Sangano

Sangano novecento
Una storia lunga dal 1870 ad oggi
Arsètari ‘dla côsina sanganeisa a base ‘d lait

Novecento

Nei primi del Novecento, secondo una testimonianza, si aggirava nei pressi di Sangano "Candì", il bandito solitario di Villarbasse; il confine tra Sangano e Villarbasse e la riva degli Scarnassi erano suo territorio. Non aveva bisogno di coprirsi il volto, perché tutti sapevano chi era; lasciava passare quelli che conosceva e alleggeriva forestieri, carrettieri di passaggio e gente del posto che poteva vivere anche senza quel poco di cui lui si appropriava. La gente aveva paura, ma non troppa, perché al peggio prendeva la borsa, ma... non la vita. I carabinieri a cavallo ogni tanto facevano la loro comparsa e battevano la zona ma, quando c'erano i carabinieri, non c'era lui; quando c'era lui i carabinieri non passavano.

Il 3 aprile 1923, ai piedi della riva degli Scarnassi furono trovati morti tre forestieri. Erano diretti, si diceva, al mercato di Giaveno, seguendo un percorso allora abbastanza frequentato. Furono identificati per Richiero Ferdinanda, di anni 49, abitante a Rivalta, Richiero Onorina, sua figlia, di anni 26, e il marito di questa, Cellone Giacomo, di anni 25, entrambi domiciliati a Sangano. "Candì" non c'era più, non c'era più neanche "Meot", altro celebre bandito. Il mistero della loro morte non fu mai chiarito del tutto, ma si pensò soprattutto a un incidente di percorso; si erano avventurati di notte sbagliando sentiero ed erano precipitati in una forra profonda.
Nel 1924 Sangano contava circa quattrocento abitanti. Dai registri dell'Asilo Valfredo apprendiamo che nel 1920 e ancora nel 1928, vi esisteva un solo negozio di generi alimentari di Levrino Giuseppe, che vendeva anche cartoline e generi di cancelleria, negli anni 1880-85 era gestito da Levrino Lorenzo. Il negozio, originariamente sulla via Vecchia di Trana, da un lorenzo a un Giuseppe, da un Giuseppe a un Lorenzo e Angelo di padre in figlio, tenne la corsa col tempo fino all'attuale tabacchi e giornali di Levrino Paolo.
Nel 1922 se ne aggiunse un altro di Micheletti Dina, che poi fu ceduto, forse nel 1927, ad Aschieri Virginia. Esisteva anche la latteria di Armando Carlo (1928).
Numerose erano le botteghe artigiane; quella dello zoccolaio negli anni venti e ancora, verso il 1940, era presente in tutti i paesi di campagna; calzava tutte le famiglie e tutti i membri delle famiglie dai 5 anni in su. Per questo riserviamo un piccolo spazio allo zoccolaio, artigiano simbolo del vecchio mondo rurale. La corsa all'acquisto degli zoccoli avveniva all'inizio dell'inverno; per questo periodo doveva già essersi rifornito dei pezzi di ciliegio, noce, ontano, salice sagomati secondo le varie misure, e già seccati a dovere. Era un lavoro paziente che gli impegnava le serate dell'inverno precedente nel tepore della stalla. Ad attaccare le tomaie poteva benissimo provvedere a ordinazione avvenuta, perché la scelta del colore della pelle e del nastro per fissarla al legno era ciò che personalizzava la calzatura; un pezzo di ottone o di latta applicato alle punte era il tocco di eleganza finale che solo gli anziani rifiutavano.
Lo zoccolaio, a metà Ottocento, era Matteo Spesso; forniva alla Congregazione di Carità gli zoccoli da distribuire ai poveri per l'inverno (nota di spesa di lire 26 e 30 centesimi nell'anno 1847; lire 37,50 nell'anno 1849). Negli anni 1860-70 lo erano anche Gio Garello e Giacomo Ostorero.
Nell'anno 1909 lo era Vito Spesso che ancora riforniva la Congregazione di Carità: un paio lire 7,80. Non abbiamo più altre notizie dopo questa data, ma possiamo scommettere che qualcun altro continuò dopo di lui a esercitare l'attività fino agli anni quaranta.
C'erano un lattoniere, Cornetto Antonio (1919); due falegnami, Cattero Giuseppe (1921-26) e Micheletti Silvino (1928); un fabbro, Oliva Michele (1924-28); un vetraio, Girotto Felice (1924); un lattaio Arnaud Carlo (1928); diversi muratori e capimastri.
Almeno fino all'anno 1850 non esisteva una farmacia; bisognava rivolgersi allo speziale Luigi Ferrai a Bruino. Non c'è in questo luogo né medico né speziale, solo vi risiede un chirurgo locale che lo è ad un tempo di questi poveri infermi col medico Quenda Giuseppe di Orbassano.
Non poteva mancare un'osteria.
La Trattoria del Gallo ha conquistato un posto di tutto rispetto nella storia e nella tradizione di Sangano; sulla piazza, come la chiesa, la casa del comune, la scuola, ha avuto una parte importante nel fare della piazza il centro di aggregazione.
Attorno ai suoi tavoli, all'ombra dell'olmo secolare, si incontravano gli uomini dopo la "messa grande" domenicale e dopo il lavoro dei campi, per il quartino e la partita a carte.
La aprì nel 1910 sulla piazza, in locali attigui al suo macello, Michele Levrino che aveva acquistato l'antica osteria di cui era proprietario, già nel 1869, Giovanni Battista Gallo, padre di Gioachino Gallo, eletto sindaco dopo le amministrative del 7 novembre 1920.
La denominazione, dall'arguto pennuto che compariva sull'insegna, sulle carte e sui foglietti dei conti della trattoria, derivavano quindi dal cognome dei primi proprietari.
Nel locale dei Gallo trovavano alloggio carrettieri e viandanti; la sua stalla serviva da posta per i cavalli.
La trattoria fu poi ceduta dal Levrino a Nicola Vittorio.
Nel 1812 esisteva pure sulla via San Lorenzo l'osteria di Giovanni Battista Spesso, annessa alla sua casa rurale che faceva angolo con la piazza. Lo "Stato d'anime della popolazione di Sangano del 1839" lo indicava ancora oste in quell'anno.
Le mappe del 1757 e del 1931 evidenziano che fino agli anni trenta lo sviluppo del paese avvenne lungo tutte le direttrici: via Maestra, strada di Villarbasse, strada San Rocco, strada della Montagna, di San Lorenzo e di Bruino, con una graduale penetrazione all'interno della fascia di terre coltivabili, prati e orti, che sulla mappa del 1757 circondavano il centro abitato, fino a invadere anche la striscia di vigne e prati verso il Sangone, arrestandosi solo verso sud, al limite dell'attuale Pinerolo-Susa.
Non per nulla il primo tratto dell'attuale via Villarbasse, a partire dalla piazza si chiamava anticamente "via Maestra", e sulla mappa del 1864 la via Quaretta, ora via Valfredo, era chiamata "via Capoluogo".
La piazza e la via Maestra erano il cuore del capoluogo. Le case con orto o giardino si erano infittite e disposte "a corte" intorno a spazi quadrilateri detti "aire" o "airali".
Le case erano a due piani con scala esterna e ballatoio in legno; ad esse o era giustapposto il rustico (case con fabbrica), oppure avevano giardino o orto (vergero) attiguo.
Molti fabbricati rurali con aia e orto erano nella campagna, molto staccati dall'abitato e dalla casa di abitazione.
Sulla mappa del 1757 le abitazioni apparivano disposte ancora in modo casuale e allineate in modo irregolare all'interno dei terreni chiusi dalle poche strade, e quindi raggiungibili con viottoli e stretti passaggi comuni.
La mappa napoleonica del 1812 e soprattutto quella del 1931, presentano un abitato ordinato, con i casali radunati a corte, su airali collegati da viottoli che danno sulle strade.
Già la mappa napoleonica del 1812 indicava al centro della piazza il grande olmo che è diventato, con la torre, l'emblema di Sangano, e che fu, per circa due secoli, il luogo preferito di incontro e di crocchio, spettatore muto e complice delle "viscasse" dell'Epifania, quando si agghindava con i più strani oggetti rubati per scherzo nelle aie dai buontemponi.
Un brutto giorno un forte vento lo squarciò a metà e alcuni giorni dopo venne abbattuto: era (4 gennaio 1961).
La vox populi fornisce una versione meno romantica dell'accaduto, la quale scagionerebbe l'implacabile strumento delle ire di Giove.
Più prosaicamente, il sindaco Accastello, constatata la grave sofferenza dell'illustre vegetale, roso dai tarli, ormai inguaribile, considerato il pericolo rappresentato dal gigante malato, ben consapevole di sfidare il giudizio dei posteri, ne aveva deciso l'abbattimento.
Ma l'olmo, al pari dell'osteria del Gallo, si era già assicurato il ricordo dei posteri.
Gli dedichiamo... alla memoria, queste strofe della poesia l’orm di Nino Costa, che sembrano scritte proprio per lui:

Dnans a la cesa dèi pais, sla piassa
che a la séira ij paisan van fé le stròp [il crocchio],
tut grotolu, tut a bergnòche e a grop
j'é n'orm antich ed dozent ani e passa.
…..
Orm piemonteis, temprà mei che l'assel,
eh'a viv an pas ma ch'a tèm nen la guèra,
con le radiss bin ambrancà 'nt la tèra
ma con le rame ch'a sé slansso an cel.

A Sangano non c'era una sala cinematografica, perciò la gente era poco informata delle pellicole allora in circolazione: Quo Vadis di Guazzoni, Gli ultimi giorni di Pompei di Caserini, Cabiria di Pastrone, con didascalie del grande D'Annunzio, né era in grado di esprimersi sugli sdilinquimenti di Francesca Bertini che da dieci anni imperversava in Assunta Spina.
Ma qualche assaggio aveva di tanto in tanto della decima arte.
In occasione dei festeggiamenti dell'Assunta, nei giorni 14-16 agosto 1921, uno spettacolo cinematografico nei locali dell'Asilo Valfredo a favore della benefica istituzione, ebbe un incasso favoloso di ben 165 lire alla prima proiezione e di 30 alla seconda del 14 agosto; 100 lire l'unico spettacolo del 15, e 71 lire all'ultimo spettacolo del 16 agosto.
Non sarebbe bastato a coprire il costo della pellicola: 411 lire, più 20 lire all'elettricista e lire 5 di mancia.
Ma la "tombola" a tutte le rappresentazioni salvò la situazione: un incasso di 377 lire più una generosa offerta di 2 lire da parte di Nicol Giuseppe e di 100 lire da Luigi Saracco, il proietario del castello dopo i conti Schiari-Riccardi.
Più frequenti erano le recite a scopo benefico pro asilo con l'immancabile "tombola"; erano,con le feste popolari di Ferragosto, l'occasione di aggregazione della comunità.
Nel 1924 l'amministrazione dell'asilo ebbe una spesa di 192 lire per l'acquisto del materiale per la luce elettrica, di lire 30,40 per la posa del contatore, 28 lire e 50 centesimi per numero 6 lampadine
La luce elettrica però era ancora un lusso e usata con molta parsimonia, a motivo delle alte tariffe.
A Giaveno la Cooperativa Elettrica, costituitasi all'inizio dell'anno per iniziativa del can. Pio Rolla, rese possibile estendere la rete alle frazioni a una tariffa conveniente, perché si era formato grazie alla cooperazione, un capitale di oltre mezzo milione che permise di avere una cabina a ventiduemila volts.
A Sangano, in assenza di una iniziativa del genere, non erano molte le case allacciate alla rete, comunque anche in quelle si continuava ancora con l'illuminazione a petrolio.
Nel 1926 i sindaci elettivi furono sostituiti dai podestà.
Il 1° marzo 1928, con Regio Decreto, Sangano e Bruino vennero riunite in un unico comune denominato "Bruino" (l'espressione è del Regio Decreto 1° marzo 1928); finiva in un armadio il vecchio gonfalone di Sangano. Gioachino Gallo fu dunque l'ultimo sindaco di Sangano, fino a quando i suoi poteri furono assunti dal podestà Bonassi Giovanni. Sangano rimarrà aggregata a Bruino fino 1956.
L'autonomia amministrativa di Sangano sarà ristabilita e solennemente festeggiata il 17 marzo 1957 con un pranzo sociale e la benedizione del vessillo del Comune. Primo sindaco (1957-70) fu il cav. Giovanni Accastello.
Sempre nell'anno 1928 veniva elettrificata la tramvia Torino-Orbassano; l'elettrificazione non era ben vista dagli industriali della zona, che temevano la fuga della manodopera verso Torino.

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa – Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996

 

Mappa Napoleonica anno 1812 A.S.T.S.R.

Al centro della Piazza l'olmo, in rosso la Trattoria del Gallo

Particolare della Mappa Napoleonica 1812
Archivio di Stato di TORINO

Casa del Fascio e Albergo del Gallo (in piazza dal 1910)

Interno dell'antico Albergo del Gallo - a destra Luigia Gallo
situato in Via Bert (attuale Banca)

Albergo del Gallo - Sangano

Gallo Gioachino - Negoziante
Albergo del Gallo
Servizio Cavalli e Vetture
camere unite e separate

Carta intestata dell'antico albergo

 

4 aprile 1923

Tema
Una pietosa scoperta racconto (dal vero)

 

4 aprile 1924

Ieri mattina verso le prime ore fu trovato un morto ai piedi di un monte nella sponda destra del Sangone.
Saputa la notizia tutti accorsero a vedere e invece di uno erano tre. Il sarto di Villarbasse, anche lui curiosando conobbe il vestito da lui fatto al caduto si avvertirono le famiglie e il sig. sindaco (Gallo Gioachino) il quale telefonò a Orbassano. All’arrivo delle Autorità i cadaveri in automobile furono trasportati al Campo Santo nella camera mortuaria.
Anche noi bambini della scuola scappando dal cortile, andammo a curiosare. Ma il signor Pretore mandò via tutti, e lasciò solo i parenti e i superiori. Dopo di che i medici ebbero visitate le salme permisero di cambiarli.
Ieri a Sangano fu un via vai continuo di forestieri. Questa sera alle ore quattro si faranno i funerali

Dal quaderno di Francesco Martini 1910-2001

 

Una storia lunga dal 1870 ad oggi

venditore di sale e tabacco - venditrice di sale e tabacco

Rosso Giovanni Giuseppe secondogenito di tredici fratelli figlio di Domenico e Domenica, nasce a Sangano il 18 marzo del 1767, rimasto vedovo nel 1836 sposa Viola Maria Giacinta, muore nel 1841 all'età di 74 anni e nel suo atto di morte vi è scritto di professione “venditore di sale e tabacco”.

La moglie, Viola Maria Giacinta si risposa nel 1844 con Cantone Carlo Giuseppe.

Il 3 gennaio 1864 muore Viola Maria Giacinta di anni settantacinque nativa di Bruino, nel suo atto di morte ritroviamo la scritta di professione “venditrice di sale e tabacco”, se ne deduce che la licenza il Levrino Lorenzo (*1836) l’abbia acquistata successivamente dagli eredi.
Levrino
una storia lunga 5 generazioni

Lorenzo 1836 - 1906
Giuseppe 1865 - 1953
Lorenzo 1894 - 1983
Angelo 1936
Paolo 1970

 

 

Viaggiata 1958

La Tabaccheria anno 1973

5 domande a…

Questa volta a rispondere alle nostre domande è Angelo Levrino, che ha dedicato una vita al commercio e al suo negozio. La sua famiglia da cinque generazioni gestisce attività commerciali a Sangano.

Angelo Levrino, 74 anni, commerciante sanganese. Come si presenterebbe a chi non la conosce?

Forse le persone che sono venute ad abitare in paese di recente sono le uniche a non conoscermi. Io sono a Sangano da sempre; terzo di quattro figli tutti partoriti nella stessa casa e nello stesso letto, anche se le mie sorelle Maria Teresa e Giuseppina sono nate a Sangano, mentre io e mia sorella Graziella siamo nati a Bruino, perché in epoca fascista i piccoli comuni erano stati soppressi ed il nostro era stato accorpato a Bruino. La nostra attività ebbe inizio con mio bisnonno Lorenzo (1836-1906): è sua la prima licenza, certamente sappiamo dai documenti che risale al 1870, ma è abbastanza probabile che abbia incominciato a vendere negli anni precedenti… Il primo negozio era dove attualmente c’è la posta. Poi venne il momento di mio nonno Giuseppe (1865-1953, sindaco di Sangano dal 1908 al 1920) che trasferì l’attività nella curva di via Trana (oggi è via Bert ed è ancora possibile vedere l’antica insegna dipinta sul muro della casa), a lui subentrò mio padre Lorenzo (1894-1983), successivamente fui io a “ereditare” il mestiere. Adesso, nei locali sotto i portici, tocca a mio figlio Paolo.

Com’è nata l’idea del negozio?

Mah! Non saprei come sia nata l’idea, ma io… io sono quasi nato in negozio! Anzi ci lavoravo ancora prima di nascere: mia mamma quando era incinta, a parte l’ultimo periodo della gravidanza, era sempre “dietro il bancone”, come si diceva una volta.

Ricorda la prima persona che ha servito, il suo primo cliente, e l’emozione che ha provato?

Ho iniziato ad aiutare i miei genitori che ero piccolissimo. Esattamente non ricordo cosa ho provato: i primi ricordi sono legati alla vendita della marmellata e della conserva a peso. Pensate che all’epoca di mio nonno si “incartavano” ancora nelle foglie di fico e di castagno! I miei genitori avevano una licenza completa e potevano vendere “dal paracarro al condominio”; mi vengono in mente tanti episodi… il petrolio per le lampade venduto sfuso… i sigari che si vendevano singolarmente… i bottoni, i fili, la lana e le “pezze”… gli scampoli di stoffa con cui le sarte cucivano gli abiti. Durante la festa del paese le persone si guardavano i vestiti “della domenica” per curiosità e per sapere chi era vestito con la stoffa di Levrino. A quei tempi comprare un sigaro era un rito, una lunga cerimonia. Erano fatti a mano, uno per uno, contenuti in scatole rettangolari di legno e si conservavano in verticale. Alfonso “Funsu”, il panettiere, li annusava per diversi minuti per fare una prima cernita, poi li faceva rotolare fra le dita e li selezionava ulteriormente. La scelta decisiva avveniva sempre dopo una leggera pressione. Il taglio del sigaro in più parti avveniva con “la ghigliottina”, una macchinetta di legno e metallo con fori di diametro diverso dove si infilava il sigaro che veniva tranciato da una lama sottile ed affilatissima, incernierata alla base di appoggio.

Come sono cambiate negli anni le esigenze dei clienti? E i Sanganesi?

Le esigenze dei clienti sono sempre le stesse e devono essere valutate attentamente per non deludere le aspettative di nessuno. Sostanzialmente direi che i Sanganesi non sono cambiati. In tanti anni non abbiamo mai “avuto da dire” con nessuno; davvero non è poco. Voglio bene a tutti, ho tanti amici e sono amico di tutti: questo mi piace. Oggi c’è il computer, ci sono le calcolatrici, le ricariche, i “gratta e vinci” e le mille macchinette elettroniche, ma i giornali si consegnano sempre all’alba…

Quali attenzioni deve avere un piccolo commerciante per avere la sua clientela in un’epoca di grandi supermercati e quali sacrifici deve fare?

Bisogna lavorare, lavorare e lavorare. Ancora oggi mi piace alzarmi presto per andare a sistemare i giornali. Avevo una media di 18 ore di lavoro al giorno e i sacrifici e gli investimenti si facevano e si fanno per mandare avanti l’attività… Con gli alimentari ti devi preoccupare della loro freschezza, di tenere tutto in ordine e molto pulito ed avere sempre sotto controllo il frigorifero… Con i giornali ti devi alzare presto e la loro gestione dà davvero tanto lavoro… «Angelo è ora di andare a dormire!» Queste sono state per anni le parole che mi diceva il signor Sestero che saliva sull’autobus alle 4,30 per andare a lavorare in Fiat quando faceva il primo turno. Quanto a me… dormivo pochissimo: dalle 5 alle 7; però al pomeriggio il negozio era chiuso dalle 13 alle 15 e lì… in quelle due ore… un riposino non me lo toglieva nessuno.

Ora invertiamo i ruoli: ponga lei un quesito da formulare a chi leggerà le sue risposte.

Anche se il mestiere l’ho ereditato ed ho potuto scegliere solo in parte “cosa fare da grande” sono molto soddisfatto della mia vita così come l’ho avuta, è per questo che non ho proprio nulla da chiedere.

A cura di Luca Cerutti

L’Informatore Sanganese

 

Arsètari ‘dla côsina sanganeisa a base ‘d lait

 

Tipico dolce sanganese
“Siule piene”

Svuotare le cipolle piatte bollite. Preparare un ripieno con amaretti, gallette e grissini ammollati nel latte, spezie “saporite”, sale, zucchero, uova e la parte svuotata dalle cipolle. Passare tutto al passaverdure. Aggiungere se si vuole cioccolato e parmigiano!!! Riempire le cipolle ed aggiungere al centro un fiocchetto di burro. Porre nel forno a cuocere.

“Minestra ‘d ris al lait”

Bollire il latte con dentro due patate. Salare, schiacciare le patate ed aggiungere il riso.

“Ris e cusa al lait”

Far cuocere 5 o 6 fette di zucca in un po’ d’acqua, schiacciarla ed aggiungere latte e riso.

“Ris ‘n persun”

Far cuocere il riso nel latte col sale ed aggiungere alla fine un po’ di farina.

“Ris dus”

Far cuocere il riso nel latte con zucchero, sale, saporita scorza di limone, burro.

“Pôlenta dousa”
(semolino dolce)

Latte, zucchero, sale, semola scorza di limone e, se si vuole, mezzo bicchiere di marsala a piacere.
Era un piatto indispensabile per il “fritto misto”che si preparava nelle grandi occasioni.

“Merlus ‘l lait”

Friggere i pezzi di merluzzo infarinati e coprirli di latte.

“Coi ‘l lait”

Far soffriggere i cavoli nell’olio e burro, salare e aggiungere il latte.

“Mnestra ‘d castagne”

Cuocere la castagne bianche di Mondovì nell’acqua salata, aggiungere latte bollito e riso.

Il buon latte di mucca della stalla di casa , o quello che si andava a prendere dai vicini col “barachin”, si accompagnava molto con la polenta.

Pulenta e lait
Pulenta bur e formagg
Pulenta e burgunsôla

“Bagna caoda”
…..a sangano la facevano così…..

Fe fundi ‘l burr ‘n ‘tl fuiot ‘d tera coita.
Butè l’ai e l’anciuve…..
Tuirè e fe disblè…..
Giuntè la fiur ‘dl lait
Fè mitunè ‘n poc e
Bon aptit!

…..si mangiava con sedani, peperoni, tapinabôt, cavoli, cipolle, cardi e con tanto buon appetito in allegra compagnia!!

“Lait mensinour”

I nostri nonni attribuivano al latte delle grandi proprietà terapeutiche e si curavano così:

Lait e amel
Per tosse e mal di gola

Pan muià ‘nt lait
Per fe i papin e fe crpè ‘l ascess

Lait e siule
Lait e malva
(per toglierre le infiammazioni)

Ai e lait
(per mal di gola e tosse)

Scuole Elementari di Sangano
maggio 1986

A Esterina con molti ringraziamenti per la sua collaborazione
Insegnante Graziella Chiavassa Clari

Dovis Esterina 1916 - 1996
nata alle Prese di Piossasco sposata alle Prese di Sangano

 

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