Sangano, Trana e laVerna di Cumiana
Per non dimenticare

La Seconda guerra mondiale e la resistenza
Oggi la Val Chisone celebra i caduti della lotta ai nazisti 4 ottobre 1964
Don Gianolio - relazione dell'opera svolta dal Clero nella Guerra 1940 - 1945 nel paese di Trana

La Seconda guerra mondiale e la resistenza

Nel 1933 comincia, con il ritiro della Germania dalla Società delle Nazioni, la inarrestabile corsa degli stati verso la Seconda guerra mondiale, segnata da una serie di avvenimenti: il tentativo dei nazisti austriaci di unire l'Austria alla Germania con l'uccisione del cancelliere Dolfus; l'accordo dell'Italia con la Francia per garantire la difesa dell'Austria contro la minaccia nazista; nel 1936 l'avventura italiana in Etiopia per la conquista del "posto al sole", seguita dalle sanzioni economiche contro l'Italia decretate dalla Società delle Nazioni; il riconoscimento da parte di Hitler dell'impero d'Etiopia, l'inizio dell'amicizia italo-tedesca con la firma dell'Asse Roma-Berlino.
Nell'anno 1938 si ha la sensazione che il conflitto temuto sia imminente: Hitler opera l'annessione dell'Austria, rispettando però l'intangibilità del confine italiano al Brennero; in seguito annette la Cecoslovacchia incoraggiando l'Italia a fare altrettanto con l'Albania. Poi avviene l'invasione della Polonia ed è la guerra. Il peggioramento delle condizioni di vita è subito avvertito: c'è il razionamento, l'obbligo per i contadini di portare il grano all'ammasso, si estende la "borsa nera" specialmente nelle campagne.
Con i primi bombardamenti su Torino nel novembre 1942 diventa massiccio lo sfollamento dalla città. La popolazione della Valsangone, con l'arrivo degli sfollati, aumenta di 11.000 unità, passando da 20.000 a 31.000 abitanti; 3450 persone che fuggono da Torino non si insediano stabilmente: verso sera raggiungono i paesi della valle, prevalentemente a mezzo del trenino, per rientrare al mattino. Le sei corse giornaliere della tramvia si trasformano in un'avventura.
Il Comune di Bruino (Bruino-Sangano) dopo l'unione del 1° marzo 1928, che ha 1142 abitanti, aumenta con lo sfollamento, di 776 unità, di cui 300 sono sfollati giornalieri.
A sera scattano l'oscuramento e il coprifuoco. Le privazioni, le sorprese delle chiamate alle armi degli uomini dai 44 ai 47 anni (classi 1895-98), i bombardamenti, le notizie sulla campagna di Russia e della disfatta sui vari fronti, fanno scattare i sentimenti di avversione e di rifiuto per il regime. Lo sciopero antifascista del marzo 1943 è la prima manifestazione popolare di rifiuto della guerra e del fascismo, che si esprime in modo diverso lunedì 26 luglio con manifestazioni di gioia e attacco e distruzione alle sedi e ai simboli del fascismo (Descendunt statuae restemque sequuntur!, 5 Giovenale X, 58) "E calano dal loro piedestallo le statue, seguendo la fune!"
Il 9 settembre, giorno successivo alla firma dell'armistizio, arrivano sulle nostre montagne i primi soldati sbandati, che danno vita alla Resistenza attiva in Valsangone.
Il primo gruppo di partigiani: il maggiore Milano con i capitani Cravetto e Campanella e alcuni soldati e sottufficiali, che rifugiatisi dapprima all'albergo Lago Grande di Avigliana, il 14 settembre salgono a Monterossino di Giaveno; i fratelli Franco e Giulio Nicoletta, rispettivamente brigadiere delle Guardie di Finanza e sottotenente carrista, dapprima ospiti di una famiglia di Bruino, i quali, il 23 settembre, con alcuni giovani del paese, nascostisi in Pianca per sfuggire a un rastrellamento in corso raggiungono il maggiore Milano in una baita di Indiritto di Coazze.
Più tardi arriva il sottotenente Nino Criscuolo, venuto a Giaveno presso l'amico Carlo Asteggiano, e chiama Sergio De Vitis a unirsi a loro. Le armi se le procurano saccheggiando la polveriera di Sangano e i depositi militari di Orbassano abbandonati dopo l'armistizio. Mario Davide di Piossasco, evaso dopo essere stato catturato dai tedeschi, con alcuni compagni si nasconde alle Prese di Piossasco, poi si unisce al gruppo degli altri nominati prima. A metà settembre Eugenio Fassino, allievo ufficiale pilota, si aggrega a loro, ora tutti insieme al Colletto di Forno di Coazze.
A Sangano, alcuni giorni dopo l’8 settembre, capitano otto prigionieri di guerra inglesi, fuggiti avventurosamente da un campo di concentramento tedesco e trovano ospitalità e rifugio presso alcune famiglie. Il commissario prefettizio Adolfo Malvisi, informato dell'arrivo di un'autocolonna tedesca per catturarli, il 15 settembre riesce a farli avvertire del pericolo ad uno ad uno e a organizzarne la fuga, rischiando di essere individuato come responsabile. L'ottantacinquenne Giuseppe Filippi collabora col commissario al piano di fuga raggiungendo i ricercati e fungendo da interprete, grazie alla buona conoscenza della lingua inglese.
Ci fu chi l'8 settembre non fuggì sulle montagne.
Alla caserma del 3° Alpini di Pinerolo, la notizia dell'armistizio arrivò verso il tramonto. Gli ufficiali sono chiamati a rapporto, e si attende, poi viene adunata la compagnia e intanto si apprende che l'esercito è sciolto e bisogna cedere le armi e le caserme ai tedeschi. Molti soldati fuggono.
Renato Sclarandi torna a casa a Torino e si ferma fino al giorno 10. Torna in caserma la notte di venerdì 10 settembre. All'alba si radunano quelli che sono rimasti e intanto arrivano i tedeschi.
Perché non sono fuggito - scriverà sul diario - mentre alle casermette ne avevo mille possibilità? Perché il Signore che disse a S. Giuseppe "Presto, alzati e fuggi" non disse altrettanto a me? Perché mi concesse invece un sonno tranquillo nella notte del sabato? Perché voleva così.
Come sottufficiale credeva di non avere altra scelta che tornare in caserma con tutti gli ufficiali e attendere ordini. Alle 17,40 un maggiore tedesco viene in visita alla caserma e li minaccia di fucilazione. La domenica 12 settembre vengono caricati tutti su autocarri, portati alla stazione e dirottati in campi di concentramento.
Il Maresciallo d'Artiglieria Rissone Giuseppe nasce a Torino nel 1912 da genitori astigiani e, sempre a Torino, frequenta la scuola superiore, si diploma a 19 anni e successivamente si specializza in elettrotecnica, sua grande passione. Coinvolto nella crisi degli anni 30, non trovando lavoro, si arruola nell'Esercito, alla scuola Sottufficiali d'Artiglieria di Torino e, completati i relativi corsi, è nominato sergente e destinato al 6° Reg.to di Artiglieria con sede in Bolzano.
Nel 1939 sposa una ragazza di Sangano Olimpia Ruffino, si stabilisce a Bolzano e lì nel novembre del 1939 nasce la prima figlia Iolanda e nel 1941 il secondo figlio Bruno. L'8 di settembre 1943 è catturato dalle truppe tedesche e, rifiutando la proposta di collaborazione, è internato nel campo di concentramento di Reitwin-Stettino (Germania del nord) e assegnato a carico/scarico di carbone a temperature oscillanti a 30/40 gradi sotto lo zero.
Dopo circa tre mesi di detto lavoro viene colpito da un attacco di nefrite ematuria, ma non avendo febbre, è costretto a proseguire il lavoro sino a quando, stremato dalle forze e ricoverato nell'ospedale per prigionieri di guerra n°101 di Serau (Nieder-Laustiz), gli viene riconosciuta la grave nefrite ematuria dai medici francesi ai quali era concessa la conduzione dell'ospedale. Per la sua conoscenza della lingua tedesca viene trattenuto in tale ospedale come interprete francese/tedesco e come fiduciario del cimitero in cui venivano sepolti i nostri connazionali.
Il 13 febbraio 1945 (giorno del suo compleanno e in pieno inverno) arrivano le truppe russe che "liberano" i prigionieri e li obbligano a percorrere a piedi, senza equipaggiamento, oltre 700 km. attraverso il Brandeburgo, la bassa Slesia e tutta la Polonia.
Ovviamente, durante il viaggio nuovi attacchi di nefrite fino al raggiungimento della destinazione (ex campo di concentramento di Olesoika.)
Trascorsi tre mesi di sottomissione alle truppe russe, viene rilasciato e rientra in Italia nell'autunno 1945 debilitato nel fisico da nefrite, denutrizione e freddo patiti.
Riprende servizio al Distretto Militare di Torino ma dopo pochi mesi viene collocato a riposo in considerazione delle gravi condizioni di salute. Muore a Torino il 19 marzo 1950.
(testimonianza del figlio Bruno).

Per altri la scelta di salire in montagna non avvenne subito l’8 settembre. Il gruppo di ragazzi di Sangano e Bruino, non ancora sotto le armi, non dovette scegliere tra la fuga dall'esercito o l'imboscamento, ma se schierarsi in armi con i tedeschi e repubblichini o con i partigiani. Confluirono in Val Chisone nelle formazioni autonome, tutti nella Divisione Marcellin. Nei primi mesi del 1944 erano state chiamate alle armi le classi 1923-25; una legge del 18 febbraio sanciva la pena di morte per i renitenti. Nessuno dei giovani di Bruino-Sangano aderì alla R.S.I., l'unica alternativa era di indirizzarsi verso le bande della Valsangone e della Val Chisone, sulla base di rapporti di conoscenza e di amicizia. Così i giovani di leva del paese si trovarono nella Banda "A. Catania" comandata da Fausto Gavazzeni detto "Rossi", che aveva come vice il sottotenente Alberto Lippolis, col nome di battaglia di "Eugenio Foresti".
Vi appartenevano: Gianni Gino, Giuseppe Bonino, Fausto Gavazzeni, Giovanni Bert, Giuseppe Garuffi, Roberto Coletto, Piero Sclarandi, Angelo Spesso, Dario Cattero, tutti di Sangano e Giovanni Valfrè, Ugo Sestero, Gino Rosso, Cesare Bei di Bruino.
I tedeschi intanto hanno insediato nella primavera un presidio alla polveriera di Sangano. Qui nella primavera del 1944 tedeschi e repubblichini hanno il loro punto più avanzato; la zona a monte di Avigliana-Bruino-Cumiana è controllata dai partigiani. Frequenti cartelli avvertono: Achtung! Bandengefahr! Attenzione! Zona controllata dai banditi!
II 26 giugno 1944, per iniziativa della delegazione garibaldina della Valle di Susa, viene operato un attacco simultaneo alle polveriere di Sangano e Nobel-Allemandi di Avigliana, con una azione che impegna le formazioni della Valsangone, delle Valli di Lanzo e di Susa.
L'operazione comincia dopo la mezzanotte, mentre cade una fitta pioggia. La Banda di Sergio De Vitis, divisa in tre squadre, si avvicina alla polveriera di Sangano aggirando il monte San Giorgio. L'attacco comincia alle 6,15 del 26 giugno e si conclude felicemente dopo mezz'ora di sparatoria. Cessati gli spari, una ragazza viene incontro a Pietro Curzel, "il Vecio" che urla in un tedesco approssimato: "Camarada raus", per trattare la resa del presidio.
Operazione riuscita: 17 prigionieri tedeschi, incetta di 8 pistole, 1 autocarro, 16 mitragliatori, munizioni e viveri. Sergio De Vitis stabilisce una linea di difesa della posizione conquistata appostando delle squadre sul costone sovrastante Sangano e controllando la stradale Giaveno-Orbassano, "il Vecio" e un compagno portano a Forno di Coazze i prigionieri, mentre altri perquisiscono la polveriera.
Alle 14 giunge da Bruino una colonna di 200-300 tedeschi, avvertiti da un soldato del presidio che, sceso dal trenino a Sangano al ritorno dalla licenza, ha udito gli spari e avvertito immediatamente i comandi di Airasca e Torino: il colonnello von Klass ha disposto di rioccupare immediatamente la polveriera.
Lo scontro è inevitabile e dura fino al pomeriggio avanzato con i tedeschi bloccati.
Verso le 17 i partigiani della De Vitis sono in ritirata verso Piossasco, mentre il comandante resta nella postazione per proteggere il movimento. Poi De Vitis lascia la polveriera e, risalendo la collina verso Trana, incappa in una pattuglia nemica. Nello scontro cadono Giovanni Impiombato, lo stesso De Vitis, il tenente Stefano Maria Nicoletti, Mario Bertucci, Massimo De Petris, Giuseppe Vottero di Rivalta, Bruno Bottino, Pantaleone Mongelli.
Teresio Gallo, detto "Tremendo", di Orbassano, è catturato e sarà deportato in Germania; gli avieri Bressi e Craveia, che avevano disertato dalla base di Airasca ed erano passati con i partigiani, sono riportati alla base e fucilati; Eugenio Masiero, sfuggito alla cattura, cadrà più tardi alle porte di Orbassano; della squadra si salva solo Luciano Vettore. Un cippo eretto dal Comune di Sangano nella zona della polveriera, ricorda il tragico avvenimento.
In paese è appena terminata un'azione di rappresaglia contro la popolazione. Oltre 50 civili sono stati condotti presso il cimitero di San Lorenzo e messi al muro per essere fucilati. Il comandante tedesco ne ordina la liberazione, lasciandosi convincere da un colonnello dell'esercito italiano preso in ostaggio.
I 17 tedeschi prigionieri saranno oggetto di scambio con 40 civili presi in ostaggio a trana il 27 giugno in un rastrellamento, destinati a essere fucilati se non fossero stati restituiti i militari catturati a Sangano. Lo scambio accettato dal comandante Nicoletta evitò a Trana una sciagura e consentì anche la liberazione di 3 partigiani, tra i quali Eugenio Fassino.
L'azione più importante della Banda Gavazzeni è l'attacco alla caserma torinese della GNR di via Pesaro 15. L'idea è di Lino Gariglio, milite della polizia ausiliaria repubblichina passato ai partigiani e confluito nella Banda.
Partono in borghese nelle prime ore della mattina del 17 settembre 1944 da Grange di Cumiana. In camion raggiungono Sangano e, nei boschetti cintati delle sorgenti dell'acqua potabile, prendono gli ultimi accordi, quindi alla spicciolata, salgono sul trenino Giaveno-Torino, portando con sé la rivoltella individuale e due Sten.
A Torino scendono alla fermata antistante l'ospizio dei Poveri Vecchi e raggiungono la casa di Gavazzeni. Di lì tre dei diciotto, Rossi, Foresti e Sclarandi escono a ispezionare la zona per tracciare un possibile itinerario per l'uscita che avverrà nel cuore della notte. Qualcuno li scambia per i soliti sciacalli in cerca di bottino nelle case sinistrate. Il contrattempo li obbliga a entrare subito in azione con il resto dei compagni. Allo stabilimento Lancia, tramite conoscenze, Lippolis e Angelo Spesso riescono a farsi consegnare un autocarro; poco dopo il gruppo incappa in due posti di blocco, uno tedesco e uno dei repubblichini. La scampano fingendosi, coi tedeschi, militi della TODT, coi secondi, operai della Lancia diretti a Bolzano.
Giungono nei pressi dello stabilimento Olivetti alle 20,30 allo scattar del coprifuoco: quattro ore di sosta col cuore in gola, in attesa della notte, quando il "nettareo sonno" - come cantava Omero - ottunde la coscienza e allenta le difese.
All'una del 18 settembre, l'attacco a sorpresa alla caserma: disarmano la ronda, fanno chiamare due della seconda pattuglia, costringono uno di loro ad aprire, ed entrano nella caserma, sorprendendo, dicono i protagonisti, 100 militi... in mutande, e la tragica indecorosa situazione dell'avversario rende un tantino più facile l'azione.
Lasciano la caserma alle 3,30, portando con sé 95 moschetti, 10 mitra, 3 mitragliatrici, 3 casse di bombe a mano e... il colonnello Giglione comandante la la divisione di polizia, che ingenuamente si è presentato in pigiama e pantofole, avendo sentito, dal proprio alloggio, strani fastidiosi rumori nella vicina caserma.
Il 26 novembre 1944 comincia il grande rastrellamento che, nelle intenzioni dei tedeschi, deve annientare tutte le formazioni partigiane e ripulire le montagne della Valsangone.
La prima tappa è la Verna di Cumiana. La notte tra il 25 e il 26, un reparto tedesco da Cumiana sale verso la Verna, base della 6a brigata "Antonio Catania", formazione della divisione autonoma della Val Chisone di Maggiorino Marcellin, al comando di Fausto Gavazzeni detto "Rossi". Alle 6,45 il borgo è circondato. In una casa i partigiani stanno festeggiando un colpo riuscito. Si sentono i canti e le voci ed è perciò facile raggiungerli.
Comincia la sparatoria, e cadono Giovanni Bert e Gianni Gino di Sangano con altri sette compagni. Il gruppo superstite, trascinandosi i feriti, cerca scampo nei boschi, inseguito dai tedeschi. La "caccia ai ribelli" dura fino a notte nei boschi tra la Verna, Cumiana e la frazione Dalmassi di Giaveno: 14 partigiani e 5 civili uccisi, una decina di civili catturati, la Verna incendiata. Della Banda di "Rossi" pochi riescono a sfuggire: Fausto Gavazzeni, ripreso, morirà a Mauthausen.
La notte del 27 novembre Lippolis, Sisto, Tarquinio D., Angelo Spesso, Carniato, Sclarandi e Colla raggiungono la frazione Picchi e ricuperano un autocarro requisito tempo prima ai tedeschi, portandolo in luogo sicuro.
Il 24 settembre 1988, in una significativa cerimonia, presenti i comandanti della formazione autonoma Val Chisone ed ex partigiani, fu benedetta un'urna con terra raccolta nel campo di Mauthausen da alcuni studenti.
Il rastrellamento, cominciato la sera del 26 novembre sullo spartiacque Chisola-Sangone, il giorno seguente si sposta in Valsangone, e si protrae fino al 1° dicembre, lasciando un ricordo indelebile di atrocità contro i civili, incendi e saccheggi di intere borgate.
Questa offensiva dei tedeschi e il proclama del generale Alexander che ordinava "ai patrioti al di là del Po di cessare la loro attività per prepararsi alla nuova fase della lotta", costringono a sperimentare la "pianurizzazione", cioè a migrare verso il basso, organizzandosi per operare nei centri abitati e discutere sul futuro dell'Italia, incontrandosi con esponenti dei diversi partiti antifascisti.
Poi venne il 26 aprile: tutti in marcia verso le linee di appostamento. L'8 maggio 1945 i superstiti si ritrovarono a Sangano per onorare e ricordare gli amici scomparsi.
La nostra storia non può però tralasciare almeno qualche accenno alle sofferenze e ai lutti che colpirono la popolazione civile.
Il 9 gennaio 1945 è per la Valsangone una delle più infauste giornate del periodo bellico: quattro aerei mai identificati, ma certamente alleati, mitragliano il trenino nei pressi della stazione di Orbassano, causando la morte di 48 persone e un gran numero di feriti, 150, tutti civili. Tra i morti Ugo Malvisi di Sangano. Da quel treno era appena sceso un ragazzo sanganese di 13 anni, Carlo Pognante, di ritorno dall'Istituto Artigianelli; attardatosi per aiutare un'anziana compaesana, veniva ferito gravemente a una gamba e decedeva per dissanguamento all'Ospedale di Sassi.
Il 27 gennaio 1945, alle ore 14 accade un analogo episodio: tre aerei sorvolano Sangano, mentre sta per giungere il trenino in stazione. Un ciclista avverte il manovratore che arresta immediatamente il convoglio. Dapprima quattro, poi altre sei bombe cadono nell'area di Campo San Giorgio; una donna, Margherita Goitre ved. Armando rimane uccisa e dilaniata dallo scoppio della prima bomba sganciata nel corso della prima incursione. I passeggeri, scesi dal treno si sono dati alla fuga nella neve che copre la campagna, mentre un aereo, sorvolando a bassa quota, li prende di mira con la mitragliera, fortunatamente senza far vittime. Un testimone ci ha riferito che gli aerei erano Spitfire inglesi pilotati da avieri francesi, perché erano ben visibili, sotto le ali, due dischi con bandiere francesi, ben visibili quando gli aerei scendevano a volo radente. Accogliamo la testimonianza, che potrebbe aiutare a fare un po' di luce sull'episodio del 9 gennaio successivo.
Indimenticabile per i Sanganesi è il pomeriggio di terrore della domenica 30 luglio 1944. Dapprima la rappresaglia per l'uccisione di un soldato tedesco avvenuta sulla strada per Villarbasse: cadde colpito per vendetta il cancelliere Caselli. La sera, una colonna motorizzata di tedeschi e repubblichini mosse dal comando di zona di Scalenghe per incendiare Sangano. Molti si prepararono a fuggire; un gran numero di fedeli si radunò in preghiera nella cappella del Soccorso. Un grave incidente alla colonna motorizzata, nei pressi di Airasca, salvò il paese dalla distruzione.
Il 30 luglio è una giornata dedicata alla memoria e alla riconoscenza ed ha il momento più solenne nella processione con la statua della Madonna del Soccorso. Una lapide nel presbiterio della cappella del Soccorso ricorda che “il 30 luglio 1944 si infrangeva ad Airasca nemica spedizione incendiaria mossa da Scalenghe alla distruzione di Sangano”.

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa - Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996.

 

 

Innumerevoli sono i casi in cui si verificò, attraverso lo spazio ed il tempo, l'alta protezione della
Madonna del Pio Perpetuo Soccorso
Per quanto riguarda Sangano,
(a parte le grazie testimoniate dai numerosi «ex voto»),
ci limitiamo ad accennare alcune vicende della seconda guerra

1940- 1945

La storia della popolazione di Val Sangone sotto l'oppressione nazista è una storia di terrore e di sangue ininterrotto. Gli eccidi cominciarono nel settembre del 1943 da parte delle S.S. tedesche a Giaveno, e proseguirono per tutta la vallata. Presso Cumiana, nell'aprile 1943 mentre erano in corso trattative per lo scambio di 36 prigionieri tedeschi contro 150 ostaggi civili, un maresciallo, di nome Rokita, ne trucidò 57, per ordine del generale Hansen. Nel maggio vennero assassinate a Forno 24 persone, e sepolte quindi in una fossa comune ancora semivive e ricoperte di pesanti pietre per affrettarne la fine. Altri 4 subirono la stessa sorte, e a Coazze 10 abitanti vennero fucilati in piazza. Altre 41 esecuzioni avevano luogo nei paesi vicini, e si giunse anche a bombardare il famoso Santuario del Selvaggio, distruggendo 70 case. Nell'agosto i nazisti procedevano all'impiccagione di 4 patrioti nella piazza di Giaveno e iniziavano quindi una potentissima azione di rastrellamento, nella quale si manifestò tutta la loro sadica ferocia nello sterminio, nell'incendio e nel saccheggio. Il martirio della popolazione culminò nell'eccidio del novembre 1944 a Giaveno: qui 17 persone, arrestate in un caffè, vennero, dopo infinite sevizie, massacrate con raffiche di armi automatiche.
Ma veniamo agli episodi che riguardano particolarmente Sangano, e per i quali si attribuisce all'intercessione della Madonna del Pio Perpetuo Soccorso la felice risoluzione dei fatti.

1941 —-Salvataggio dalla fucilazione dell'alpino Borello Ernesto

Sul fronte greco-albanese nel 1941 le truppe italiane passarono un momento tragico per una situazione militare sconcertante. L'apino Borello Ernesto, dopo aver vagabondato attraverso la zona, ritrovò il suo reparto dopo il limite fissato per essere dichiarato disperso o disertore. denunciato al Tribunale Militare per la condanna a morte, per interessamento del commilitone sanganese alpino Aghemo Oreste trova in un ufficiale di Sangano il suo salvatore. Non soltanto venne assolto dalla grave accusa di diserzione, ma gli vennero pagati tutti gli arretrati
Riportiamo fedelmente la lettera dall'alpino Borello indirizzata all'ufficiale sanganese:
« St.mo Colonnello, Non ho parole sufficienti per ringraziarvi quanto meritate. Oh se non fosse stato di Voi, a quest'ora chissà cosa sarebbe di me. Quanto siete buono e generoso. In tutta l'Italia non avrei potuto trovare un'altra persona gentile come Voi. Comprendo tutto il lavoro che avete fatto per il bene mio e della mia famiglia, e come subito volete, ancora una volta curanni per la mia salute "come il medico cura i suoi infermi". L'alpino Aghemo Oreste mi ha fatto capire che, rivolgendomi a Voi, è quasi come mi fossi rivolto alla Real Casa, siccome un membro di questa è vostro collega.
Io non sono degno neanche di guardarvi, un misero camerata come me, eppure mi avete preso così fortemente fra le vostre braccia paterne, come il figliol prodigo. Ci vorrebbe un uomo come Voi per paese. Se tutta l'Italia prendesse l'esempio di Sangano, tutte le mete, sarebbero presto raggiunte; e se i Capi delle Nazioni ragionassero come Voi il mondo avrebbe quella pace tanto desiderata.
Ringraziandovi di vivo cuore mi firmo
Camerata Borello Ernesto.

Quando l'alpino Borello Ernesto viene col padre a Sangano per offrire un regalo ai suoi salvatori, sente questo consiglio: «Fate un'offerta alla Madonna del Pio e Perpetuo Soccorso di Sangano».

Notte 18-19 Novembre 1942
Bombardamento di una casa

Un colpo d'artiglieria colpisce in pieno la casa di Via S. Rocco n. 14. II proiettile, perforato il tetto e le volte, scoppia fragorosamente in una camera al piano terreno. Nessuna vittima e neppure alcun ferito.

15 Settembre 1943
Salvataggio da sicura morte di 8 prigionieri inglesi
fuggiti da un campo di concentramento

Riportiamo copia della dichiarazione inviata a suo tempo al Comando Militare Alleato di Torino:
I sottoscritti, ciascuno per la parte che lo interessa, in ottemperanza alle disposizioni comparse sui giornali, espongono qui appresso i fatti relativi all'aiuto prestato ai prigionieri Inglesi, premettendo che sia ben chiaramente inteso ch'essi non intendono gli sia offerto alcun premio o segno tangibile di riconoscenza materiale. I sottoscritti sono paghi e soddisfatti di aver operato secondo i dettami della loro coscienza e dei loro sentimenti e saranno lieti se giungerà loro un semplice riconoscimento morale.
Ecco i fatti:
Dopo l’8 settembre 1943, otto prigionieri di guerra inglesi fuggiti dai campi di concentramento, raggiungevano il territorio di Sangano, trovando asilo ed aiuto presso i vari abitanti. Il giorno 15 settembre 1943 il benemerito Commissario Profettizio, allora in carica, veniva informato essere imminente un rastrellamento nella zona di Sangano dei prigionieri fuggiaschi inglesi da parte dei tedeschi.
Sceglieva il Commissario Prefettizio immediatamente due individui di sua assoluta fiducia perchè provvedessero per avvertire del pericolo i prigionieri inglesi e a dar loro tutte le indicazioni necessarie per la fuga ed il trasferimento in località più sicura. Infatti gli incaricati del Commissario Prefettizio svolsero con rapidità ed intelligenza e con alto spirito di fraternità l'incarico assunto tantoché in poche ore i prigionieri inglesi furono bene instradati e poterono così salvarsi da sicura morte, mentre sopraggiungevano i tedeschi inferociti che eseguivano scrupolosi sopraluoghi obbligando ad accompagnarli di giorno e di notte, per varie riprese, negli stessi sopraluoghi.
E' da segnalare in modo particolare il comporta mento, nelle circostanze suesposte, del signor Filippi Giuseppe (vecchio pioniere della Cinematografìa Mondiale), unico fra tutti a conoscenza della lingua inglese, il quale, vecchio ottantacinquenne e molto male andato in salute, affrontò una faticosa marcia in terreno accidentato per raggiungere i prigionieri inglesi e si prodigò con tutte le sue forze.

Ecco le generalità degli otto prigionieri inglesi salvati:

Driver Latter Eric N. 922365, Age 23, Captured Cazala 1-6-42, Camp. n. 66 53 133 VI 112 IX L 1/2 Service.

Gunner Smith George n. 975865, Age 23, Captured Cazala 6-6-42, Camp. n. 66 53 133 XIII 112 IX 3 YRS.

Ptr. ThGRPE Bruce n. 4975832, Age 21, Captured Knightabridge 6-6-42, Camp. 23 53 133 XIV 112 IX L YRS.

Rfm. Semmonde Alfred n. 619302, Captured Cazala 1-6-42, Camp. 66 53 133 XIII 113 IX 10 YRS.

Gunner Miller Frank n. 860692, Captured El Adam 16-6-42, Age 25, Camp. 66 53 133 XIII 112 IX YRS.

Gnr. Richards Norman n. 945875, Captured El Adam 15-6-42, Age 24, Camp. 66 53 133 XVI XI 112 IX 4 YRS.

Gnr. Pearche n. 928608, Captured El Adam 14-6-42, Age 23, CC. 66 43 133 XVI XI 112 IX 3 YRS.

Gnr. Silberts Richars n. 981080, Captured Cazala 5-6-42, Age 33, CC. 66 53 133 XIII 112 IX 4 YRS.

Sangano (Provincia di Torino) 31 maggio 1945.

24 Gennaio 1944
Salvataggio da sicura «impiccagione»

Nel profondo della notte in una grande villa che ospitava una ventina di Famiglie sfollate per la guerra, manca improvvisamente la luce e contemporaneamente tacciono le radio. Un numeroso gruppo di armati con mitra e bombe a mano bloccano tutti i cancelli del grandioso parco. Il Comandante seguito da una diecina di militi mascherati, pretende l'immediata consegna di un distinto professionista padre di quattro bambini, segnalato (erroneamente, come più tardi riconosciuto) quale corresponsabile di un eccidio nella zona viciniore e per corrispondente rappresaglia «impiccagione»,
Li affronta da solo, con un cappotto sul pigiama, il proprietario che, dopo un lungo, concitato colloquio col Comandante, offrendosi personalmente quale ostaggio della Persona ricercata, ottiene lo sgombro del Castello e l'abbandono dell'impresa.

Aprile 1944
Bombardamento Campo S. Giorgio

Nell'aprile 1944 velivoli nemici sganciarono alcune bombe su Sangano. Due caddero sul Campo S. Giorgio (una pietraia che era stata dissodata e preparata con lavoro gratuito dei Sanganesi e poi donata alla Congregazione di Carità del Comune a favore dei poveri e delle istituzioni locali) a circa 200 metri dalla chiesa parrocchiale, dove molti fedeli erano raccolti nella preghiera dei 15 Sabati.
La targa di ferro massiccio che segnalava detto Campo venne letteralmente contorta e bucherellata in più punti. Nessuna vittima e neppure alcun ferito.

26 Giugno 1944
Attacco di Partigiani alla Polveriera di Sangano presidiata dai tedeschi

Il comandante partigiano De Vitis raggiunge l'obbiettivo e se ne impadronisce, ma è a sua volta attaccato da forze molto superiori. La difesa è accanita. Con le mitragliette devono sparare contro autoblinde. Sergio De Vitis cade da eroe, così come aveva quasi predetto ai compagni prima di partire: « Se debbo morire chiedo di morire con una pallottola in fronte ». Con lui cadono sette partigiani.
Rappresaglia tedesca oltre 50 sanganesi vengono portati al muro nei pressi del Cimitero di Sangano. Tra essi un Colonnello, che chiede di parlamentare col Comando. Ma l'ufficiale tedesco è atteso, e nel contempo un ordine secco mette i rastrellati «con la faccia al muro». Un autocarro sceso dalla polveriera con le salme dei caduti svolta sulla strada provinciale, mentre i soldati tedeschi presentano le armi.
Ecco l'arrivo del Comandante tedesco che riceve il Colonnello con questa frase: «Voi siete un ufficiale superiore dell'Esercito italiano. Cosa fareste voi al mio posto?» «Tenente — dice il Colonnello — io rispondo con una domanda. Quei disgraziati innocenti che sono con me al muro, se fossero colpevoli dell'eccidio li avreste trovati sereni e tranquilli nelle loro case?» «Ja — borbotta il tedesco — ja...». Poi, dopo aver nervo-samente passeggiato in lungo ed in largo, si volta di scatto ed ordina la pronta liberazione di tutti quanti.

1° luglio 1944 — Lettera del Commissario Prefettizio.
In data 1° luglio 1944 il Commissario Prefettizio scrive:
Il comando Germanico di questa Zona ordina di comunicare alla popolazione.
In conseguenza dei dolorosi avvenimenti del 26 giugno 1944 si avverte che se si verificasse ancora il minimo incidente del genere, il paese di Sangano e tutte le frazioni minori, subirebbero le seguenti rappresaglie:
Distruzione di tutte le case con il cannone e con incendio, salvo provvedimenti più gravi.

1944
Salvataggio da mitragliamento

Un mattino del lontano 1944 verso mezzogiorno, mentre i Sanganesi: Ferro Luigi, Fratelli Artero col cugino Carlo Artero, Viretto Giuseppe, rincasavano lungo la strada provinciale Trana-Sangano, con quattro carri stracarichi di legname, furono sorpresi dal rombo potente di velivoli nascosti tra le nuvole.
Con prontezza di spirito, portati i carri sul margine della strada, staccarono prontamente i cavalli lasciandoli liberi attraverso i campi.
Gli uomini raggiungevano di corsa una folta siepe, inseguiti da un fitto mitragliamento dei velivoli nemici, che erano scesi in picchiata sul bersaglio.
Il Molto Reverendo Parroco Don Gioana Giovanni, portatosi subito sul posto, in seguito a notizie allarmanti giunte in paese, con Sua somma meraviglia, vide i quattro cavalli che pascolavano tranquilli, mentre i suoi devoti parrocchiani incolumi, consideravano il pericolo scampato, dalle numerose pallottole che avevano colpito a segno i loro carri.
I loro occhi seguirono alti nel cielo i velivoli nemici che si dirigevano verso Torino, alla quale avevano riservato il grosso delle loro bombe.
Luigi Ferro, glorioso ferito della prima guerra mondiale, si limitò a dire: anche questa volta l'ho scampata bella!

Nell'autunno 1944, verso l'imbrunire, una colonna di oltre 200 (duecento) Austriaci-Tedeschi diretta sulla strada di Avigliana, sta per cadere in una grande imboscata.
Un Sanganese ferma la Colonna e l'ospita nel suo castello per tutta la notte col rischio di trasformare la Sua tenuta in un campo di battaglia. All'indomani l'intera colonna abbandona la Valle del Sangone.

30 luglio 1944
Eccidio militari tedeschi

La domenica 30 luglio 1944, poco dopo il mezzogiorno, due partigiani non conosciuti dai sanganesi si appostarono con una mitragliatrice poco distante dal fabbricato del paese, vicino alla strada Sangano-Villarbasse, all'altezza del ripiegamento della bealera che dalla strada di Villarbasse si dirige verso la regione Braida. Attendevano il passaggio di due soldati tedeschi. Giunto il momento spararono contro di loro a mitraglia: uno non colpito riuscì a fuggire verso Sangano, l'altro fu colpito a morte, e la salma, caricata sull'automobile dei partigiani fu trasportata a Giaveno.
Subito truppe tedesche autotrasportate giungono a Sangano sparando all'impazzata. Cade il Cancelliere Caselli ed altri sono feriti.
Più tardi verso sera, si sparse in paese la voce che il Comando dei tedeschi della Polveriera di Sangano aveva chiesto d'urgenza al Comando tedesco di questa zona, di stanza a Scalenghe, un'azione di rappresaglia contro Sangano, e che fra poco il paese verrebbe distrutto col cannone e con l'incendio. La folla atterrita affollò la Cappella della Madonna del Perpetuo Soccorso... per tutta la sera si elevarono continue suppliche... mentre altri si affannavano a trasportare masserizie di casa nella campagna per salvarle dall'incendio... In quel frattempo la spedizione di rappresaglia tedesca era veramente partita da Scalenghe.
Ecco il prodigio:
All'altezza di Airasca, l'automobile tedesca si rovescia. Un morto, due feriti gravi, molti altri tutti sanguinanti. Il comandante tedesco, deprecando l'azione, dice: «Essere partiti per uccidere e noi caput». L'azione di rappresaglia viene rimandata ed in un secondo tempo sospesa.
Trascriviamo la lettera indirizzata dal Rev. Prevosto di Airasca al Prevosto di Sangano, testimoniante il fatto:

Airasca, 14 maggio 1945.
Molto reverendo e indimenticabile Signor Prevosto, rispondo ben volentieri sull'argomento che la interessa, di cui sono anch'io, almeno in parte, testimonio oculare.
La sera del 30 luglio 1944, poco dopo le funzioni vespertine, giungevano ad Airasca, provenienti da Scalenghe, i camions di soldati, in parte tedeschi ed in parte italiani, una macchina con il Comando e per ultimo un'autoblinda.
Il camion, per la velocità fantastica, pareva dovesse andar a finire nella svolta contro la chiesa, ma passò oltre; la macchina del Comando nell'entrare in paese si arrestò alle grida, che si elevarono d'intorno. La blinda che sopraggiungeva a velocità pazza, cozzò contro un palo del telefono, lo divise in due e ruzzolò capovolta nell'orto della famiglia di Carena Giovanni. Tra i primi accorsi vi fui anch'io, con l'Olio Santo, e trovai un tedesco morto nell'orto, colla testa staccata a un metro di distanza, due feriti gravi, altri tutti sanguinanti. Il comandante, austriaco, che parlava italiano, tra le prime cose che disse deprecò la velocità esagerata, e poi: Andavamo per uccidere e invece noi kaput (fummo uccisi)!
Quella sera sapemmo che dovevano andare in un paese verso Giaveno, più tardi si disse: Sangano, per rappresaglia.
Scriva pure adunque a caratteri d'oro nella storia della sua parrocchia che fu il DITO DI DIO AD ARRESTARE IL PREPOTENTE, che furono le preghiere, barriera insormontabile, ad urtare e capovolgere i messaggeri della morte.
Aggiungo che anche Airasca passò qualche ora di sbigottimento per timore di quella gente, che, in numero stragrande, di lì a poco invase il paese e finalmente, con molta fatica, riuscì a portarsi via morto, feriti e blinda senza altre complicazioni.
Avevamo anche noi poco prima pregato tanto in un'ora di adorazione; ne potevamo proprio nulla; essi erano i soli colpevoli, pieni di alcool, sitibondi di sangue.
Stamane mi recai sul posto e dal signor Carena proprietario ebbi riconfermate le suddette notizie e per comprova mi fece vedere il suo orto, e una zolla tuttora sterile, è il posto preciso dove precipitò la blinda.
Ricordandola sempre, rievocando i tempi belli di Mòns. Corio, per me grande maestro di vita sacerdotale, con tutto il cuore e distintamente la saluto, dicendomi felice se potrò averla ospite qui, a dircitante e tante cose, sopratutto della protezione che la Madonna ebbe per noi in questi tristi tempi di guerra.
In Gesù Cristo suo dev.mo F.to Sac. Romano Grosso, Prevosto

Il sottoscritto Rebola Ermenegildo abitante in Airasca, avente la casa confinante con quella del signor Carena, sulla cui proprietà avvenne il disastro, testimonio oculare di tutta la scena della catastrofe, conferma la verità di quanto è sopra testimoniato dal Rev, Signor Teol, Romano Grosso Prevosto di Airasca.

Sangano, 15 agosto 1947 - F.to Rebola Ermenegildo

La Madonna del Pio Perpetuo Soccorso
Aveva pregato con noi
Dio ha salvato Sangano

 

La Verna di Cumiana

I PARTIGIANI
DELLA DIVISIONE ALPINA
AUTONOMA VAL CHISONE
RIUNITI DOPO VENTI ANNI
RICORDANO I COMPAGNI CADUTI
CHE QUI COMBATTERONO
PER LA LIBERTA’
AUTUNNO 1944 - AUTUNNO 1964

 

4 ottobre 1964
Oggi la Val Chisone celebra i caduti della lotta ai nazisti

Cerimonie a S. Martino di Cantalupa e la bivio di Cumiana – La Vallata di Pinerolo fu difesa per mesi dinanzi a forze preponderanti – Accerchiati dai tedeschi, i partigiani risposero: “Non deporreremo mai le armi. Queste montagne sono nostre”

Pinerolo. 3 ottobre
Domani, domenica, vi sarà nella zona un grande raduno di ex-partigiani della Divisione alpina autonoma Val Chisone; con brevi cerimonie nei vari luoghi saranno ricordati i Caduti di San Martino di Cantalupa, quelli del bivio di Cumiana sulla provinciale Orbassano - Pinerolo (Aventino Pace, Angelo Torricelli, Sergio Ferrero e Nino Torretta), quelli della frazione Verna e i Caduti alla cascina Richetta e alla frazione Porta. Vent'anni fa, nel rigido autunno-inverno del 1944, i nazifascisti, partendo dalle basi di Pinerolo e di Torino decidevano di attaccare e annientare quei reparti della Val Chisone che erano scesi verso la pianura e che effettuavano quasi ogni notte puntate contro i presidi tedeschi e delle SS italiane, infliggendo gravi perdite, danni rilevanti e impadronendosi di armi e di automezzi. All'alba del 4 novembre veniva assalita da forze preponderanti a San Martino di Cantalupa la banda «Fratelli Caffer» che aveva preso nome da coloro che erano stati, assieme ad Enrico Gay, tra i principali animatori della resistenza in Val Chisone, e che da tempo con una serie di imboscate insidiava il comando nemico di Pinerolo: nel violento combattimento perivano con le armi in pugno il comandante Eugenio Juvenal, Adolfo Serafino, Romolo Carrera, Domenico Ferrera, Rinaldo Rinaldi e Omero Rosini. Il 27 novembre era la volta della banda «A. Catania » che si era attestata in un villaggio di poche case, La Verna, sopra Cumiana, da cui sferrava arditi colpi di mano (particolarmente audace, fra i molti, il disarmo dei 117 uomini della caserma della polizia fascista di via Pesaro in Torino): i nazisti, che avevano mitragliatrici e mortai, circondavano la borgata tempestandola di raffiche rabbiose; la formazione si ritirava dopo aver causato agli assalitori tre morti e parecchi feriti; ma alcuni partigiani cadevano nei pressi del villaggio, altri venivano catturati e fucilati a Giaveno; il comandante, Fausto Gavazzeni «Rossi», uno studente di ingegneria di Torino, preso prigioniero a San Bernardino di Trana e deportato in Germania doveva morire più tardi a Mauthausen. Domani sarà scoperta una semplice e nuda lapide che comprende i nomi di Gavazzeni, Giovanni Bert, Giuseppe Bonino, Aurelio Carosso, Roberto Coletto, Giuseppe Costanzia di Costigliole, Sergio Dal Bianco, Alessandro Garrone, Giuseppe Garufl, Giovanni Gino. Il 30 dicembre una compagnia di paracadutisti della «Folgore» giungeva alla cascina Riehetta di Cumiana dove giaceva convalescente da una grave malattia Gianni Daghero «Lupo», ventenne capo di una banda di guastatori che aveva portato a termine nella Val Chisone e nel Pinerolese decine e decine di rischiose azioni di sabotaggio. Rinchiuso nel fienile che il nemico aveva dato alle fiamme, «Lupo», assieme a Giorgio Catti e Michele Levrino, resiste a lungo; poi i tre tentarono una disperata sortita, ma furono abbattuti a colpi di mitra. Poco prima in frazione Porta era stato catturato, barbaramente torturato e infine ucciso a colpi di calcio di moschetto un partigiano della banda di «Lupo», Erminio Long, che si era rifiutato di tradire i compagni. Con queste feroci repressioni il comando nazista contava d'avere stroncato la resistenza nella zona. Ma quei morti sfigurati e riversi nella neve o tra le foglie umide dei boschi, quei casolari bruciati che innalzavano lunghe colonne di fumo nero nel cielo grigio dell'autunno, quelle fucilazioni e impiccagioni, quelle persecuzioni di civili, quello spiegamento oltracotante di forze non fecero altro che aumentare la volontà di lotta dei pochi superstiti. Del resto questa perseveranza nella battaglia impari, anche fra difficoltà che oggi appaiono insormontabili, era sempre stata una caratteristica della Val Chisone: la divisione autonoma (autonoma nel vero senso della parola perché non dipendeva da alcun partito e in essa affluivano e coesistevano a fianco a fianco uomini di diverse fedi politiche) aveva difeso sin dal marzo del '44 la vallata accanitamente contro un nemico che disponeva di forti contingenti di truppe bene equipaggiate, di cannoni, di carri armati e che si serviva persino di caccia-bombardieri; l'aveva difesa nonostante la fame, la scarsezza di armi e di munizioni, la decimazione degli uomini; e solo nell'agosto del 1944 i nazifascisti che intendevano attestarsi, con le spalle al sicuro, sullo spartiacque italo-francese per contrastare gli alleati sbarcati in Provenza erano riusciti ad occupare l'intero fondovalle e il colle di Sestriere. Ma nemmeno in queste condizioni la resistenza, al comando di Maggiorino Marcellin (ora maestro di sci a Sestriere) e di Ettore Serafino (ora avvocato a Pinerolo), era cessata: e gli oppressori erano stati costretti a subire sfibranti attacchi e imboscate, ininterrottamente. Quando, appunto nell'agosto del 1944, il generale tedesco aveva intimato la resa, i partigiani gli avevano risposto: «Non deporremo mai le armi. Queste montagne sono nostre». Domani gli ex-partigiani della Val Chisone si ritroveranno, dopo vent'anni; mutati certo nell'aspetto, ma con lo stesso spirito di allora, quando combattevano per la libertà e per la loro vallata e credevano fermamente nell'avvento di un mondo migliore e più giusto. r. s

La Stampa – 4 ottobre 1964

La Verna Cumiana

Alla Verna la croce in ricordo di Giovanni Gino

particolare Gino Giovanni + 1944

 

Trana

Internati e Reduci di Trana

Internati e Reduci

 

Relazione dell'opera svolta dal Clero nella Guerra 1940 - 1945 nel
paese di Trana (Prov. di Torino)
opera a vantaggio di sinistrati e sfollati

Sin dal Novembre 1943 quando i primi bombardamenti obbligarono gli abitanti di Torino allo sfollamento,Trana fu letteralmente presa d'assalto lata la sua comodità con Torino.
Per venire incontro alle miserie di tanti sfollati e sinistrati il Parroco mise a disposizione locali sia per abitazione sia per ricovero del mobilio; in seguito per ovviare nell'ambito del possibile a tutte le altre difficoltà (penuria ai viveri, di suppellettili, di vestiario) fondò coll’aiuto di brave persone la Conferenza di S. Vincenzo per la visita dei poveri a domicilio che si rese ammirevole per il suo spirito ai abnegazione e per l’abbondanza dei soccorsi in denaro in derrate alimentari e in vestiario.
In seguito il Parroco si fece propagatore per una raccolta a vantaggio dell'opera "La Carità dell'Arcivescovo" e presentava nelle mani di Sua Em. il Cardinale la vistosa somma di Lire Ventunmila.
Opera svolta dai Parroco in occasione di azioni di rappresaglia La quiete di Trana fu turbata la prima volta il 9 febbraio 1944 quando repubblicani esaltati volevano impiantare nel Palazzo delle Scuole un Comando Repubblicano.
Alle ore 14 dello stesso giorno capitò per le strade di Trana una feroce scaramuccia fra Repubblicani e i Partigiani della Valle Sangone e i repubblicani avuta la peggio lasciavano cinque morti.
Per impedire nuovi conflitti e sopratutto la vendetta sul Paese minacciata dai Repubblicani il Parroco riuscì colla persuasione a far sloggiare da Trana chi era l'anima per l’organizzazione di questo centro repubblicano.
Più tardi e precisamente il 26 Giugno 1944 i Partigiani di Val Sangone in seguito ad una falsa interpretazione di ordini presero possesso di Trana e della vicina Polveriera di Sangano.
Alla sera dello stesso giorno arrivò uno squadrone di tedeschi con autoblinda e carri armati che gettò lo spavento in mezzo alla popolazione con uno sfoggio di scariche di mitraglie e cannoncini.
Vedendo in seguito la loro impossibilita di sorprendere i Partigiani annidati sulle montagne circostanti Trana, entrarono nelle case e prelevarono settanta ostaggi in preferenza padri di famiglia-ostaggi che stavano per essere portati in campi di concentramento.
Il Parroco saputa la cosa intervenne presso il comandante tedesco e assumendosi la responsabilità dell'innocenza dei 70 detenuti riusci ad ottenerne la liberazione fra il giubilo e la riconoscenza commossa di tutta la popolazione in lacrime.
Con questa liberazione si stimava chiusa così triste parentesi, ma invece nelle prime ore del 27 giugno piombava improvvisamente su Trana uno scaglione di tedeschi della SS. della Bermans che bloccato il paese, fatta man bassa sugli averi di molte case radunarono tutta intera la popolazione (compresi i bimbi lattanti, i vecchi e gli ammalati) sulla piazza della Parrocchia e li fra un apparato di forza bruta si venne ala scelta di 40 ostaggi scelti fra i 20 e i 50 anni.
Contro di questi si pronunciò la fatale sentenza: "se entro alle ore 19 di questa sera non saranno restituiti i 14 Tedeschi presi prigionieri dai partigiani alla polveriera di Sangano questi 40 ostaggi verranno fucilati. Grida di strazio e lacrime furono l'eloquente risposta di tutta la popolazione e a queste grida il barbaro tedesco rispose: “Rivolgetevi al vostro Parroco che si dia d'attorno per trovare i nostri 14 compagni, il Parroco fedele al suo mandato percorse prima le montagne di Giaveno e Coazze; poi lasciate persone di fiducia per trattare coi partigiani dell'investigazione e in seguito della resa, egli col medico locale partiva per Torino ingannando il Comando tedesco locale che si rifiutava a tale partenza, a Torino poi si portava ai vari comandi della Repubblica e dei tedeschi per vedere di procrastinare l'ora fatale della resa.
La Provvidenza e l'aiuto visibile della Vergine con condusse a buon esito le pratiche e alle ore 20,45 i quaranta ostaggi potevano ritornare in seno alle loro famiglie.
Dal giugno al dicembre (data dell’ultimo rastrellamento) fu un susseguirsi di ore e di giorni di apprensione .I Partigiani occultati nei boschi di Trana tentavano agguato ai tedeschi e repubblicani che transitavano sulla strada provinciale Torino - Pinerolo - Giaveno, di modo che in parecchie circostanze il Parroco e il Podestà (gli unici rimasti sul posto perché tutti gli altri all’effettuarsi d'ogni imboscata si davano prontamente alla fuga) s'industriavano per rimuovere morti e feriti onde evitare sul paese probabili e feroci rappresaglie.
Nell'agosto una colonna di autocarri accompagnati da autoblinde e carri armati arrivavano a Trana e facevano sosta sul ponte Sangone decisi a rimanere sino a quando non avessero avuto dal Parroco garanzia che i partigiani per tre giorni consecutivi non avrebbero tese imboscate, minacciando nel caso lo scoppio di bombe piene di gas asfisianti che essi intendevano trasportare dalla Polveriera di Sangano alla Stazione di Avigliana. E allora il Parroco per evitare danni alla popolazione prende i sentieri della montagna e sul piazzale della Chiesa della Maddalena sopra Giaveno raduna tutti i Capibanda e con preghiere ed insistenze ottiene la richiesta garanzia.
Al culmine poi di tutto questo interessamento il Parroco accusato di favoreggiamento ai partigiani veniva brutalmente prelevato dai tedeschi dalla Casa Parrocchiale il 4 di dicembre e dopo una notte ai freddo e di sofferenze veniva gettato col podestà di Giaveno nelle camere di sicurezza sottostanti all'ex Caserma dei Carabinieri di Pinerolo. Per 22 giorni il Parroco scontava presso i tedeschi S.S. della Bermans il suo interessamento a vantaggio della popolazione affidata alle sue cure e solo ai 26 dicembre poteva fra il giubilo di tutti ritornare al suo Ministero.

In Fede Trana 3 ottobre 1945
Gianolio Giuseppe Priore di Trana per 26 anni

 

Sulla parete del campanile del Belvedere

NEL 1946 UN COMITATO
PRESIEDUTO DA PONSETTO GUIDO
SOTTO IL PRIORATO DI DON GIANOLIO GIUSEPPE
COL CONCORSO DI TUTTA LA POPOLAZIONE
CURAVA I RESTAURI DEL BELVEDERE
IN RINGRAZIAMENTO
PER L’INCOLUMITÀ DI TRANA
NELLA BARBARIE NAZIFASCISTA

 

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