Prese di Sangano

Furto alle Prese
Omicidio alle Prese

1975 - 1980

Le Prese ritrovate dai "pionieri"

Bisogna aspettare la metà degli anni settanta perché qualcuno dei proprietari del luogo decida di recuperare le antiche proprietà e di destinarle al nuovo uso di villeggiatura. L’esempio fece scuola ed anche alcuni “forestieri” si unirono al gruppo.

Ca' Andervet

 

Ca' Maroun ora case Spesso

A sinistra in alto la cappella di Santa Maria Maddalena prima del restauro

A destra la ca' dla mula

A destra in alto la cappella di Santa Maria Maddalena

 

Verdina

 

Il vecchio calice della Cappella Santa Maria Maddalena

Custodia del calice
Il Calice di Santa Maria Maddalena

 

Priori Borgata Prese
1988 — cà Maroun famiglia - Cardonatto Bernardi
1989 — cà Andervet famiglia - Andruetto Dovis
1990 — cà Maroun famiglia - Spesso Giovanni
1991 — cà Andervet famiglia - Gioana Ruffino
1992 — cà Maroun famiglia - Ruffino Luigi
1993 — cà Andervet famiglia - Lanza Ruffino
1994 — cà Maroun famiglia - Andruetto Molineris
1995 — cà Andervet famiglia - Carrano Salviolo
1996 — cà Maroun famiglia - Bonansone Balsamo
1997 — cà Andervet famiglia - Sibona Chiarbonello
1998 — cà Maroun famiglia - Arpiani Francesca
1999 — cà Andervet famiglia - Andruetto Pasquero
2000 — cà Maroun famiglia - Oggero Nariga
2001 — cà Andervet famiglia - Gioana Ruffino
2002 — cà Maroun famiglia - Andruetto Molineris

 

anno 1993
alle Prese è arrivata la luce

Alle Prese è arrivata la luce
così torna la vita sulla montagna di Sangano

Alle Prese di Sangano è arrivata la luce elettrica. E’una grossa novità ed anche una sorpresa, perché il collegamento non era atteso sin verso la fine dell’estate: ma gli uomini dell’Enel hanno spiegato che avevano saputo della festa di domenica alla Borgata, e così qualcuno ha pensato di aggiungere questo “omaggio”.
Le Prese avevano fatto parte nel passato di piccola comunità in quota, Insieme agli altri gruppi di case dei differenti versanti della montagna, come le Prese di Piossasco e Pratovigero di Trana quest’ultima anche sede della scuola. Si abitava su queste pendici praticando la pastorizia e il taglio della legna, che veniva in larga parte trasformata in carbone (fino alla fine dell’ottocento), per essere poi portata a valle. Le Prese di Sangano furono abbandonate alla fine degli anni cinquanta.
Bisogna aspettare la metà degli anni settanta perché qualcuno dei proprietari del luogo decida di recuperare le antiche proprietà e di destinarle al nuovo uso di villeggiatura. L’esempio fece scuola ed anche alcuni “forestieri” si unirono al gruppo.
L’iniziativa dei proprietari non si è fermata alle loro case nelle stagioni passate hanno infatti contribuito a mantenere le strade di accesso (con denaro e con il proprio lavoro).
Questi nuovi abitanti hanno anche cercato di riportare un po’ di vita nella borgata, facendo rinascere le feste e portando a termine, alcuni anni orsono il restauro della chiesetta intitolata a Santa Maria Maddalena.
L’arrivo della luce è certo utile per chi ha casa alle Prese e fino ad ora aveva provveduto in maniera “pioneristica” con i mezzi più diversi, dal gas, alla batteria ricaricabile in valle, ai generatori ai pannelli fotovoltaici.
Ma adesso la linea Enel è anche un passo in più per riacquistare in modo concreto un pezzo di montagna che aveva rischiato per qualche tempo di perdersi nell’abbandono.
Francesca Rocci
Luna nuova n. 52
Venerdì 16 luglio 1993

 

luglio 1978
Piossasco - Un corpo di volontari sul San Giorgio contro i vandali
Ogni domenica «presidiano» il monte
per impedire che divampino incendi

Nella pineta di Piossasco, sulle pendici del Monte San Giorgio, da qualche domenica gruppi di improvvisati boscaioli, sudando senza imprecare, tagliano arbusti aprendosi la strada fra le sterpaglie per tracciare una linea tagliafuoco sulle pendici del monte. Sono gli agenti volontari di polizia rurale, un corpo istituito con una delibera dell'Amministrazione di Piossasco che a suo tempo sollevò vibrate polemiche per una erronea interpretazione del regolamento adottato e che venne poi ripresentata ed illustrata ampiamente in un successivo Consiglio comunale. Guidati dall'assessore ai servizi sociali ed alla polizia Ceccarelli, gli agenti volontari (per ora una decina, ma le domande da esaminare sono più di quaranta) sono impiegati per a servizio antincendio e per la vigilanza della zona montana e collinare del paese (Piossasco ha ceduto alla Provincia in affitto simbolico una vasta zona boschiva che è stata trasformata in Parco montano). Girano disarmati (a parte due guardacaccia) e lo scopo del loro volontariato è soprattutto stimolare (in particolare gli ultimi abitanti delle borgate collinari), nell'opera di prevenzione degli incendi e nella conservazione del patrimonio boschivo e paesaggistico. Con il grado di brigadiere è capo del corpo l'ex messo comunale Settimio Petitti (ora in pensione) coadiuvato dal vice-brigadiere Antonio Bonelli, vigile urbano del comune. Prestano la loro opera anche due messi comunali, Abrate e Clames, un autista di scuolabus, Gilardelli, due guardacaccia, un esperto in idraulica, ed un 'carrozziere, Franco De Vito. Si ritrovano tutte le domeniche sui sentieri del Monte San Giorgio, salendo le ripide pendici con una «campagnola» o in sella a qualche moto da cross. I nemici peggiori per gli agenti rurali sono proprio i motociclisti che vengono a scorrazzare e a disturbare i lavori ed i soliti vandali che si divertono durante la settimana, eludendo la sorveglianza, a bersagliare con le pistole i cartelli antincendio. «Mio marito torna a casa stanco — confida sorridendo la signora Bonelli —, ma allegro. A volte non torna neppure per cena perché tutti assieme, finito il lavoro, si improvvisano cuochi e mangiano all'aperto». Seguendo l'esempio degli agenti volontari, si sono costituiti ora due comitati nelle frazioni più sperdute dei comuni di Piossasco e Sangano, le Prese. Alle Prese di Piossasco un tempo abitavano un'ottantina di persone che scendevano al paese per far compere solo il giovedì, il giorno del mercato. Poi la borgata si è andata spopolando. Ora vi è tornata una famiglia che ha anche scritto all'Amministrazione comunale, riportando all'attenzione di tutti i mille problemi della montagna e del suo abbandono. Con l'aiuto di questi gruppi spontanei e l'impiego dimezzi anche comunali, si tenta ora, per circoscrivere il pericolo di incendi e rendere possibile l'intervento dei mezzi dei pompieri nel Parco montano, di collegare le due strade che portano una al Col del Pré e l'altra al Colle della Serva, unendo alla vetta di San Giorgio la frazione Prese. Sono state trovate sorgenti d’acqua e si è riattivata una cisterna ottocentesca. Se si riuscirà a riattrezzarne altre due, il problema delle prese d'acqua per i mezzi antincendio sarà risolto in modo soddisfacente. Agenti e volontari lavorano ora per la sistemazione della strada che porta alla chiesetta della Madonna della Neve: il Comune ha fornito la ghiaia, i volontari le braccia per spalarla e spianare la sede stradale. La partecipazione, comune e spontanea, ha quindi dato i suoi frutti.

Stampa Sera – 31 luglio 1978

 

Anno 1849
Sentenza nella causa
Contro

Bernardo nato nel milleottocento venticinque sulle fini di Sangano (Prese), ed ivi residente contadino.
Detenuto nelle carceri di questa Città, et arrestato lo scorso settembre.

Accusato

1° Del furto di una somma non minore di lire quattrocento commesso in varie riprese dal marzo 1845 ad agosto 1846, inclusivamente a pregiudicio del prestinaio Gregorio in Orbassano nel momento in cui si trovava al di lui servizio.
2° Di avere in occasione di tale servizio truffato lo stesso prestinaio Gregorio della somma di soldi quattro importare di una libra di sale.
3° Del furto di lire ottocento nella notte del 25 al 26 gennaio 1848, sulle fini di Sangano (Prese) nella casa e da pregiudicio di Giovanni Spesso mediante rottura (sicuramente della porta).
4° Di ferimento sulla persona di Giuseppe Fenoglio verso le ore sette pomeridiane delli 28 maggio 1848 in (Sangano) Piazza e nell’Osteria ivi esercita sotto l’insegna del Gallo da Giuseppe Ambrosio con avere a quello causato due ferite alla palma sinistra giudicata sanabile nel termine di giorni due anche senza cura, più altra ferita alla regione epigastrica penetrante nella cavità dell’addome giudicata da prima pericolosa e risanatasi poi nello spazio di giorni quarantacinque colla circostanza attenuante della minore età degli anni ventuno.

Il Magistrato d’appello in Torino Sedente Prima Classe Criminale

Udita la lettura della sentenza, e dell’atto d’accusa, intesi gli esami ed il dibattimento che ebbero luogo pubblico presente all’udienza, e sentiti il Ministero Pubblico, l’accusato ed i suoi Difensori, i quali ebbero gli ultimi la parola.
Considerando che alla mancata della libbra di sale di cui ebbero a deporre la Teresa Tonietto e il Battista Amprimo, e la Maddalena Caglieris ancor chè provato riguardare si voglia il fatto materiale, non esistono però convincenti prove onde asserire tale mancanza a fatto doloso dell’accusato. Che riguardo al furto delle 800 lire seguito a pregiudizio di Giovanni Spesso, sebbene vaghi indizi siansi presentati a carico dello stesso accusato, tuttavia furono i medesimi distrutti sia dalla circostanza che non potè accertarsi se di notte, o di giorno fosse stato commesso il reato, sia da quella che aperta essendo la camera dove seguì il furto, e molte essendo state le persone, che e nella notte, e nel giorno frequentarono la stalla, e la casa del derubato, svanivano di lor natura i sospetti tratti dalla famigliarità del Bernardo in quella casa, sia finalmente danchè non avendo potuto il derubato specificare con certezza le monete mancanti nel pacco restituito di nessuna conseguenza restava l’argomento tratto dallo scambio fatto dall’accusato di una doppia di Savoia all’Albergo del Moro in Piossasco.
Considerando riguardo al furto delle 400 lire al pregiudicio del Gregorio che se a fronte della costui denuncia, delle deposizioni dell’Amprimo, e della confessione dello stesso Bernardo non si poteva dubitare del reato in genere ed in ispecie, della sua qualificazione a ragione della persona, tuttavia in seguito della spiegazioni date dallo stesso Gregorio, dall’accusato, e dal costui padre (sentito per ischiarimenti in forza del potere discrezionale del Presidente) la somma derubata, e poi interamente restituita non poteva calcolarsi oltre le 100 circa.
Considerando relativamente alla ferita cagionata al Giuseppe Fenoglio, che il risultato del dibattimento ebbe a chiarire nel modo più evidente che il Bernardino vi venne spinto da grave provocazione, quale fu quella di urtoni, di schiaffi, pugni, calci vibratigli senza causa dal Fenoglio, per cui ebbe il medesimo a cadere per terra, e a rimanere tutto imbrattato di fango, e che il bollore dell’ira non gli lasciò campo a riflettere alle conseguenze, dell’uso del lungo coltello di cui egli corre ad impadronirsi in quell’osteria, e col quale poscia ebbe a ferire il suo provocatore.
Che concorrendo in fine contro l’accusato due reati punibili ambi con pene correzionali a cagione delle circostanze attenuanti che gli accompagnano, il primo dell’età minore di anni ventuno, e l’altro della grave provocazione, la pena dell’uno non poteva assorbire quella dell’altro.
Dichiara il Bernardo non convinto de reati di cui alli capi 2° e 3° dell’atto d’accusa e visto l’art. 437 a linea del codice di procedura criminale così concepito.
Articolo 437 se il Magistrato riconosce che l’accusato non è l’autore del fatto imputato, e che “non vi ha preso alcuna parte, o che la sua reità, non è provata e lo assolverà”
Assolve il sunnominato Bernardo dalli suddetti due capi d’accusa.
Dichiara lo stesso Bernardo convinto degli altri capi d’accusa; ristretto bensì a sole lire cento circa il furto di cui al capo 1° e commesso il reato del capo 4° nell’impeto dell’ira in seguito di provocazione grave.
E veduti gli articoli 655 n. 4. 96 p. 586. 610. 117 e 62 ultima linea del Codice penale che sono del tenore seguente
Articolo 655 il furto è qualificato per la persona;
n. 4 se il furto è stato commesso da un servo di campagna, da un operaio, da un allievo e compagno od impiegato qualunque nella casa, bottega, officina od in altro luogo in cui e ammesso liberamente per ragione della sua professione o del suo mestiere o impiego
Articolo 96 p. il reo maggiore d’anni diciotto minore delli ventuno soggiacerà alle pene ordinarie colla diminuzione di un solo grado
Articolo 586. Le ferite e le percosse volontarie che non hanno il carattere di tentato omicidio sono punite colla reclusione o colla relegazione estensibile ad anni dieci, quando vi concorrono cumulativamente le seguenti due circostanze
Articolo 610 le ferite o percosse volontarie contemplate nella sezione terza di questo capo sono state fatte nell’impeto dell’ira, ed in seguito di provocazione, sono punite colla diminuzione da uno a tre gradi della pena in cui sarebbero diversi i colpevoli, se non vi concorresse tale circostanza, è se la provocazione è grave, si osserveranno le stesse norme di cui nell’articolo precedente.
Articolo 117. Nel concorso di due o di più delitti tutti soggetti allo stesso genere di pena correzionale, si applicheranno le pene corrispondenti a ciascun delitto, perché fra tutte non si ecceda della metà il maximum stabilito dalla legge pel genere di pena incorsa.
Articolo 62 il carcere sofferto dal condannato prima della sentenza potrà essere computato nella pena del carcere imposta pel reato.
Condanna il suddetto ditenuto Bernardo nella pena del carcere per anni tre, e mesi tre da computarsi dal giorno del suo arresto seguito il 6 settembre 1949 nell’indenizzazione verso il ferito Giuseppe Fenoglio, e nelle spese; ommessa l’indenizzazione verso il Gregorio perché già soddisfatta.
Fatta e pronunziata all’udienza pubblica del Magistrato d’appello nel mille ottocento cinquanta in Torino, coll’intervento di S. E. il Sig. Conte Commendatore Leonzio Massa Saluzzo Presidente Capo, e dei Sig.ri Consiglieri Cavaliere Gaetano Deleuze, Cavagliere Giuseppe Ropolo, Angelo Biglione, Ottavio Rabino e Cavagliere Cesare Ioannini Ceva di San Michele.

Firme di tutti

 

Festa di Santa Maria Maddalena luglio 1910

Grave rissa tra contadini
Una terribile coltellata al ventre (24 luglio 1910)

Ieri sera (26 luglio 1910) veniva trasportato in gravissime condizioni all’Ospedale Mauriziano un contadino di Sangano a nome Giovanni di anni 22. Il dott. cav. Dardanelli che lo visitò, gli riscontrò una profonda ferita di coltello agli intestini, ed altre due ferite in altre parti del corpo.
Il sanitario lo giudicò pertanto in pericolo di vita, dichiarando, che purtroppo, non sarà assolutamente possibile salvarlo.
Avvertita l’autorità Giudiziaria, si recò subito sul posto il Giudice Istruttore che inizio un’inchiesta per conoscere i precedenti del fatto.
Ed ecco a quali risultati l’inchiesta approdò. Si tratta di una delle solite risse di campagna, che scoppiano improvvise, quasi sempre di domenica, quando scintilla nei bicchieri un vino troppo rosso, e quando i bicchieri si moltiplicano con molta rapidità.
Giovanni è un giovane della borgata Prese di Sangano assai conosciuto colà tra la gioventù campagnola che si diverte, che frequenta le feste estive nei paesi vicini, e non manca mai di presenziare i balli pubblici e di rappresentarvi anzi il migliore elemento.
Sangano è un borgo assai popolato la domenica per la sua posizione invidiabile, tra Giaveno e Trana. Vi si fermano a bere e fare cenette carrettieri ciclisti e altre comitive di passaggio. Vi si balla qualche volta, e raramente si questiona.
Domenica scorsa, per un caso straordinario, accade una rissa grave, per futili motivi. Giovanni era uno dei contendenti: dall’altra parte era un individuo non ancora identificato. Nel furore della rissa, quest’ultimo colpì Giovanni con tre coltellate, stendendolo al suolo.
Curato provvisoriamente sul luogo, egli andò sempre aggravandosi, e ieri sera fu portato a Torino. Forse non passerà la notte.

La festa del villaggio
(Corte d’Assise gennaio 1911)

Alle Prese, piccola frazione del Comune di Sangano era giorno di festa. Ogni anno al 26 luglio. Santa Maria Maddalena protettrice aveva, sul piazzale innanzi alla chiesa, l'onore dei pifferi e delle, trombette che suonavano a distesa per tutto il giorno, mentre scendevano dai borghi vicini le fanciulle alla danza ed i giovanotti azzimati (vestiti con cura eccessiva) strizzavano l’occhio alle più belle. Fra i tanti erano pure colà, intervenuti Giovanni, Giacomo, Edoardo, Gioachino, ai quali si unì più tardi Natale. La lieta brigata, dopo aver peregrinato per le osterie bevendo allegramente ed in buona armonia, verso sera si divise, ed allontanatisi gli altri per far ritorno alle loro case, rimasero soli Natale, Giovanni ed Edoardo che invitò gli altri due a casa sua. Appena giunti postosi il Giovanni a sedere nell’aia diede di piglio ad una fisarmonica a bocca ed incominciò una sinfonia con suoni rauchi da far rabbrividire, lascia che provi io — gli disse Natale che moriva dalla voglia di soffiavi dentro anche lui. La fisarmonica passò dalla bocca, di uno a quella dell'altro, ma il cambio non fu felice! — Smettila anche tu — disse intervenendo l'Edoardo; — c'è in letto mia cugina ammalata e non le può certamente far piacere questa musica! L'altro non se la diede per intesa e fu allora che Giovanni gliela strappò di bocca in malo modo, lasciando il poco fortunato suonatore con un palmo di naso. Così sono alla contesa, Giovanni e Natale si guardarono dapprima in cagnesco si scagliarono poi le più atroci contumelie (parole offensive) ed uscirono nella via minacciosi, pronti alla lotta. Come questa, si sia svolta non fu dato a nessuno di poter riferire: certamente deve essere stata rapida ed accanita. Soltanto Edoardo, che s'era indugiato più degli altri prima di far ritorno a casa vide da lontano che i due compagni si bisticciavano fra loro e scorse che Natale aveva impugnato un coltello che teneva nascosto lungo il fianco.
Giunti i due ad uno svolto li perdette di vista ma poco dopo sentì delle grida lamentose è potè afferrare queste parole: «Lasciami stare che sono morto!». Subito dopo accorse gente e fra essa il fratello Eugenio, che raccolse grondante di sangue da numerose ferite di coltello il povero Giovanni. Ogni cura fu inutile: dopo pochi giorni d'agonia l'infelice giovane moriva per sopravvenuta, peritonite. Subito dopo il fatto, Natale, che da poco si era allontanato, venne arrestato dalle persone accorse e consegnato ai carabinieri di Orbassano.
Dalla seguita istruttoria non fu compito facile stabilire se la vittima fosse stata assalita, brutalmente dall’avversario, oppure se vi fosse stata vera e propria colluttazione durante la quale entrambi i contendenti si fossero assaliti reciprocamente l'uno contro l'altro. Perchè due furono le armi trovate: una nelle tasche dell'omicida ancora tutta intrisa di sangue e l'altra al fianco del ferito.

Gennaio 1911
Prima udienza

Ieri mattina all'udienza compariva l'accusato Natale: un giovanotto piccolo, bruno, tarchiato, sobrio nella sua difesa e nel suo interrogatorio. Oppose all'accusa di omicidio volontario lo stato in cui ebbe a trovarsi, di respingere da se un'attuale e ingiusta violenza. “I1 mio avversario — egli dichiarò — era anch'esso armato di coltello: mi feri, mi colpì con un pugno al viso; ferii anch'io, e per mia sventura la ferita fu mortale. Non misurai i colpi. “Ero ubriaco”. Sfilano quindi i numerosi testimoni: il padre, il fratello della vittima, lacrimosi e piangenti, i compagni della festa campestre. Ma di tutti costoro nessuno fu presente al fatto, che si svolse all'angolo della strada, rapidamente, nell'impeto. di una lotta feroce. Compaiono i testimoni i quali raccolsero le parole del moribondo, e lo trasportarono a braccia a casa sua, mentre perdeva sangue dall'enorme ferita all'addome. Compare il maresciallo di Orbassano, Valsania, il quale, mentre depone buone informazioni intorno alla vittima, riferisce la voce che correva in paese intorno all'accusato: uomo violento, prepotente, attaccabrighe. Ma la circostanza più saliente in causa la offre l'esercente Stefano Ferro, teste, il quale ricorda di avere avuto in consegna un coltello raccattato da un bambino proprio ai piedi del ferito. E poiché il coltello feritore fu trovato, ancora macchiato di sangue, in tasca del Natale, cosi la Difesa induce che quel coltello appartenesse al ferito Giovanni, il quale se ne sarebbe servito per provocare la mortale contesa. E con questo... duello giudiziario tra difensore e P. M., e cioè sulla veridicità delle dichiarazioni del Ferro e sulla portata di questa, circostanza, indugia il dibattito, avvivandosi l'interesse della causa, tra le esclamazioni ed i commenti del numeroso pubblico. E così non si riesce che ad esaurire l’inchiesta testimoniale, chiusa colla deposizione di alcuni testimoni sulla quantità del vino tracannato da Natale e sulle buone qualità morali di costui, sul quale i testi ripetono fra l'ilarità rumorosa del pubblico, l'invariabile e non compromettente formula: a me non ha mai fatto nulla!. A domani la discussione, il verdetto e la sentenza!

La festa del villaggio
(Corte d’Assise gennaio 1911)
La discussione

Stamane il P. M. cav. Forni si mostrò particolarmente rigoroso contro l’omicida Natale.
Quale sciagurata vicenda abbia trascinato costui nella gabbia della Assise abbiamo diffusamente narrato.
L’oratore della legge vi raccolse ampia messe di accuse, scagliandosi contro questi cavalieri del coltello, che per puerili ragioni non si peritano di affondare le lame affilate nelle carni del prossimo. Specialmente il P. M. ricorda una precedente condanna riportata da Natale, e ne illustra l’episodio di sangue che ne diede cagione. In quel fatto Natale aveva distribuito ben quattordici coltellate. Alla distanza neppure di un anno avrebbe ucciso il suo omonimo conterraneo Giovanni nel fiore dell’età e dell’esistenza tempestandolo di colpi. Ebbene, conchiude vigorosamente il P. M., una giusta severità chiuda il ciclo di queste sanguinose imprese, di cui potrebbe vantarsi il feroce Natale.
Il difensore avv. Damiani ribatte le troppo severe conchiusioni. Discute, accennando alla tesi di una legittima difesa, perché un coltello si sarebbe pure trovato ai piedi di un ferito, allorquando fu sollevato da terra, e quel coltello era macchiato di sangue, ed una lieve ferita si era riscontrata sul palmo della mano dello sciagurato Natale, e gli abiti suoi tagliati in più punti. Rincalzando, validamente il difensore tratta del ferimento seguito da morte, anziché dell’omicidio, per quanto ben sette siano le ferite inferte, ed i testimoni abbiano sentito la suprema invocazione del moribondo: “Lasciami che sono morto”.
La poca credibilità di queste pietose testimonianze, insinua il difensore per riprendere nel pomeriggio la vibrata arringa e conchiudere calorosamente, invocando non solo dalla giustizia, ma anche dalla pietà dei giurati uno stato di infermità mentale, che attenui e scemi grandemente la responsabilità dello sciagurato omicida.

Verdetto e sentenza

La giuria indugia in camera di deliberazione. Molti compaesani scesi dal villaggio si affollano nell’aula: il padre della vittima povero vecchio, da un caratteristico berretto montanino, in un angolo, singhiozza disperatamente, più curvo, più disfatto.
Tardi rientrano i giurati, con un voto di maggioranza escludono il ferimento seguito da morte, ma scordano la semi-infermità di mente per ubriachezza volontaria.
Il Presidente condanna Natale, colpevole di omicidio e di porto di coltello recidiva specifica a 8 anni e 4 mesi di reclusione e accessori di legge.

La Sentenza

Il Presidente della Corte d’Appello di Torino
ha procurato la seguente Sentenza
nella causa penale contro

Natale di Giovanni e di Giuseppa nato a Trana ivi residente, celibe, contadino, pregiudicato.
detenuto dal 25 luglio 1910
Accusato
1° del delitto previsto è punito dell’art. 364 Cod. Pen. Per avere il 25 luglio 1910, nella frazione Prese del Comune di Sangano, a fine di uccidere, vibrato diversi colpi d’arma da punta e da taglio coltello – a Giovanni, causandogli diverse lesioni delle quali una gravissima al quadrante inferiore sinistra dell’addome che fu causa unica e necessaria della morte di esso Giovanni avvenuta il 5 agosto 1910 all’ospedale Mauriziano di Torino.
Coll’aggravante della recidiva specifica Cod. Pen.....
2° del reato di cui agli art. 19 e 20 della legge 2 luglio 1908 n. 319, 1 del R. Decreto 8 nov 1908 n. 685, per avere nelle suddette circostanze di tempo e luogo portato fuori della propria abitazione e delle appartenenza d’essa senza giustificato motivo un coltello a punta eccedente in lunghezza quattro centimetri.
In esito al pubblico dibattimento sentita la lettura del verdetto dei Giurati sentiti il P.M. il difensore e l’accusato.
Ritenuto che, i predetti Giurati col loro verdetto hanno dichiarato Natale colpevole di avere il 25 luglio 1910, nella frazione Prese di Sangano, a fine di uccidere, inferto diversi colpi di coltello a Giovanni cagionandogli lesioni personali delle quali una al quadrante inferiore sinistro dell’addome fu causa della sua morte avvenuta il 5 agosto successivo.
Che collo stesso verdetto accordarono al Natale per tale fatto, la diminuente della semi ubriachezza volontaria.
Che oltre a ciò lo riteneva colpevole di avere, nelle stesse circostanze di tempo e di luogo portato fuori della propria abitazione ed appartenenze di essa e senza giustificato motivo un coltello colla punta a lama eccedente quattro centimetri.
Che tali fatti costituiscono i reati previsti dagli art. 364 del cod. pen. 19 e 20 della legge di P.P. modificati dall’art. 2 della legge 2 luglio 1908-319
Che pel reato di omicidio previsto dall’art. 364 la legge commina la pena della reclusione da diciotto anni a ventuno.
Che avuto ad ogni cosa opportuno riguardo e specialmente al fatto che Natale è recidivo specifico a senso dell’art. 80 n. 1 Cod. Pen. essendo stato condannato a sei mesi e ventiquattro giorni di reclusione per reato di lesioni personali volontarie con sentenza 27 maggio 1909, si ravvisa equa e proporzionata la pena di anni venti di reclusione.
Tale pena deve anzitutto essere diminuita di un sesto a senso dell’art. 56 cod. pen. perché Natale, al momento del commesso reato, era minore degli anni 21, sebbene fosse maggiore dei 18, e così deve essere ridotta ad anni 16 e mesi 8.
Deve farsi inoltre la diminuzione della metà del disposto dell’art. …… e così la pena definitiva per tale reato si riduce ad anni otto e mesi quattro.
In quanto al porto di coltello si ritiene proporzionata la pena di mesi tre di arresto, che diminuiti di un terzo per l’art. 56 si riducono a mesi 2 e giorni 15.
Fatto poi il cumulo delle due pene a norma dell’art. 72 cod. pen. La pena complessiva si concreta in anni otto mesi quattro e giorni dodici.
…… Condanna Natale alla pena della reclusione per anni otto, mesi quattro e giorni dodici, coll’aumento della durata della segregazione cellulare continua di mesi sei.
Lo condanna all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, all’interdizione legale durante la pena, all’indennità che di ragione verso la parte lesa, alle spese del procedimento e di spesa di sentenza.
Ordina la confisca dei coltelli ed autorizza la restituzione ai legittimi proprietari degli indumenti in sequestro.

Torino gennaio 1911
Il Procuratore

La corte di Cassazione di Roma al di 1 aprile 1911 dichiara inammissibile il ricorso prodotto da Natale avverso la presente sentenza condannandolo alle spese.
Torino 18 aprile 1911

Con provvedimento 13-9-1915 della Corte Appello venne condonato un anno di pena al Natale, con che non commetta altro delitto entro cinque anni (27-5-1915)

Con provvedimento del 28 novembre 1917 della Corte d’Appello venne amnistiata la pena degli arresti per mesi due e giorni quindici inflitta al Natale pel porto abusivo di coltello. (27-5-1915)

 

marzo 1923
L’assassinio di un bracciante in una borgata di Trana

In prossimità di Trana, è più precisamente in borgata Pratovigero, è stato trovato ucciso a colpi di bastone e di pietre il bracciante Natale di 30 anni, detto Strusot. Il giovane Natale già condannato per omicidio aveva in paese una brutta fama per il suo carattere prepotente. Ubriacone impenitente egli aveva in parecchie occasioni commesso atti di violenza che gli avevano alienato ogni simpatia. Rifiutandolo inviso anche a tutti i giovani del paese.
Si attribuisce anzi a questo stato d’animo il misterioso delitto avvenuto.
Domenica scorsa mese di marzo il Natale era stato in mattinata a Trana e si era recato a riscuotere il piccolo gruzzolo guadagnatosi nella quindicina in cui aveva prestato l’opera sua all’Arsort (Località sopra Moranda x taglio della legna) poi cedendo al vizio inveterato e incorreggibile si era aggirato per le varie osterie del paese ubriacandosi. Trattenendosi in paese fino al pomeriggio, a sera verso le 22 fu visto in una casa di conoscenti, sita nel centro della borgata Pratovigero, in alto sulla montagna da quell’ora più nulla si seppe di lui.
La mattina di lunedì scorso, di buon’ora il giovane Vice Curato di Trana saliva all’erta carrabile che conduce alla borgata Pratovigero per celebrare qualche minuto prima delle 7 la messa nella cappella, e in quella medesima ora alcune donne della frazione vicina scendevano dal capoluogo montano per assistervi.
Furono esse che a metà circa del non lungo cammino a circa 6 minuti di marcia dal capoluogo rinvennero d’un tratto chino sull’erba presso la strada il cadavere.
Proseguirono emozionate il loro cammino e raggiunsero la chiesa, dove informarono il curato.
Il sacerdote, senza esitare un solo istante, volle dirigersi verso il luogo indicatogli con alcuni montanari.
Un’orribile spettacolo si presentò allora ai loro occhi. L’individuo che essi non esitarono a riconoscere ero lo Strusot nonostante il volto deturpato giaceva supino col capo al margine del piccolo bosco, con il corpo disteso nell’angusto avallamento di un rigagnolo asciutto, le braccia stese lungo la persona le gambe accavallate.
Era vestito dei suoi abiti da festa quelli che indossava la mattina della domenica quando scese a Trana.
Il disgraziato aveva il corpo quasi coperto da due grosse pietre larghe e pesanti dette lose, e avanti l’una sulla tempia destra, l’altra sulla tempia sinistra. Una pietra più piccola posta sul collo all’altezza della carotide, altre più pesanti gli coprivano la mani intrise di sangue.
Sollevate le pietre dal capo, il sacerdote scoperse con raccapriccio una larga e profonda ferita alla sinistra dell’ucciso, prodotta evidentemente da un corpo contundente scaricato con estrema violenza e altre ferite al capo e in più parti del corpo.
La morte doveva datare da qualche ora. Egli provvide quindi a far avvertire anzitutto l’autorità municipale di Trana, donde informato immediatamente del delitto il Maresciallo dei carabinieri della vicina Avigliana che accorse con i suoi militi unitamente al Pretore avv. Rocci, salì al luogo dove giaceva il cadavere dell’ucciso.
Le autorità riscontrarono oltre il sentiero il cappello dello Strusot.
Fu assodato che il povero Natale era stato ucciso a colpi di bastone e di pietre tolte da un vicino muricciolo postegli poi sul corpo come segno di estrema tragica beffa.
Il maresciallo dei carabinieri di Avigliana ricostruì l’assassinio. Gli uccisori in numero superiore di due, appostatasi verso le due della notte sul lunedì, in attesa dello Strusot, mentre dalla borgata Pratovigero si dirigeva ubriaco e barcollante verso casa sua, sita in frazione Taburdano gli assestarono prima un tremendo colpo che lo tramortì, poscia con ogni probabilità lo finirono con barbara ferocia a colpi di pietra.
La salma fu trasportata a Trana dove fu eseguita l’autopsia. In seguito alle indagini dei carabinieri di Avigliana furono arrestati e trattenuti tre giovani indiziati gravemente, ma essi si mantennero negativi.

 

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Maria Teresa Pasquero Andruetto