L’acquedotto di Sangano
'L vèrmot ëd Sangon

 

Lavori per la costruzione dell'Acquedotto Municipale
A destra: collina morenica degli Scarnassi.
Al centro: la cupola e i lavori per la costruzione di una galleria per il serbatoio.
A sinistra in mezzo al verde si intravede l'antica passerella in legno o pedanca sul Sangone.

I torinesi così chiamano scherzosamente l'acqua. Associandola al tipico aperitivo della loro città, dicono, implicitamente, che l'acqua... non è vermouth, il che è piuttosto evidente, ma anche che, quella buona che sgorga senza risparmio dai tanti torët, è acqua del Sangone. Era.
Modestamente vorremmo richiamare alla memoria dei torinesi che il "vermouth" del Sangone porta il marchio d'origine controllata di Sangano. La Società Anonima per la condotta delle Acque Potabili in Torino, infatti, in omaggio al detto che "la roba ant ij pra e'nt j camp a l'è 'd Dio e dij Sant", nel 1852 volle che fosse derivata dalle sorgenti e dalle falde dei prati di Sangano l'acqua che avrebbe dovuto arrivare nelle case della città. Il fatto è noto anche ai sanganesi insediatisi di recente, grazie all'iniziativa della nuova amministrazione comunale, di aprire al pubblico i sotterranei dell'Acquedotto Municipale di Torino, in occasione del Memorial del 20 maggio 1995, dedicato ad Aldo Maritano e a Renzo Boccaccino.
Nel 1832 Maria Cristina di Sicilia, vedova del re Carlo Felice, incaricò l'ingegner Ignazio Michela di studiare come convogliare a Torino
acqua potabile di sorgente, sempre fresca, sempre pura, sempre abbondante, derivandola direttamente dalle Alpi o da luoghi elevati che poco distassero dalle medesime.... L'acqua dovrà arrivare da sé, e per la sola pressione propria, a tutte le case di questa città ed a tutti i piani delle medesime, liberando così gli abitanti dell'incomodo e della spesa di dover attingere l'acqua da bere da pozzi quasi sempre inquinati, portarla a mano su per le scale, sulle quali non puossi far a meno di versarne sempre qualche porzione, la quale è sovente cagione di pericolo per chi è obbligato a montare e discendere per le medesime, principalmente in ragione del gelo che vi si produce nell'inverno.
Centosettant'anni fa l'erba voglio cresceva ancora nei Giardini Reali di Torino, perciò l'ingegner Michela presentò sollecitamente alla sovrana una relazione nella quale si prospettavano ben sei possibilità: derivare l'acqua dalla Sacra di S. Michele, dai Laghi di Avigliana, dalla Valle della Dora presso Pianezza, dalla sorgente del Sangone, da pozzi da costruirsi fra Collegno e Grugliasco, da fontane esistenti alla periferia della città lungo il corso della Dora.
Intanto nel 1847 un gruppo di 53 cittadini, tra cui il Conte di Cavour, si era costituito in società per fornire Torino di acqua potabile, chiamandosi in seguito "Società Anonima per la condotta delle Acque Potabili in Torino". La regina ne mise a disposizione la relazione Michela, dichiarandosi disponibile a contribuire al finanziamento dell'opera, se l'acqua fosse stata fornita "gratuitamente e a perpetuità" a tutti gli istituti di beneficenza torinesi. Furono espletate analisi su analisi; alla fine la società scelse il progetto della Valsangone, perché risultò che l'acqua del Sangone "è acqua potabile dolce, non cruda, non selenitosa, contiene appena 19 milligrammi di carbonato di calce e tracce appena di solfato". L'acqua delle sorgenti del Sangone-sempre secondo la relazione - era purissima e cuoceva i legumi in un'ora e mezza, mentre altre, ad esempio quella dei pozzi di Torino, in due ore; "per di più non conteneva più di 80-100 milligrammi di principi fissi e piccolissima quantità di materia organica".
Le sorgenti erano a m 5,50 di profondità (m 2,25 di terra vegetale e m 3,25 di piccoli e grossi ciottoli di sabbia); le acque aumentavano se si scendeva fino a 7 m di profondità. La Società si propose di fornire 66 litri al giorno per abitante; cioè, per una popolazione che era allora di 150.000 abitanti, 8580 mc, ma, ricorrendo anche alle fontane già esistenti, si sarebbe potuto arrivare a 20.000 mc. Alla fine, tuttavia, le falde sulla sinistra del Sangone risultarono meno ricche del previsto, perciò la Società acquistò quasi subito la tenuta della contessa Malines in territorio di Sangano, sulla sponda destra. In Sangano dunque, sulla sponda sinistra, nelle gallerie d'attingimento confluivano le acque delle falde di sinistra. Sulla destra, un'altra raccoglieva quelle della sorgente Lilla. L'acqua raccolta, in un canale in muratura a pelo libero, passava nelle vicinanze di Rivalta e Grugliasco, per spingersi per una decina di chilometri, fino alla località Baraccone (ora Regina Margherita).
Qui veniva raccolta in un serbatoio della capacità di 2600 mc e, in una conduttura, passando sotto corso Francia, scendeva fino a piazza Carlo Felice. Da questo condotto si partivano altre tubature secondarie. Ogni abitante disponeva di 10 litri d'acqua a 23 centesimi al mc.
L'atto notarile per la derivazione e distribuzione, fatto nel 1852, fu approvato dal Comune di Torino nel 1853, con l'autorizzazione a immettere sotto il suolo di Torino i tubi conduttori.
La Società dichiarava che la quantità d'acqua da condurre doveva essere di 20.000 mc in 24 ore, da aumentare, qualora ne fosse sorto il bisogno, fino a 80.000 mc.
Prevedeva che sarebbero occorsi due anni di lavoro per portare l'acqua e per l'intubamento delle vie principali: Doragrossa, contrada di Po, contrada nuova e di Porta Nuova, contrada di S. Teresa e di S. Filippo, contrada Alfieri e dell'Ospedale, contrada dell'Accademia delle Scienze e dei Conciatori, contrada di Borgo Nuovo, contrada di Porta d'Italia e della Consolata.
Sei anni dopo, l'impianto della Valsangone era in grado di funzionare, con una potenzialità massima di 650 litri al secondo e una media di 400. Domenica 6 marzo 1859, le autorità e il popolo salutarono lo zampillo augurale della fontana di piazza Carlo Felice: un enorme getto che arrivava a 25 m di altezza. L'acqua, convertendosi in una pioggia di spruzzi, veniva ad adacquare gran parte della piazza, tanto che si rese necessario ridurne la spinta.

Sola, 'n mez ai giardin ed Porta Neuva,
l'acqua a va su 'nt ne spricc: drita, auta, franca,
e peuj a casca ant una s-ciuma bianca
che 'n buff d'aria a smasis parei 'd na pieuva.
(N. Costa, Fontan-e 'd Turin: Porta Neuva)

Questo impianto, che raggiungeva una portata media di circa 200 litri al secondo, fu poi migliorato, gradualmente, estendendo le gallerie di presa e attingendo alle sorgenti Baronis, quindi costruendo un serbatoio della capacità di 2000 mc a Sangano, e uno di 7600 mc a Baraccone, aggiungendo delle condutture. Furono inoltre acquistati terreni in Sangano (1862) e scavate fontane nei terreni dai quali scaturivano in permanenza, sia durante la massima siccità estiva, sia durante i forti geli dell'inverno, non meno di 200 pollici d'acqua. Prendendo acqua dalla Bealera di Rivoli, dalle bealere di Bruino e Sangano situate presso la galleria destra, e quelle dei Prati e della Valletta situate sulla galleria sinistra, l'impianto fu ulteriormente potenziato.
Nonostante ciò la società non fu mai in grado di assicurare, almeno fino agli inizi del Novecento, il quantitativo minimo di 20.000 mc al giorno, previsto nell'atto notarile del 1852-53.
Nel 1904 perciò estese ancora l'area di captazione, ottenendo l'esproprio dei terreni di 32 proprietari sulla sponda destra, sopra l'intera falda di Lilla, ricca di sorgenti: più o meno un quadrilatero di 600 m per 300 tra il Sangone, la strada Sangano-Villarbasse, via Coletto, un tratto di via Molino Vecchio e Sangone.
Un'enorme riserva "'d vermòt del Sangon" pronta per essere dirottata alla città della Carpano, della Martini & Rossi, della Cinzano e compagnia doc. Gli espropriati: Barbero Maria, Ostorero Luigi, Barbera Michele, Barone Michele e Caterina, Martinasso Maria, Maritano Rosa, Cugno Maria, Maritano Anna, Andruetto Giacomo Carlotta e Rosa, Andruetto Pietro, Andruetto Antonio, Martinasso Giovanni, Rosa Lorenzo, Rocca e De Dominicis, Cattero Giovanni, Cugno Maria, Parrocchia di Sangano, Conte Schiari, Barone Michele, Masoero Giuseppe, Benedetto Carlo, Casalegno Tranquillo, Prato Francesco, Bronzino Stefano, F.lli Pecchio, F.lli Rubbiola, Gonella Francesco, Barale Matteo, Dudero Pietro e Clemente, F.lli Coletto, Zani Giuseppe.

"Pija lòn ch'at dan, e grassie", suggerisce un detto piemontese. Così dissero e fecero.

Nel 1895, l'annoso problema del potenziamento della condotta dell'impianto della Valsangone era stato ancora affrontato utilizzando le acque sotterranee della zona di Millefonti, già luogo di delizie e di svaghi di Carlo Emanuele I, feste, cacce e spettacoli pastorali per principi, cardinali, artisti cortigiani di Torino e del ducato sabaudo. Qui erano state costruite gallerie di presa, una camera di raccolta, serbatoi, un impianto di sollevamento, dal quale un condotto, per via Nizza e corso Ferrucci, giungeva alla barriera di Francia, dove le acque del Millefonti si mescolavano a quelle del Sangone. Ed era il secondo adulteramento del vermouth del Sangone, dopo quello ottenuto dall'annacquamento mediante le bealere di Rivoli, dei Prati e della Valletta.
Così affluivano altri 450 litri al secondo che non miglioravano la qualità, trattandosi di acqua selenitosa con un eccesso di solfato di calcio e che... ritardava la cottura di molti elementi.
In seguito arrivarono altri apporti dall'impianto della Favorita di S. Maurizio Canavese, dell'acquedotto Francesetti di Scalenghe, di Campo Fregoso sopra Regina Margherita e il potenziamento aumentò ancora all'inizio della seconda guerra mondiale e continua.
L'acqua che bevono i torinesi non è più "'l vèrmòt del Sangon", ma... il prodotto di una cantina sociale. Come la Verità di Trilussa, il flusso partito dalle gallerie di Lilla, giungendo a destinazione canta rassegnata:

Fior de cicuta,
ner modo che m'avete combinata
purtroppo nun sarò riconosciuta!

Accompagnati dal Sig. Giuseppe abbiamo visitato il serbatoio di raccolta di Sangano, della capacità di 2000 mc, nel quale si immettono le sorgenti di Lilla, Baronis e Scarnassi, con flusso incessante di 160 litri al secondo dalla galleria di 494 m di Lilla e di 300 al secondo dalla galleria Baronis di 675 m che raccoglie pure le sorgenti Scarnassi. E’ cronologicamente il primo nucleo, poi potenziato nel 1906, del grande complesso dell’AMT. Nel serbatoio un galleggiante controlla la quantità delle acque in entrata che, circolando nelle 6 gallerie, si mescolano percorrendo in esse tre corsie di decantazione, mantenendo durante tutto il percorso un livello di 2 m di profondità; quando il livello consentito viene raggiunto, l'acqua eccedente si riversa in un canale che la immette nel Sangone. Guidati dal sig. Giuseppe abbiamo percorso la galleria Baronis: 7 metri di profondità, l’inizio dell’acquedotto: dai muri di essa numerosi fiotti d’acqua limpidissima escono dai fori dove terminano le condutture di captazione delle sorgenti. Al pozzo nel quale ha termine la galleria Scarnassi (m 686), presso i ruderi della vecchia cascina Baronis, l’acqua di quelle sorgenti precipita con fragore assordante da un tubo che la convoglia, con un salto di 30 metri nel canale nel quale scorre tranquilla l’acqua delle sorgenti Baronis, e vi si mescola. Una condotta le porta al serbatoio dove si mescoleranno con quelle delle sorgenti di Lilla che vi giungono attraverso la galleria che passa sotto al Sangone. Dalle sorgenti Acqua Viva, dopo Rivalta, si immettono nel canale che convoglia l’acqua fino agli impianti di Baraccone, altri 260 litri al secondo. L’avvocato Costante Sincero si adoperò perché a Sangano fosse assicurata l’acqua potabile. Il Comune mediante successivi accordi con la Società delle Acque Potabili, provvide a rendere autonomo il rifornimento idrico del paese e nel 1981 lo potenziò rafforzando le condutture e aprendo un nuovo pozzo che vi immetteva 15 litri al secondo.

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa - Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996

 

L'antica passerella in legno o pedanca sul Sangone Botola d'ispezione  alla galleria collina morenica degli Scarnassi

Visita dei bambini dell'asilo di Villarbasse al serbatoio della potabile 27 settembre 1906

Visita al serbatoio della potabile 27 settenbre 1906

Sangano - Serbatoio Acqua Potabile

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23 aprile 1924
Sangano e la mancanza d’acqua
Il presidente del Circolo San Giorgio, in Sangano, dott. cap. Giuseppe Giusiana, ci scrive:

“Il paese di Sangano e dintorni, che nel passato godeva abbondanza di acqua, forse troppa, perché alcune zone erano paludose, si trovano in questo momento, specialmente nei periodi estivi, in assoluta mancanza. Tale mancanza è dovuta alla Società Acque Potabili, che per utilità pubblica riguardante la Città di Torino, ha espropriato volenti o nolenti, i proprietari, una enorme zona di terreno assorbendone l’acqua, che incanalata venne diretta a Torino. I contadini e per essi i vecchi dirigenti del paese, non comprendendo le giuste ragioni, che una grande città non può sacrificare un elemento indispensabile per la collettività a vantaggio di pochi ostacolarono. In ogni modo l’attività della Società Acque Potabili, io non voglio entrare in merito a già superato questioni, anzi, da torto ai vecchi dirigenti del paese. Ma ritengo che l’errore di essi non debba ricadere eternamente su una popolazione onesta e laboriosa che oggi non domanda già l’acqua per l’irrigazione dei campi e dei prati ma semplicemente il quantitativo indispensabile del prezioso elemento per quelle stesse ragioni di igiene mediante le quali in Società Acque Potabili s’è basata per l’espropriazione del terreno. E’ vero che legalmente il paese non ha più nessun diritto, avendo il Comune venduto ogni diritto medesimo, ma moralmente la Società Acque Potabili, la città di Torino, il Consiglio Provinciale, hanno il dovere di riesaminare la questione.”

La Stampa 23 aprile 1924

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28 agosto 1927
L'acqua che i torinesi bevono
Una visita ai serbatoi ed ai pozzi del Sangone

Un'inchiesta giornalistica di autentico interesse, sarebbe quella che avesse per obbiettivo la seguente proposizione: dimostrare quanto liquido, venduto sotto la denominazione di “vino”, è consumato annualmente in una grande città come la nostra. Ma una tale inchiesta rientrerebbe nel novero di quella produzione romanzesca che, proprio oggi, incontra un così largo e meritato favore tra i lettori e le lettrici della Stampa. Sarebbe, anch'essa, un'inchiesta... impossibile. Alle barriere e nelle stazioni ferroviarie, infatti, i dazieri procedono bensì ad un rigoroso controllo del vino che entra, ma quanto a quello bevuto, vattelapesca. Il tecnicismo della nostra civiltà non ha ancora provveduto e forse non provvederà mai a suggerire il mezzo di equilibrare, anche in fatto di vino, l'uscita con l'entrata: intendiamo l'uscita dal negozio con l'entrata in città. In altri termini non è ancora stato applicato il contatore che fissi il quantitativo di vino proveniente dalla vite, acquistato dall'oste, ed il quantitativo dato a bere al consumatore. Il giorno in cui un simile congegno entrerà in funzione, l'oste sarà definitivamente riabilitato al cospetto di tutti i bevitori d'osteria e casalinghi perche nessuno potrà più calunniarlo con l'attribuirgli propositi e usurpazioni battesimali; e secondo ogni probabilità aumenterà pure il numero degli intenditori in tema di vino, che oggi, nella grande massa del pubblico, per la confusione generata dalla mancanza di un continuato e scientifico controllo sulla genuinità dei vini, è piuttosto scarso. Si tratta di educare al tempo stesso con l'oste, anche il bevitore; e vi par poco?

Ai tempi di Cavour

Chiudiamo la digressione, e in mancanza del controllo sul vino, vediamo come la metropoli piemontese è fornita dell'elemento principale di dissetazione, che ha pure e soprattutto qualità di pulizia e d'igiene. Tutti sanno che le sorgenti sono due: l'Acquedotto del Municipio e la condotta del Sangone esercitata dalla Società dell'acqua potabile. Quando si pensa che la distribuzione razionale dell'acqua nelle case data appena da due terzi di secolo, anche se si considerano le più modeste proporzioni della città d'allora, vengono... i brividi. Recentemente la rottura d'un tubo e la conseguente mancanza d'acqua, durata meno di ventiquattr'ore, mise una parte della popolazione in un tale nervosismo da... minacciare il finimondo. Eppure, per dirne una, finché visse Carlo Alberto, i torinesi, che erano allora cittadini di una Capitale, non si servirono di altra acqua di quelle dei pozzi esistenti in tutti i cortili delle case. Le massaie e le donne di servizio scendevano ad attingerla con i secchi oppure la facevano salire con la pompe, il cui uso venne introdotto in città fra il 1825 e il 1830. Le generazioni odierne non immaginerebbero neppure di poter vivere senza la comodità del rubinetto dal quale si sprigiona il fresco zampillo per la tavola, per la cucina, per il bagno e tutti gli altri usi a cui il superiore tono di vita dell'epoca nostra ci ha abituati. Pensiamo, frattanto, quale avvenimento dev'essere stato, nell'aprile del 1859, l'anno della riscossa contro lo straniero, quando insieme con la fontana dell'attuale Giardino Di Sambuy, in piazza Carlo Felice, si inaugurò la prima conduttura di acqua potabile, quella appunto proveniente dal Sangone. La concessione alla Società intraprenditrice era stata fatta nel 1853 ed i lavori avevano avuto inizio l'anno successivo: quanto dire che allo svolgimento di tutta la “pratica” e alla cerimonia inaugurale aveva presieduto, con la sua vertiginosa e febbrile attività, che gli permetteva di occuparsi delle cose più disparate, ma che fu anche causa della sua fine prematura, quell’appassionato movimentatore di acque attraverso canali o acquedotti, che fu Camillo Cavour.

Nel sotterraneo, col Conte Di Robilant

Non bisogna tuttavia credere che la condotta d'allora sia ancora quella di oggi. Abbiamo avuto la ventura recentemente di renderci conto di persona, sul luogo, di ciò che sia un acquedotto, e la cosa è avvenuta in modo affatto impensato, come una improvvisa rivelazione. Eravamo capitati, al seguito del capo della Federazione provinciale fascista, colonnello Di Robilant, in una villa deliziosa, a Sangano, posta a ridosso di una collina tutta verde, su un vasto piano, che il fine gusto della padrona di casa aveva trasformato in un'aiuola fiorita, allorché la persona che ci guidava, il cav. Ing. Giacomo Caroglio, proprietario della villa e che fino allora ci aveva celata la meta a cui eravamo diretti, aperse una pesante porta di ferro, e per una scala interna cominciò a farci discendere. Col colonnello Di Robilant erano anche il cav. uff. Valentino, del Direttorio federale, e pochissimi altri invitati. Ed eccoci a una mezza dozzina di metri dalla superficie, in un vasto sotterraneo, dove una imponente massa d'acqua ferisce le nostre orecchie con un rumore sordo, ripercosso dalla volta umida in note quasi paurose. E' il serbatoio dell'acquedotto del Sangone. Costrutto in muratura su piano rettangolare di metri 64 per 23.40, con la volta sostenuta da robusti colonnati, esso ha una capacità effettiva di 8000 metri cubi d'acqua. Anche alla luce delle candele, che danno a questa visita qualche cosa di fantastico, i muri appaiono massicci come quelli di una prigione antica. E' impossibile sottrarsi ad un senso di gelo che non deriva solo dalla profondità del sotterraneo, ma e il prodotto dell'oscillare di tutto quel liquido che ci sta sotto gli occhi e che ha riflessi indefinibili. Ma se dal passaggio che gira intorno al serbatolo e sul quale stiamo noi. uno si chini a vedere meglio, scorgerà subito l'acqua, limpida, trasparente e freschissima, quella che a Torino conosciamo e amiamo.

Il serbatoio le gallerie

L'ing. Caroglio, che ha la responsabilità diretta del serbatoio, ci spiega che questo fu scavato in parte su terreno morenico, in parte su terreno alluvionale. Le infiltrazioni sono rese impossibili anche dall'alto, giacché oltre ad essere protetta da uno spessore di un metro di terra, la volta è ancora isolata da un'intercapedine di un altro metro circa. Il sotterraneo è poi altresì munito di apparecchi di misura, di saracinesche e di quanto occorre per il suo funzionamento. Il capo della Federazione fascista vuol sapere, nell'interesse della cittadinanza, se sia facile l'accesso alla grande “cantina delle acque” ma l’ing. Caroglio lo rassicura dicendo che se egli si è potuto procurare l’onore della sua visita, la porta rimane per ogni altra minore circostanza ermeticamente chiusa e nessuno, fuori del personale addetto all'acquedotto senza il suo consenso, vi può mettere piede. La cortese guida aggiunge che la costruzione, com'è oggi, data del 1899, epoca in cui fu riparata ed approfondita di due metri, mentre più recenti sono le opere di isolamento per la volta alla superficie.
Com’è alimentato il serbatoio? La domanda ha importanza non soltanto come dato di fatto in se stesso, ma per l’errata opinione che molti si sono fatti circa l’acquedotto del Sangone.Il serbatoio è posto sulla sinistra del torrente, ma le acque non vi affluiscono da questo: esse invece sono raccolte da una zona di campagna e sotterranea che sta fra Sangano e Trana, a mezzo di cinque gallerie denominate: Scarnasso, Baronis, Lilla, Bonaudo e Acquaviva. Le gallerie scavate a profondità variabili una dall’altra, mettono capo a pozzi che ne raggiungono la base e che ne costituiscono i punti di partenza. Altri pozzi sono costrutti lungo il loro percorso ed emergono dal suolo come altrettante stazioni di un santuario.

Il tunnel sotto il torrente

La galleria Scarnasso, la più profonda di tutte a una lunghezza di 676 metri, e alta 1,70, e larga 1,05, ed ha forma ovoidale. La sua costruzione, tutta in muratura di mattoni e cemento, salvo il fondo che è in calcestruzzo pure di cemento,risale al 1899 -1901. La sua caratteristica è che lo scavo sulla sinistra del torrente, non sta sotto il piano di chi cammina, ma addirittura nel cuore del costone morenico che separa la volta del Sangone da quella di Susa. Nella stessa zona, ma sotto il piano, è situata la galleria Baronis, la quale ha su per giù le stesse caratteristiche meno la profondità che è di soli metri 5,50 e che dopo un percorso di metri 4,80 si immette nello Scarnasso.
La galleria Lilla ha invece il suo piano inclinato sulla sponda destra del Sangone e su tale lato misura 494 metri.
La sua profondità varia da metri 7 a 4,80. Giunta al torrente un pozzo ivi scavato la mette in comunicazione con un tunnel che passa sotto il letto del Sangone, raggiunge l'altra riva e proseguendo ancora per 140 metri, conduce l'acqua ad una botola detta d'incrocio e di qui al serbatoio. Galleria e tunnel sono opera primitiva della Società; il tunnel venne però rifatto nel 1899. Delle altre due, la galleria Bonaudo,sulla sinistra del Sangone, dopo essersi estesa per circa 200 metri sotto uno dei piedritti: che partono dal serbatoio, si trasforma in conduttura impermeabile e versa le acque raccolte nell'acquedotto principale in un punto detto Botola Cucco; la galleria Acquaviva essa pure a sinistra del torrente, si incammina, al pari della Bonaudo, a valle del serbatoio.

La difesa delle acque

Come si vede, non si tratta di acqua derivata da un torrente passata attraverso filtri, convogliata verso la città, nessun filtro qui, e neppure alcun macchinario: ma semplicemente l'acqua raccolta nel sottosuolo, a profondità eccezionali, da sorgenti vive. In altri termini l'acqua ideale, come si può bere solo nelle gite campestri, in fondo ad una rupe, all’ombra di piante spesso secolari. Tutte le opere di raccolta sono difese da zone di protezione, chiuse da muri di cinta o da siepi. Tabelle con divieto d'ingresso ben visibili avvertono che la zona non è valicabile e tutte le strade che immettono ad essa sono sbarrate da cancelli di ferro. Ma oltre le zone protettive, esistono quelle di isolamento e qui non avvengono concimazioni, arature, seminagioni né irrigazioni.
Le piante stesse sono a notevole distanza dalle gallerie, in modo da impedire in esse qualsiasi penetratone delle radici. Ancora. Con movimenti di terra e canali impermeabili, le acque piovane cadenti sulla zona sono eliminate: ed è da rilevare che le zone hanno una superficie di oltre 800 mila metri quadrati. Infine grandi arginature sulle sponde del Sangone vennero eseguite nel tratto dei quattro chilometri, dove si trovano le opere murarie, opere completate da case di custodia e magazzini per il deposito degli attrezzi. Si ha cosi ogni garanzia che l'acqua bevuta a Torino è perfettamente sana, come richiedono l'igiene e la salute di una città che agglomera centinaia di migliaia di abitanti. Dal serbatoio di Sangano. parte l'acquedotto in muratura, esso pure impermeabile, largo metri uno e alto 1,70. che reca l'acqua delle tre gallerie principali e che per strada, come già abbiamo visto, rispettivamente a 900 e a 1920 metri, raccoglie anche quelle delle altre due, quindi con un percorso di dieci chilometri raggiunge il serbatoio, che potremmo chiamare di smistamento, del “Baraccone” dove presto sorgerà un altro serbatoio capace di contenere 35 mila metri cubi, tre condotte delle quali una in ferro stagnato e incatramato, del diametro di metri 0,45, e due in ghisa, rispettivamente di 0,45 e 0,600, portano l’acqua a Torino. A queste condotte, appena sarà ultimato il grandioso acquedotto di Scalenghe se ne aggiungerà una quarta di 0,900 di diametro.

A 22 metri sotto il suolo

Mentre il gerarca fascista, dopo la visita al Serbatoio di Sangano, lasciava la località, noi abbiamo approfittato della cortesia dell'ing Caroglio per un’altra visita non meno interessante e non priva di qualche emozione. Partito dalla villa, dove la Signora Caroglio aveva fatto squisitamente gli onori di casa, ci avviammo al pozzo n. 10 testa avanzata della galleria Scarnasso. Sull’automobile, che passò in mezzo a boschi di acacie, tra pioppi foltissimi di verde, avevano preso posto due altri signori ed il curato del paese(1). — Qualunque cosa accada — dice uno di noi, rivolto al buon sacerdote, da questo lato siamo a posto... Il curato sorride benevolmente. La porta del pozzo si spalanca, è, anche qui alla luce fioca delle candele, iniziamo la discesa. Il pozzo ampio ha una scala in pietra, che gira tutto intorno al muro a chiocciola. C'è bensì per sostenersi ad appoggiarvisi, una ringhiera che accompagna i gradini sino in fondo, ma i suoi sostegni sono così distanti uno dall’altro, che se scivola un piede... è finita: un bel salto di 22 metri; Ma la nostra discesa avviene senza incidenti: l’ingegnere avanti, gli altri dopo. Il fondo ci rivela una sorpresa: l'acqua che zampilla da 5 tubi calandra, infissi, da quella... bassura ad altre profondità varianti da 5 a 28 metri; intorno, altri fiotti uscenti dai piedritti, o fori praticati sotto il marciapiede alla base del pozzo; davanti a questo si apre la galleria, alimentata lungo il suo corso da altri fori consimili.
Beviamo, laggiù un bicchiere della limpidissima e fresca acqua, che in terra benefica sprigiona dalle sue viscere: ispezioniamo l’imbocco della galleria, ascoltando le spiegazioni che ci fornisce l’ingegnere, poi risaliamo, soddisfatti, per dire ai nostri concittadini, i quali ancora non lo sapessero, donde viene, dove passa, com’è tutelata una parte dell’acqua che essi bevono: forse la migliore di quanta ne posseggono le città italiane.

Dall’archivio storico La Stampa – 28 agosto 1927
Elaborazione propria tratta da documenti depositati presso l’archivio de La Stampa.

(1) Il curato Don Gioana Giovanni Battista

 

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