebbe celebrata un’Eucaristia e su quelle particole si sparse il suo sangue. Il progetto di vita di questo “martire” della furia nazista, infatti, ebbe sempre un respiro ampio, radicato com’era nella convinzione di dover partecipare in qualche modo nel nome del Vangelo alla costruzione di una società nuova in Italia. Nato il 30 gennaio 1919 a Torino, figlio di un dirigente della Lancia, aveva studiato dai Salesiani al liceo di Valsalice. Si era poi iscritto alla facoltà di Lettere, portando avanti anche l’impegno nella Gioventù di Azione Cattolica: era diventato presidente del gruppo “Rerum Novarum” nella parrocchia di San Bernardino, tra gli operai del quartiere di Borgo San Paolo, ed era un punto di riferimento per i giovani ai quali dedicava molto del suo tempo. Poi, nel dicembre 1941, arrivò la chiamata alle armi che però non interruppe il suo cammino di ricerca spirituale. Nel tempo, infatti, aveva maturato l’intenzione di fondare una società operaia e, come hanno raccontato e scritto in seguito i suoi compagni di prigionia, viveva ogni istante della propria esistenza come un passo verso questa meta, che si era acclarata anche grazie ai suoi due “maestri”: Carlo Carretto e Luigi Gedda. Nel suo diario Sclarandi descrive il 1943 come «un anno fondamentale per la mia vocazione, realizzata attraverso tre momenti ». I due incontri con Carretto ad Albenga e con Gedda a Civitavecchia, infatti, gli accesero il cuore sulla «vocazione operaia », mentre la terza tappa, la cattura, rappresentava il «collaudo» di questa chiamata, che passava dal Getsemani provato «personalmente nella sofferenza»: proprio al Getsemani avrebbe voluto dedicare la futura società operaia. E nel diario è custodita la testimonianza del lento fiorire di una spiritualità della sofferenza offerta a Dio per un progetto più grande: «È chiaro – scriveva Sclarandi – che qui pongo le fondamenta della mia opera per la santificazione della gioventù». In quelle pagine traspare la speranza di tornare a casa, di riabbracciare la madre, di realizzare i propri progetti, ma è evidente anche la crescente consapevolezza di trovarsi su un cammino dalla meta incerta. D’altra parte l’8 settembre 1943 a Pinerolo lui avrebbe potuto fuggire e invece scelse di restare accanto ai suoi soldati e seguirne il destino da deportati. Il 28 aprile 1946 Luigi Gedda intervenne alla commemorazione di Sclarandi nella parrocchia torinese di San Bernardino e così ricordò il giovane amico: «La sua figura di giovane di 25 anni si avvicina con grande nobiltà a quei giovani che, dal primo fondatore a Pier Giorgio Frassati, hanno dimostrato all’Italia quale dignità possa essere raggiunta da chi coltiva nella sua coscienza il richiamo profondo del cristianesimo». E Gedda non è stato l’unico ad accostare Sclarandi a Frassati. Nel 1957, quando le spoglie dell’alpino furono riportate in Italia e seppellite nella tomba di famiglia a Sangano ( Torino), Gianni Oberto, un compagno ad Hammerstein – che poi fu presidente della provincia di Torino –, ricordò che Sclarandi «penetrava nello squallore delle nostre baracche sempre col suo sorriso e metteva nei cuori la speranza. Ed è la grande dote che lo avvicinava a Frassati». E proprio all’Azione Cattolica il sottotenente si era votato, non mancando mai di coinvolgere nel “carisma” dell’associazione i suoi compagni, come ricordava don Mario Besnate, cappellano del campo di Hammerstein: «L’Azione Cattolica – raccontò il prete –, secondo Renato, era la nuova forza della Chiesa per la gioventù». Una missione che, secondo le testimonianze dei compagni come Attilio Rozza, Antonino Fugardi o il capitano Antonio Roberti, lo vedeva impegnato in numerose iniziative di preghiera, di incontro e condivisione. «Quando andavo a trovarlo nella sua baracca – raccontò un altro compagno, Rimero Chiodi – mi faceva partecipe della preghiera e della meditazione che stava facendo». E proprio Chiodi pochi mesi dopo, nel campo di Gross-Hesepe creò un gruppo di Azione Cattolica intitolato all’amico ucciso. Il 21 aprile 1944 Sclarandi ebbe l’ultimo dialogo con don Besnate: «Quella sera il colloquio lo concluse con questa dichiarazione che mai si cancellerà dalla mia mente – raccontò poi il sacerdote –. Mi disse: “Don Mario, non so se potrò ritornare a casa. Ma se dovessi morire in prigionia ti assicuro che non ho nessun rancore contro i tedeschi, perché li ho perdonati”». È facile comprendere, allora, perché il giorno in cui morì gli altri soldati italiani dello Stalag II-B non esitarono ad affermare e a mettere per iscritto -: «Era il migliore di noi». E l’eredità più attuale di questo «angelo del lager», martire e testimone della fede, forse, sta nelle parole affidate al diario il 15 dicembre 1943: «Signore, benedici l’Italia, il nostro sacrificio risparmi ulteriori lotte e contese interne».

Matteo Liut - Avvenire giovedì 21 aprile 2016

 

A cento anni dalla nascita, l'alpino ucciso in un campo di concentramento

Una targa a Sangano come omaggio a Renato Sclarandi

Una targa nella via a lui dedicata, in centro al paese, ricorderà la figura di Renato Sclarandi, giovane sottotenente degli Alpini, laureando in Lettere all’Univeristà di Torino, che fu barbaramente ucciso nel campo di concentramento di Hammerstein (allora in Germania, oggi in Polonia), nel 1944. Sclarandi, di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario della nascita, fu assassinato con un colpo di fucile sparato a bruciapelo e alle spalle da uno dei suoi carcerieri. Il venticinquenne ufficiale non ha mai ottenuto giustizia, visto il sostanziale disinteresse delle varie magistrature dei Paesi europei coinvolti, e nonostante gli sforzi di alcuni storici che, recentemente, hanno cercato di dare un volto all’assassino di Sclarandi che fu, fra l’altro, anche dirigente di grande rilievo dell’Azione Cattolica torinese. Dotato di un fine intelletto (studiò al liceo Valsalice di Torino) e di grande carità cristiana, con cui animò i suoi compagni di prigionia fino al giorno della sua morte, Renato era stato soprannominato dagli altri prigionieri “l’angelo del lager”. La salma del giovane alpino fece ritorno a Sangano soltanto nel 1957, al termine di un lungo e complicato iter burocratico, dodici anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, e da allora riposa nella tomba di famiglia nel cimitero del paese.
L’idea della targa è stata proposta dal sindaco, Alessandro Merletti, durante l’ultimo Consiglio comunale, svoltosi il 21 ottobre. L’iniziativa è stata accolta con favore da tutti i consiglieri, sia di maggioranza sia di minoranza. Adriano Montanaro, ex sindaco e capogruppo di “Uniti per Sangano”, ha però chiesto che tutti i cittadini illustri del piccolo comune valsangonese a cui è dedicata una via siano ricordati con una targa; proposta, quest’ultima, che ha trovato d’accordo Merletti.

La Valsusa giovedì 7 novembre 2019 - Alberto Tessa

 

Lo omaggia una targa posta sotto il nome della via a lui dedicata

Sangano ricorda Sclarandi, ucciso in un lager a 25 anni

 

Chi era Renato Sclarandi? Forse la descrizione migliore di questo giovane sottotenente degli Alpini, morto nel campo di concentramento di Hammerstein nel 1944, a soli 25 anni, l’ha data, sabato 30 novembre, il nipote, Luca Sclarandi: “Egli era un uomo che portava la luce della speranza nell’oscurità delle baracche del lager in cui era prigioniero”. Sabato scorso, il Comune di Sangano e il locale Gruppo Alpini guidato da Mario Correndo hanno voluto onorare la memoria di Renato inaugurando una targa commemorativa apposta sotto l’indicazione della via a lui dedicata nel piccolo paese della Val Sangone, dove gli Sclarandi, torinesi di origine e milanesi di adozione, hanno la loro casa di villeggiatura da generazioni. “Aiutare il prossimo, anche e soprattutto nelle situazioni più disperate, era per Renato uno stile di vita che molto ha da insegnare ancora oggi a tutti quanti”, ha detto, nel suo breve intervento, il sindaco di Sangano, Alessandro Merletti, prima di passare la parola al prof. Ettore Deodato, docente dell’Università di Poznan, in Polonia, che da anni indagava sull’omicidio, a sangue freddo, di Sclarandi, ucciso con un colpo di arma da fuoco sparato alle spalle da una guardia del campo. “Dopo molti anni, siamo finalmente riusciti a risalire all’identità dell’assassino — ha detto Deodato — Si tratta(va) di un soldato tedesco di 54 anni che si trovava a Hammerstein per punizione ed era perciò ancora più incarognito dei suoi colleghi. Grazie all’incrocio di varie testimonianze e di numerosi documenti, abbiamo potuto inoltre stabilire con certezza che costui morì un anno dopo il brutale assassinio, nel 1945, durante la difesa di Berlino. La Giustizia divina arrivò prima che potesse intervenire quella degli uomini”.
Il corpo di Sclarandi fece ritorno in Italia soltanto nel 1957 e oggi riposa nel cimitero sanganese. La sua memoria unisce idealmente le comunità di Sangano e di Czane, nome polacco di Hammerstein (allora tedesca), il cui sindaco ha dichiarato al prof. Deodato la sua volontà di aprire un museo laddove sorgeva il lager nazista (che, al massimo della sua capienza, arrivò a contenere fino a 14mila prigionieri) e di dedicarlo proprio a Renato.
La cerimonia si è poi conclusa con il ringraziamento, da parte di Luca Sclarandi, di Maritè Pasquero, la storica locale che, con il suo sito internet www.3confini.it , ha mantenuto vivo il ricordo di Renato e di tanti altri personaggi che hanno fatto la storia di Trana, Sangano e Piossasco.
Giorgio Bonino, poeta sanganese, ha infine recitato una poesia dedicata proprio a Renato che qui riportiamo con il consenso dell’autore: Sono immobile,/ e piove la domanda: vuoi?/ ma suona come un devi!!/ E nell'intervallo del no/ freno il mio respiro,/ ho un freddo sudore,/ e quel no mi valse/ l'internamento/ Non odio e non odiai i tedeschi,/ e anche nel campo/ spesi la mia vita per gli altri .../ Avevo un lasciapassare,/ ma fu ignorato./ Avrei voluto tornare ai miei cari,/ ma tornò solo il mio/ cadavere,/ ed oggi una targa, /nel mio paese,/ in una via mi restituiscono alla memoria,/ e non voglio lacrime o lamenti,/ ma un moto di orgoglio.

La Valsusa giovedì 5 dicembre 2019 - Alberto Tessa

 

Il giorno 30 novembre 2019

 

 

Via Renato Sclarandi angolo Via Roberto Coletto

 

 

 

Il discorso del Sindaco Alessandro Merletti

 

Il discorso del Prof. Deodato

 

Giorgio Bonino legge la poesia a lui dedicata

Renato Sclarandi

Sono immobile,
e piove la domanda: vuoi?
ma suona come un devi!
e nell'intervallo del no
freno il mio respiro,
ho un sudore freddo,
e quel no mi valse l"internamento.
Non odio e non odiai i tedeschi,
ed anche nel campo
spesi la mia vita per gli altri ...
avevo un lasciapassare,
ma fu ignorato.
Avrei voluto tornare ai miei cari,
ma torno' il mio cadavere.
Ed oggi una targa,
nel mio paese,
in una via mi restituiscono alla memoria,
e non voglio lacrime o lamenti,
ma un moto d'orgoglio

Giorgio Bonino

 

Il Sindaco Alessandro Merletti è il Capogruppo degli Alpini di Sangano Mario Correndo scoprono la targa

 

La benedizione di Don Gianni

Il discorso del Capogruppo Mario Correndo

 

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Maria Teresa Pasquero Andruetto