Trana

Trana negli anni del cinema muto
Trana in poesia di Guglielmo Bergero
Trana nel cuore e nell'arte di Camillo Varesio 1907 — 2003

Trana negli anni del cinema muto

 

(Collez. Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Questa è la foto che ha permesso a Gianna Chiapello di scoprire il coinvolgimento di
Trana nella storia del cinema Italiano. E’ tratta dal film “il ponte dei sospiri” del Regista
Domenico Gaido, girato nel 1921 sia a Venezia che a Trana, prodotto dalla Pasquali film.

Quando mio padre mi raccontava dell'esperienza vissuta nel mondo del cinema, negli anni in cui Torino era il maggior centro di produzioni cinematografiche d'Italia, non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei rammaricato di non aver preso appunti mentre lui parlava e di non esser andato più a fondo sull'argomento. Se lo avessi fatto, forse ora potrei disporre di qualche altro elemento per rendere più ricco di aneddoti questo capitolo dedicato a quei film i cui "esterni", come vedremo più avanti, furono girati proprio a Trana fra il 1910 e il 1921.
Mio padre aveva nove anni quando fu scelto, assieme a tanti suoi coetanei, per fare la "comparsa generica" nel film Cabiria che il regista Giovanni Pastrone stava realizzando negli studi di Torino della Itala Film. Purtroppo non ricordo come ciò avvenne, ma, dal momento che i miei nonni erano molto poveri, suppongo che non si fossero lasciata scappare l'occasione di veder entrare in casa qualche lira in più. E quindi probabile che avessero deciso di mettere il maggiore dei loro tre figli a disposizione di una delle tante "manifatture del cinema" che in quel periodo, nel capoluogo torinese, spuntavano come i funghi nei boschi offrendo lavoro saltuario a persone di tutte le età nel ruolo di semplici "comparse" nei primi film cosiddetti "storici".
Di Cabiria mio padre ricordava le innumerevoli volte in cui fu convocato per prendere parte alle scene di massa (le riprese del film durarono sei mesi), degli stracci che gli facevano indossare, della paura che lui ed i suoi coetanei avevano della grande statua del "dio del fuoco", il grande Moloch, alta parecchi metri, e di quando, nonostante la finzione scenica e la presenza di moltissime persone impegnate nella ricostruzione di quel rito pagano ambientato nell'antica Cartagine, nell'enorme ventre infuocato del dio venivano gettate giovani fanciulle destinate al sacrificio. Poi mi parlava di Maciste, il "gigante buono" che era riuscito a salvare una di quelle sventurate, il cui nome era Cabiria, proprio mentre stava per essere gettata nel ventre di Moloch.

(Collez. Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Una scena tratta dal film “Epopea Napoleonica” prodotto nel 1914 dalla Ambrosio.
Sullo sfondo è chiaramente visibile il campanile del Santuario N.S. della Stella.

Dopo Cabiria, mio padre mi raccontava di aver preso parte alla lavorazione di parecchi altri film, specie negli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale, e quasi sempre nello stabilimento della Ambrosio, ma non ricordo che abbia mai accennato ad una sua "trasferta" fino a Trana per le riprese dei cosiddetti "esterni", cioè di tutto quanto veniva girato al di fuori degli appositi fabbricati, chiamati "teatri di posa", dove lui era solito recarsi. Sarebbe stato un avvenimento troppo importante per lui, davvero difficile da dimenticare.
Trana, per chi non lo sapesse già, rappresenta un punto importante nella storia del cinema italiano. Questa località fu scelta dall'allora nascente industria cinematografica per tre validi motivi. Primo: la ferrovia permetteva un comodo spostamento del personale e delle attrezzature. Secondo: la presenza nel territorio tranese di alcuni luoghi che offrivano gli scenari naturali molto adatti ai film d'azione, difficilmente reperibili altrove, come la cava di pietra, la torre con i ruderi circostanti, il torrente Sangone, la sommità del Moncuni, nonché la vicinanza dei laghi di Avigliana. Terzo: l'ottima accoglienza della gente del posto alla grande novità del momento, il cinema. I tranesi si dimostrarono subito disponibili non solo a fornire mano d'opera, animali e quant'altro servisse per la realizzazione delle scene, ma anche a prendervi parte come comparse, ricevendone in cambio un apporto di denaro liquido che diversamente non sarebbe mai arrivato. A questo proposito, abbiamo una testimonianza più che valida, quella fornita dall'ex-Sindaco Fernando Sada. Suo padre, allora ventenne, aveva partecipato più di una volta come comparsa in sella al proprio cavallo. In questo caso, cioè quando si metteva a disposizione del produttore del film anche un qualsiasi animale di grossa taglia (cavallo, asino, mulo o bue), la paga che si percepiva era più alta.

(Collez. Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Dal film “Albania ribelle”, prodotto nel 1910 dalla Unitas.

Benché nei libri che raccontano la storia del cinema muto italiano non venga fatto alcun riferimento a Trana, è accertato che, non appena a Torino scoppiò il boom dell'industria cinematografica, le varie case produttrici si misero alla disperata ricerca di luoghi pittoreschi nei quali ambientare i loro "esterni". Per ovvii motivi di risparmio, le ricerche vennero concentrate nei dintorni del capoluogo. Rivoli, Moncalieri, Stupinigi, Piossasco, Lanzo e molti altri comuni furono probabilmente battuti a tappeto da registi e scenografi, ma ben presto, appunto per i motivi sopra elencati, molti finirono col scegliere Trana.
Dalle cronache dell'epoca e in particolare da un articolo del 1920 firmato da GECH (Giuseppe Eugenio Chiorino) si apprende come, in certi periodi dell'anno, questa località, fino a quel momento dedita esclusivamente alla produzione della frutta ed alla raccolta dei funghi, venisse di colpo invasa da una moltitudine di gente in costume, mentre squadre di carpentieri erano impegnate, a volte per intere settimane, ad erigere costruzioni che poi, a riprese ultimate, «crollavano come castelli di carte». Durante le pause di lavorazione dei film, nella via centrale di Trana si poteva incontrare Annibale, Giulio Cesare, Spartaco, Attila, Napoleone, Zorro e il Conte di Montecristo, oppure vedere all'osteria un cow boy e un "pellerossa" seduti allo stesso tavolo. Un giornalista, uno dei primi che venne a Trana al seguito di una troupe, commentò ironicamente il fenomeno: «Prima dell'esplosione del "morbo cinematografico" Trana era un posto tranquillo, immune d'ogni avventura. Oggi il paese è macchiato da chi sa quanti "delitti", ma i suoi "morti" son tutti vivi!» E poi ancora: «Benché a Trana non ci sia un cinematografo, da qui sono passati Annibale, Attila, Napoleone... E Carlo Magno "magnò" all'osteria gli eccellenti pesci pescati nel Sangone!»
A questo punto è bene ricordare brevemente com'è che Torino, dal niente, diventò "la capitale del cinema" in Italia.
«All'inizio del secolo scorso, una città, improvvisamente, provò desiderio di "fantasticheria". E ne costruì le fabbriche. Fabbriche di strani oggetti scoppiettanti, mossi dalla benzina e che andavano sulle ruote - detti automobili -. E di altrettanto cose, dette pellicole, che davano anima alle ombre e corpi ai fantasmi...».

(Collez. Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Dal film "Il ponte dei sospiri", prodotto nel 1921 dalla
Pasquali & C, girato sia a Venezia che a Trana. Non c'è
dubbio che questo film sia stato girato a Trana...

Queste parole sono tratte da uno dei tanti libri che celebrano la nascita del cinema a Torino, dei suoi "anni d'oro" e del suo declino, agli inizi degli "anni trenta", allorché, "per volere del Duce", tutto fu trasferito a Roma, dove stava sorgendo Cinecittà. All'alba del Novecento, Torino si era trasformata da ex-capitale decaduta del Regno d'Italia legata alle sue vecchie tradizioni, la città dei bògia nen, in un centro industriale di prim'ordine animato da fermenti di modernità. Il risveglio dal lungo torpore era iniziato nel 1899, con la nascita della FIAT, e solo sette anni dopo era sorta l'Ambrosio, prima di una nutrita schiera di stabilimenti cinematografici nei quali erano impegnati, finanziariamente s'intende, banchieri, industriali, agenti di cambio, commercianti e liberi professionisti. Fra il 1911 e il 1915, gli stabilimenti erano oltre una ventina e tutti, indistintamente, si erano messi a sfornare, ad un ritmo davvero impressionante, sia film a lungometraggio che documentari (nel triennio 1908-10 la media annua fu di 130 film prodotti, mentre nel 1911 l'Aquila Film produsse, da sola, oltre un centinaio di pellicole). Purtroppo, pochi di questi stabilimenti superarono la battuta d'arresto imposta dalla guerra.
Tuttavia, alla fine del primo conflitto mondiale, erano ancora una dozzina le case cinematografiche operanti a Torino. E la gente impazziva per questa nuova invenzione, benché i film fossero muti, affollando i cinema in ogni ordine di posti.
I maggiori successi li ebbero nel 1913 "Quo vadis?" del regista Enrico Guazzoni (2250 metri di pellicola), ma soprattutto "Cabiria" girato due anni dopo da Giovanni Pastrone con didascalie di Gabriele D'Annunzio e musiche di Ildebrando Pizzetti (4500 metri di pellicola, costo oltre un milione di lire, durata quattro ore), un vero colosso che segnò l'inizio di un filone, quello dei film storici, destinato a durare per mezzo secolo. La pellicola fece il giro del mondo suscitando ovunque ammirazione e persino l'invidia da parte dei maggiori registi d'oltre oceano, ad Hollywood, non solo per il genio creativo di Pastrone, ma soprattutto per alcune nuove tecniche adottate nelle riprese. «Molte delle innovazioni che pensavamo fossero americane - ha dichiarato a tal proposito il regista Martin Scorsese - hanno invece avuto origine da questo film.» "Cabiria" è riapparso di recente sugli schermi torinesi, dopo il restauro curato dal Museo del Cinema di Torino in collaborazione con Joao de Oliveira presso gli studi Prestech di Londra: il 13 marzo 2006, 1600 spettatori affollavano il Teatro Regio per la "prima" con l'esecuzione sinfonica della partitura originale dei maestri Pizzetti e Massa. E il 31 gennaio scorso nella Sala Tre del Cinema Massimo, con accompagnamento al pianoforte del maestro Stefano Maccagno.

(Collez. Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Dal film "Zavorra umana", prodotto nel 1919 dalla Ambrosio. Di questa pellicola conosciamo pure la trama:
«Elena Champlin, proprietaria di un acciaieria in Canada, tratta molto male un ingegnere forestale che è
innamorato di lei, anzi, lo disprezza al punto di chiamarlo nientemeno che "Zavorra umana"! Ma, quando una
banda di fuorilegge rapisce Elena e la nasconde in una torre inaccessibile, l’ingegnere, aiutato da un ex-saltimbanco,
interviene in suo aiuto servendosi di una mongolfiera e riesce a liberarla, dopo aver sconfitto i banditi.
La bella Elena, che finalmente ha compreso i sentimenti dell’uomo, ne ricambia alla fine l’amore.»
Nella foto la mongolfiera e la Torre di Trana non ancora restaurata

Sia in "Quo Vadis?" che in "Cabiria" figuravano due "giganti buoni": Ursus, nel primo, interpretato dall'attore Bruno Castellani che a Londra fu complimentato nientemeno che dal Re d'Inghilterra, e Maciste, nel secondo. Quest'ultimo, interpretato da Bartolomeo Pagano, scelto da Pastrone tra gli scaricatori del porto di Genova e che poi venne a stabilirsi a Torino in zona Gran Madre, piacque talmente al pubblico da indurre alcuni registi a realizzare attorno alla sua figura possente tutta una serie di film. Il primo fu Maciste, al quale seguirono Maciste Alpino, Maciste Imperatore, Maciste all'Inferno ed altri ancora.
Abbiamo accennato ai motivi per i quali molte case cinematografiche torinesi avevano scelto Trana per girare i loro "esterni". Ma, grazie all'interessamento della signora Gianna Chiapello, siamo stati anche in grado di inserire in questo capitolo una documentazione fotografica davvero eccezionale. Si tratta di immagini di scena e di lavorazione nelle quali sono facilmente riconoscibili sia il campanile del Santuario di N.S. della Stella di Trana sia la torre. Seguendo la traccia di una vecchia foto scattata nel centro di Trana, e dopo una lunga e laboriosa ricerca all'interno del Museo Nazionale del Cinema di Torino, la Chiapello è riuscita a risalire ai titoli citati. Abbiamo voluto riportare in questo capitolo solamente i dati certi, cioè quelli suffragati da documentazione fotografica dove si individua il passaggio Tranese, ma sicuramente i film girati sul nostro territorio sono di più di quelli citati che potranno essere riportati in seguito, su una successiva pubblicazione, dopo altre più approfondite indagini. Ringraziamo pertanto: il dott. Alessandro Casazza, Presidente del Museo, il direttore dello stesso, dott. Alberto Barbera, la dott.ssa Donata Pesenti Campagnoni, responsabile delle "Collezioni Museali", la dott.ssa Roberta Basano, per il prezioso contributo fornito e per la cortese disponibilità .

Testo di Ezio Capello

Dal libro:
TRANA
Frammenti di storia e di vita
Stefano Barone – Ezio Capello
Lazzaretti Editore, 2008.

 

Trana una grande balena

 

Trana in poesia

di Guglielmo Bergero

 

Copertina di Paolo Binello
Illustrazioni
Paolo Binello
Roberta Capello

Associazione culturale “ ’L SALOT ”

Rivafreida

Pòche cà veje,
miraco,
l'avran na storia,
përchè aj sovrasta
ël vej Castel dij cont Gròmis.
Arnosa
l'è Rivafreida,
a son pòchi ij dì 'dl'ann
che ël sol a riess
a fè senti ël sò tëbbior
Ma ël Sangon,
ch'a passa
an sia broa dl'abità,
quand a rivo le pien-e d'oteugn
diventa violent e a fa ël mat
Grisa l'è la rocrà
e dzamorà a dè confidensa;
e la tor, mach ij farchèt
as përmëtto 'd fè ël ni
an sle chërpure.
Rivafreida,
come it ses severa,
ma për Trana
it ses sempre n'orgheuj
che con toa storia
t’ën tochi ël cheur. ( dzèmber 2004 )

Peraborga

Anche ti 't ses 'n simbol
dël nòst pais,
rochere ripide
da travërse,
pien-e dë spin-e
ch'at lasso nen passè,
cite òasi
trames fossaj d'eva anfià,
ni 'd vipere e cinghiaj.
A dispet ëd sò
aspet sever,
a sò temp,
a nasso narcis bianch
e peònie
ch'a fan si
che soa dura aspréssa
a s'andosissa
con ël candor
ëd bele fior. ( avril 2005 )

Illustrazioni
Paolo Binello
Roberta Capello

Associazione culturale “ ’L SALOT ”

Trana, an sei pont, d'invern

L'è ancor bonora, tarda a fè di,
l'aria I'cruva, lacrimo j'euj
da la bisa tajenta.
Tenebrosa la tor dël borgh
da la rocrà a sovrasta ël pais,
sever ij farchet da la sima
a fan la guardia.
Pasiànt a scor èl Sangon
con le rive servaje 'mbrilantà
da feston e pisset;
con la mòrsa dël gel, cheta,
la galaverna a travaja.
A mire coma ombre a së specio
ij vej mur, anvlupà da fojagi
ëd brassabosch, testimòni 'd n'era
feodal che la storia an ricorda.


Èl fié slé scarnàs del bel veder

L'è nen an sia mia strà,
ma quand i passo,
come còsa sacrai,
am fermo a vardelo bin,
perché a mi già am andria ël canucial.
A l'è nà ant un precipissi,
trames le chërpure dla rochera,
se pur al brut, bin vegeta,
ch'a l'è an piasi a vardelo.
Da masnà, da na legenda,
an vejòto am contava
ch'a j'era an bòrgno
ch'as dasia da fé a cheuje
ij fi an sla rochera.
Ma penso che da sempi ij fi
a l'han mangiaje ij merlo
che da sl'aot ai fan l'inghicio a chi
dal bass, con invidia, ai varda.


Trana: arcòrd

A m'é dificil, andand an piassa,
a nen degne në sgoard al palas
dël cont ( anlora palas die scòle )
adess tut l'è cambia, tut më smia
quatà da 'n vel.
Ma quanta nostalgia, quanti arcòrd,
malgrà ij me ani ën mi l'è tut present.
I nòstri gieugh, la sòtola
a coj temp a l'ha fait n'epoca,
la flecia, ma la tenio stermà,
la nòstra mira l'era nen franca
ij pasaròt volavo via e ij veder
as fracassavo.
L'arcòrd che pi l'è stame a cheur
son le care maestre, malgrà ël disagi
e con tanta pasiensa a son lor ch'a l'har
butane sël giust sente dla vita.

 

Trana
nel cuore e nell'arte
di Camillo Varesio
1907 — 2003

 

Agosto 1961

Agosto 1961

All'ombra dei castagni nella vecchia vigna 1955

Case Audisio e Battocchia con il Sangone

Castagneti prati e torre

Ciabot Dudino alla Vaccarezza con il monte Pietraborga e la Croce

Dai Mareschi alla Sacra di San Michele 1950

Frazione Colombè 1963

Il ponte

Il Santuario di Nostra Signora della Stella

Il Monte Cuneo 1961

Trana-Avigliana San Bartolomeo

Il Sangone e la cava

Il cortile di zia Cecilia 1970

Agosto 1961

Camillo Varesio

Gianni Varesio

 

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