Sangano

Il castello di Sangano
Relazione tecnica sugli scavi al castello
Importanti scavi nella storica Abbazia
La chiesa sotto il Castello
Un tempio dell’anno mille
Sangano nei primi documenti
Il vicus di Sangano, la sua pieve, il primo signore feudale
Sangano sotto la Signoria di Bonifacio il Rosso

Il castello di Sangano

e la chiesa di Santa Maria dell'Assunzione

 

Museo della Sindone anno 1897

Il Castello - foto di Secondo Pia anno 1897
Proprietà Museo della Sindone

Particolare del Castello anno 1897

Particolare del Castello - foto di Secondo Pia anno 1897
Proprietà Museo della Sindone

Dipinto del Gonjn

Particolare

Gli eredi Schiari-Riccardi (conte Domenico Alessandro e il figlio conte Edoardo con le rispettive famiglie) mantennero anche, con le cascine Schiari, cioè le circa 100 giornate di prati e campi tra il Sangone, e la strada di Bruino e il molino la proprietà del castello fino al 1920 quando passò al Sig. Saracco che lo tenne fino al 1930 circa. Subentrando quindi i signori Casavecchia e nel 1941 il generale Bechis. Fu appunto la figlia di lui, Amalia Bechis ad associare alle sue ricerche alcuni compagni della Facoltà di Architettura dell’Università di Torino, (corso di Laurea di Architettura esame restauro documenti) e insieme, sotto la guida dell’ingegner Carlo Brajda, riportare alla luce le due absidi della chiesa benedettina, le fondamenta di due altari, e una terza abside attribuita al battistero o alla sacrestia dell’antica abbaziale oltre ai reperti di età romana e dell’area cimiteriale. Il castello ha così potuto, grazie a questi avvicendamenti, evitare i danni che lo stato di abbandono avrebbe ineluttabilmente arrecato e mantenere l’antica struttura medioevale, pur accogliendo taluni adattamenti interni ed elementi settecenteschi. Nel 1854 Emanuele Gonjn, fratello di Francesco, il pittore e incisore che illustrò su incarico del Manzoni l’edizione del 1840-45 dei Promessi Sposi, lo rese famoso riproducendolo nella serie delle incisioni dei castelli ancora facilmente reperibile.

 

Chiesa abbaziale - Scavo delle absidi nel cortile interno del castello, 22 febbraio 1955

Chiesa abbaziale - Scavo delle absidi nel cortile interno del castello, 22 febbraio 1955

L'Ing. Carlo Brayda durante gli scavi con Simone Calcagno

L'Ing. Carlo Brayda durante gli scavi con Simone Calcagno

 

 

 

 

Chiesa di Santa Maria dell'Assunzione
nel castello dell'Abbazia di San Solutore

1 - castello
2 - Chiesa di Santa Maria dell'Assunzione
3 - antico cimitero
4 - Chiesa del secolo XVII, intitolata ai SS Martiri - ora casa Parrocchiale
5 - Chiesa Parrocchiale del 1706 intitolata ai SS Martiri

Facciata lato ovest del campanile

Fianco sud

Prospetto nord del campanile e vista interna del muro della navatella

Schizzo prospettico

Sezione delle absidi e gli altari

 

Pianta di Sangano del 1757
che riproduce Sangano com’era nel catasto del 1684

 

Pianta di Sangano del 1757 che riproduce Sangano comera nel catasto del 1684

Archivio di Stato di TORINO Sezioni Riunite
Abbazia SS. Solutore Avventore Ottavio
(elaborazione propria)

BIANCO= fucina de Brandoli
VERDE= orti-prati-giardini
GRIGIO= cortili
ROSSO= case
AZZURRO = fossato attorno al Castello che serve da peschiera e bealera che alimenta il detto fossato e bagna i prati
BLU= sito dell’antica piazza
MARRONE= forno della Comunità ora diroccato
GIALLO e ROSSO= a righe all’interno del recinto del Castello sito della Chiesa Antica di S. Maria dell'Assunzione e torre campanaria
GIALLO= Chiesa circa il 1580

 

Pianta di Sangano del 1757

 

Pianta di Sangano del 1757

Archivio di Stato di TORINO Sezioni Riunite
Abbazia SS. Solutore Avventore Ottavio
(elaborazione propria)

BIANCO= fucina de Brandoli
VERDE = orti-prati-giardini
GRIGIO = cortile
ROSSO = case
AZZURRO = fossato attorno al Castello che serve da peschiera e bealera che alimenta il detto fossato e bagna i prati
BLU = forno diroccato
ARANCIO = casa Parrocchiale
GIALLO = Chiesa attuale e torre del Castello
NERO= cimitero

 

Relazione tecnica sugli scavi al castello
Sangano (Comune di Bruino) prov. di Torino
Chiesa di Santa Maria dell’Assunzione nel recinto del Castello dell’Abbazia di San Solutore
Relazione tecnica sugli scavi e ricerche effettuate dal 17 dicembre 1954 al 31 marzo 1955 e sui restauri e sistemazioni protettive dei ruderi eseguite fino al 15 maggio 1955.

La determinazione di iniziare le ricerche dei resti della chiesa in oggetto ebbe origine dalla costatazione che un breve tratto di muratura in elevazione, sito in aderenza al lato nord della Torre-Campanile, accennava ad un andamento curvilineo tale da far supporre l’esistenza dei resti di una abside della chiesa distrutta.
Inoltre l’osservazione che tutto il piano del giardino sito nel recinto dell’antico Castello abbaziale era sopraelevato di circa un metro rispetto al piano della campagna circostante e che durante i periodi di pioggia o neve il terreno del giardino si prosciugava rapidamente, autorizzava l’ipotesi dell’esistenza in loco di un vasto deposito di macerie provenienti dall’antica chiesa. Per controllo si eseguì una attenta verifica nelle altre due chiese costruite rispettivamente nei secoli XVII e XVIII a poca distanza dal Castello e nelle costruzioni signorili esistenti in Sangano col risultato di constatare che nessun elemento strutturale o decorativo della primitiva chiesa era stato reimpiegato nelle costruzioni suddette, e che inoltre nessuna traccia di depositi di macerie esisteva nelle vicinanze del Castello o nelle campagne circostanti.
Nessun risultato diedero le ricerche di archivio, subito iniziate a Torino Sangano e Bruino, perché nessun documento letterario o grafico indicava la posizione e l’estensione della chiesa e l’epoca della sua costruzione e della sua distruzione; per questa era soltanto da escludersi che fosse avvenuta per incendio, terremoto o fatti di guerra od altre cause violente di cui non è conservata memoria né in Sangano né in paesi vicini. La distruzione doveva pertanto essere avvenuta per opera dell’uomo, in modo sistematico con spianamento delle macerie in sito, in epoca indeterminata.
Un’ulteriore osservazione confermò che le macerie dovevano trovarsi a poca profondità del piano del giardino: infatti durante il tracciamento della probabile curvatura dell’abside presso il campanile si constatò che, in corrispondenza alla striscia tracciata, il terreno aveva una colorazione diversa da quello circostante, noto fenomeno che indica strutture murarie sepolte a poca profondità e perciò influenti sul grado di umidità della terra e quindi sul colore di questa tutte le ipotesi suddette furono confermate dagli scavi iniziati il 17 dicembre 1954 e condotti quasi ininterrottamente fino al 31 marzo 1955.
I primi risultati furono le scoperte di due absidi, corrispondenti alla navatella sud ed alla nave centrale; di struttura identica e ben collegate fra loro nessuna traccia di una terza abside a nord ove una struttura muraria rettilinea innestata a sinistra dell’abside principale e la presenza di un grande albero con estese radici ostacolavano gli scavi.
Per avere una conferma di trovarsi in presenza di una chiesa concepita a due sole navate, di un tipo cioè non singolare ma poco usuale, si effettuarono, contemporaneamente agli scavi, attente ricerche mediante la spicconatura di vari strati di intonaco di diverse composizioni che coprivano i muri divisori fra il giardino e l’orto situato a nord ovest di esso. La ricognizione fu condotta analizzando sistematicamente le facciate esterne ed interne di detti muri perimetrali col risultato di mettere in luce sul fianco esterno della navatella sette lesene regolarmente intervallate, oltre ad una lesena più grande all’angolo sud-ovest, e sul muro ovest ampie lesene corrispondenti all’allineamento dei muri longitudinali della nave maggiore.
In asse a quest’ultima si riconobbe l’antica porta della chiesa, che era stata murata, la porta era sormontata da un architrave lapideo che era sorretto da tre stipiti, indicazione che, per qualche motivo imprecisabile a prima vista, la luce della porta era stata ridotta. Per rendersi conto di tale motivo e non danneggiare gli stipiti esterni si iniziò la demolizione della muratura di riempimento operando dall’interno della chiesa; tale muratura era costituita da materiale incoerente, ciottoloni, lastre di pietra, frammenti di colonnine a settori semicircolari lapidei o laterizi, il tutto malamente collegato da terra proveniente dal vicino cimitero e frammista a resti ossei umani.
Si potè così constatare che la larghezza originaria della porta era stata ridotta per timore di crollo dell’architrave un pilastrino-stipite sottostante alla frattura.
Per procedere alla liberazione totale della porta si eseguì il consolidamento (previo puntellamento) dell’architrave, che rappresenta uno dei pezzi più interessanti fra quelli venuti in luce e che trovasi ancora nella giacitura originaria, come confermano i laterizi di origine romana opportunamente sagomati ed alternati a blocchi di pietra, anch’essi sagomati, che costituiscono lo stipite sud ad immediato contatto dell’architrave.
Il consolidamento, scartati gli antiestetici procedimenti di cerchiatura in ferro, fu eseguito mediante speciale collante a pasta vetrosa che diede risultati ottimi (operatore il Prof. A. Arista scultore).
L’architrave monolitico della porta principale della chiesa è sagomato in modo da formare battuta per i due battenti della porta, ha due fori laterali per l’introduzione dei perni superiori di detti battenti nonché un foro centrale per il paletto di chiusura.
Si è rilevato che analoghi fori per i perni dei battenti esistono nella soglia del portone di ingresso al Castello, nonché in un’altra soglia di porta (forse della sacrestia della nostra chiesa) venuta in luce durante gli scavi e poi reinterrata, come si dirà in seguito.
Nel muro sud, verso la metà della navatella, fu riaperta una porta secondaria della chiesa con soglia ancora in sito ed architrave in lastra di pietra con foro per il perno del battente. Negli stipiti di questa porta sono praticati fori per il paletto scorrevole di chiusura e per l’introduzione di una sbarra di sicurezza in legno. Con le ricerche suddette si è quindi potuto delimitare con esattezza il perimetro di tre lati della chiesa; per il quarto lato (nord) si scoprirono strutture di fondazione sull’allineamento congiungente la lesena di facciata e la imposta nord dell’abside maggiore. Circa la presenza di un eventuale muro perimetrale formante il lato nord di una terza navata si seppe da testimonianze dirette che sull’allineamento di questa eventuale terza navata esisteva, fino a pochi anni or sono, l’antico pozzo del Castello (del diametro di circa tre metri) pozzo le cui strutture sotterranee sono ancor oggi utilizzate per il disperdimento di acque meteoritiche.
Proseguendo gli scavi si rinvennero centinaia di frammenti di intonaco affrescato, laterizi romani, romanici, gotici, la testata di una stele lapidea romana con iscrizioni, marmi scolpiti, nonché numerosi resti umani in sepoltura secondarie.
Per suggerimento della Sovraintendenza ai Monumenti si eseguirono assaggi presso il fianco nord dell’abside centrale: si rinvenne un pavimento in coccio pesto, un’absidiola a struttura muraria diversa e più tarda delle due altre absidi e non simmetrica all’absidiola sud. Tale absidiola nord era chiusa da un muro trasversale presso il quale si rinvenne la soglia di una porta, probabilmente della sacrestia. Queste ultime strutture, opportunamente protette da una muratura di drenaggio, furono reinterrate.

Torino 11 giugno 1955 - Ing. Carlo Brayda

13 febbraio 1955
Importanti scavi nella storica Abbazia

Domenica scorsa il Soprintendente ai Monumenti prof. Umberto Chierici ha compiuto un secondo sopraluogo ai lavori in corso nel recinto della storica Abbazia dei Santi Solutore, Avventore e Ottavio per la ricerca della più antica chiesa di Sangano dedicata a Santa Maria.
Da circa due mesi infatti, ad iniziativa della signorina Maria Bechis studente al politecnico e figlia del proprietario del Castello di Sangano, stanno compiendo interessanti scavi e importanti ricerche di archeologia cristiana che hanno riportato alla luce il perimetro della millenaria chiesa di Santa Maria citata più volte nei documenti medioevali dell'Abbazia, della quale si conosceva soltanto l'elegante bellissimo; campanile trasformato poi in torre di difesa del castello.
Gli scavi ai quali hanno collaborato molti studenti di Architettura del corso di restauro dei monumenti, sotto la guida dell'ing. Brayda e di altri professori del Politecnico, hanno messo allo scoperto le due absidi semicircolari della chiesa mentre gli assaggi compiuti sui muri che dividono il giardino dall'area dell'antico cimitero hanno rivelato il fianco e la facciata della chiesa nonché la posizione della porta principale e di quella della navata laterale.
Si sono trovati molti pezzi di laterizi romani e medioevali, elementi di colonnine e pilastri, tracce di affreschi, nonché moltissimi frammenti di ossa umane; tutto il materiale raccolto sarà riordinato insieme a quello che viene continuamente alla luce.
Proseguendo intanto gli studi di un interessante progetto che permetterà di conservare in una degna sistemazione le storiche vestigia e che servirà per il prossimo restauro della torre-campanile, importante testimonio dell'arte romanica in Piemonte.

La Voce del Popolo – 13 febbraio 1955

La chiesa sotto il Castello
E’ un tempio preromanico, il più antico di Sangano: l’hanno scoperto, sotto il maniero
gentilizio, alcuni studenti del Politecnico di torino insieme al loro professore

(Dal nostro inviato) SANGANO, marzo.
Il castello di Sangano è una di quelle antiche costruzioni di cui si può quasi dire me ogni pezzo abbia un'età diversa e nelle quali se si gratta con avvedutezza un muro si può trovai un mattone romanico o, alla peggio, mettere alla luce qualche altro materiale di ricupero di origine molto antica.
È un castello in cui la storia ci sta di casa. Attraverso vari mutamenti, il maniero ha però finito suo malgrado per assumere una placida aria ottocentesca di “nobile casa di campagna”, con il suo bravo putto in terracotta che ride ai piedi della reclinata, i suoi affreschi un po' stinti ai soffitti e l'ampio cortile con la pergola sopraelevata al centro.
Un po' discosto, a ridosso del murò di cinta, si erge una vecchia torre, con bifore e merlature difensive, testimonianze di passati rimaneggiamenti e della vita contrastata del campanile in cui qualcuno dovette un tempo porvi delle campane a suonare ed altri, in epoca più tarda, tolse le campane e otturò le finestre dalla parte in cui doveva giungere il nemico.
Questa torre — ora che non è più mistico campanile nè baluardo guerriero — guarda malinconicamente l'orto della famiglia del generale Camillo Bechis, attuale proprietario dello storico castello.
Naturalmente, una costruzione come questa che abbiamo descritto, è fatta per tentare chi abbia il gusto della ricerca archeologica. E infatti la figlia del proprietario del castello, che è studentessa in architettura, cedette qualche tempo fa a questa tentazione e decise di preparare la tesi di laurea sul restauro della torre, tanto più che avendola sempre vista a due passi dalla propria abitazione le era diventata ormai familiare.
Il professore del corso di restauro della Facoltà di architettura, ing. Brayda. si recò al castello per controllare il lavoro della propria allieva e qui la sua abitudine a «far parlare i muri» lo portò alla scoperta della più antica chiesa di Sangano (certamente anteriore al mille) dedicata a Santa Maria. Di questa chiesa, per la verità, parlano i documenti medioevali dell'Abbazia dei Ss. Solutore, Avventore e Ottavio, ma se ne erano misteriosamente perdute le tracce e di essa si conosceva soltanto li campanile vedovato è trasformato in torre difensiva del castello. Proprio mentre esaminava questa torre insieme con alcuni allievi l'ingegnere Brayda ebbe l'intuizione che accanto ad essa, sotto la pergola centrale del cortile, dovevano trovarsi i resti della chiesa di Sangano. Egli notò sul terreno una diversità di colorazione, gli sembrò che una vaga forma, disegnata dalla differenza di umidità, accennasse ad un arco che si attaccava alla base del campanile e decise di scavare.
A mano a mano che qualche cosa affiorava dalla terra gli studenti apparivano come elettrizzati: erano laterizi romani e medioevali, tracce di affreschi e frammenti di ossa umane. Finalmente, dopo circa due mesi di scavi, ecco apparire alla luce le due absidi semicircolari della chiesa in cui terminavano due navate, una grossa ed una piccola.
A questo punto, per dovere di cronaca bisogna riferire che il fiuto dell'ing. Brayda, un signore alto e dinoccolato per cui l'archeologia è tradizione familiare, ha sbalordito i suoi stessi allievi. Questi insistevano perplessi per trovare la terza abside dato che le chiese a due navate sono piuttosto rare, ma l'insegnante, sicuro, ribatteva: «La terza navata non la vedo». Sembrò dapprima un'osservazione eccessivamente arrischiata, ma gli scavi successivi non fecero che confermarla, tanto, che gli studenti si guardarono allibiti. “Non è un archeologo — mormorarono — è un radar”. Ma le ricerche non finirono qui.
Professore ed allievi, uniti dallo stesso entusiasmo, effettuarono anche degli assaggi sui muri che circondano il cortile ed individuarono il fianco e la facciata della chiesa con la porta principale e quella laterale mal dissimulate nella costruzione posteriore. Diedero quindi mano al piccone e scoprirono che il modesto muricciolo destinato a dividere il cortile del castello dall'orto attiguo altro non era che la linea perimetrale della misteriosa chiesetta. Fu un successo. Ciò che era stato iniziato quasi per esercitazione scolastica apparve subito un'interessante scoperta di archeologia cristiana.
Dinanzi all'ingresso del castello venne affissa un'indicazione che aveva tutta l'aria di una bandiera piantata su una posizione di conquista. «Politecnico di Torino. Agli scavi», diceva il cartello con la freccia indicatrice. Più in là, sulla soglia di una porta che dà in un magazzino un altro avviso con caratteri provvisori, ma orgogliosi, indicava: «Politecnico di Torino. Museo Archeologico». All'interno dei museo improvvisato tra i pezzi rari erano custoditi un tegolone romano con bollo, di età probabilmente antonina, alcuni frammenti affrescati con colori giallini di una composizione che ha resistito al tempo e la parte superiore di una stele in pietra con la scritta: “Uritia D M”.
E’ la datazione della chiesa, probabilmente la più antica di Sangano? Secondo l'opinione dell'ing. Brayda, essa sorse prima della fondazione dell'Abbazia dei Santi Solutore, Avventore e Ottavio, e venne a far parte del recinto abbaziale nei 1006 quando forse era l'unica chiesa del luogo. Quanto all'epoca della distruzione della chiesa, il problema si presenta assai spinoso e non si può che procedere per via di congetture. Poiché sembra da escludersi che la distruzione sia avvenuta a causa di eventi bellici o di terremoti, dato che in questo caso ne sarebbe pervenuta la notizia, vien da pensare che la chiesetta di Sangano sia stata demolita in un'epoca contemporanea o anteriore a quella in cui la torre campanaria venne trasformata in torre difensiva. Questo calcolo è possibile grazie all'esame della struttura muraria che consente di stabilire che merlature della torre sono del tipo in uso nei secoli XIV e XV, data in cui con ogni probabilità l'antica chiesa di Sangano venne demolita. Ma perchè? Perchè le pacifiche bifore del campanile vennero trasformate in squallide feritoie ed i resti della chiesa sepolti nel cortile del castello senza che di ciò rimanesse traccia?
Nessun segno che quei materiale sia stato usato altrove si scorge negli edifici del luogo. Lo storico dovrà quin¬di rispondere a questa domanda compulsando testi e documenti ed esaminando gli elementi messi a disposizione dall'ing. Brayda e dagli studenti del Politecnico di Torino. Forse, per quel che riguarda Sangano, qualche pagina di storia deve ancora essere scritta.
Al castello intanto si sono recati il prof. Umberto Chierici, soprintendente ai monumenti, ed alcuni professori del Politecnico mentre per i ritrovamenti di origine romana è stato interessato il dottor Carducci soprintendente alle antichità per il Piemonte. La storia, timida inquilina del castello di Sangano, è di nuovo alla ribalta a dispetto di quell'aria pacifica e ottocentesca che avvolge ora l'intera costruzione. E l'ultimo arrivato, il putto in terracotta che ride al piedi della piccola scala, volge sempre la schiena all’antica torre merlata.
Ernesto Gagliano

Il Popolo Nuovo 2 marzo 1955

A Sangano, dodici allievi di architettura si sono trasformati in sterratori
Un tempio dell’anno mille
Scoperto dagli studenti sotto un castello

Gli studenti di architettura si sono trasformati sterratori per portare alla luce i resti di una chiesa medioevale, nel cortile del castello di Sangano. Una dozzina di giovani del IV corso, sotto la guida dei loro professore di restauro, l’ing. Brayda. ha lavorato di pala e di piccone ed ha già fatto emergere dal terreno l'abside centrale ed uno di quelli laterali. Il sovraintendente ai monumenti ing. Clerici ha esaminato il lavoro compiuto dagli universitari ed ha promesso l'interessamento della sovraintendenza che forse stanzierà dei fondi per il proseguimento degli scavi.
A Sangano, un piccolo borgo, tra Bruino e Trana, l’attuale castello è sorto, nel 700 accanto a quello medioevale di cui esistono ancora un'ala una grande slanciata torre, probabilmente del 1200 o del 1300. L’ing. Brayda trovandosi casualmente ospite degli attuali proprietari, notò la scorsa estate una traccia di muro che si staccava dalla torre. Egli formulò l'ipotesi, che doveva rivelarsi fondata, di una chiesa scomparsa, sepolta sotto il castello, di cui la torre era in origine il campanile, e decise di studiare a fondo il problema. Da qualche traccia sul terreno il professore ricavò la convinzione che il tempio scomparso fosse ora sotto il cortile.
Le ricerche sui documenti gli offrirono qualche aiuto: in nessuna delle vecchie carte si parla della distruzione della chiesa ma da un « diploma » del vescovo di Torino Gezone del 1006 viene nominata la “corte di Sangano”, cioè tutto un abitato, che veniva assegnato ad un monastero di Torino. La donazione viene confermata dal vescovo Landolfo, nel 1011, che nomina anche la chiesa battesimale di Santa Maria, e dalla contessa Adelaide nel 1079 che parla dell'Abbazia di Sangano. Questo nome è tuttora conservato nella zona dove il castello viene appunto chiamato «abbaziale». Certamente in un cosi piccolo borgo non poteva esservi che una chiesa, quella appunto che viene oggi alla luce.
Il prof, Brayda decise di porre la chiesa di Sangano come tema per le esercitazioni pratiche di restauro che i futuri architetti compiono ogni anno su qualche monumento del Piemonte. Approfittando delle vacanze invernali i giovani, alternando il lavoro manuale e quello di misura, la funzione di manovale e quella di archeologo, hanno messo alla luce la pianta della chiesa. Una navata centrale ed una, laterale, accanto alla torre-campanile. Sotto gli strati sovrapposti successivamente il muro di cinta del giardino si è rivelato anch'esso medioevale: è stata trovata la porta, con un'architrave in pietra in cui sono evidenti i buchi dei serramenti di ferro.
La terza navata non è stata trovata e l’ing. Brayda ha formulato un’ipotesi che spiega l'irregolare: pianta della costruzione. La navata centrale sarebbe la chiesa primitiva, anteriore al 1000, come dimostra la rozza architrave della porta. Dopo due o trecento anni sarebbero state erette la navata laterale ed il campanile, che appare già un'elegante opera romanica dalle bifore ben modellate, anche se in parte chiuse nei secoli successivi quando si trasformò in una bellicosa “torre” di difesa. Ora i lavori continueranno per giungere fino alle fondamenta, scoprire un eventuale pavimento a mosaico, togliere il recente intonaco dai muri per cercare antichi affreschi che probabilmente esistono sotto di esso. Sangano offre ancora molto lavoro ai futuri architetti e forse domani presenterà un vasto interesse, non solo per i tecnici e gli specialisti.

Stampa Sera 1955

Ingresso al castello dell'Abbazia

Ingresso al castello dell'Abbazia

Che cosa rappresenta il castello nella storia di Sangano?
Anzitutto, coi resti ancora visibili della chiesa benedettina, il complesso più antico e ricco di storia. Stabilita verso il 1006 l’origine dell’abbazia torinese di San Solutore che, ricordiamolo ancora, si trovava dov’è ora il mastio della Cittadella di Torino, Gezone la dotò di possedimenti tra cui la corte di Sangano, che fu il primo nucleo di possedimenti abbaziali. A Sangano, come negli altri centri di questi, l’abbazia aveva una casa adiacente alla chiesa dove si portavano gli affitti in denaro o in natura. A Sangano, come negli altri centri, non amministrava l’abate di San Solutore, bensì un gastaldo, che poteva addirittura fare accensamenti a nome del monastero. Il castello abbaziale non era quindi un luogo in cui si faceva vita di corte: ritrovo di castellani, di feste e tornei. Era residenza abituale del gastaldo e dei suoi aiutanti, deposito dei raccolti e delle decime e dei tributi. Allo stesso modo Sangano non era un feudo come tanti altri, nel quale il signorotto e la corte erano guardati con invidia e timore e facevano vita allegra in un mondo inaccessibile e comunque molto più vivibile di quello dei sudditi. Qui troviamo solo terrazzani, affittatoli, mezzadri, massari, che, in tempo relativamente breve, diventano liberi agricoltori con casa, orticello e piccolo podere. Dapprima, controllati da un monaco gastaldo e da fermieri che verificavano, riscuotevano i fitti e i canoni dovuti al “signor abate”, curavano la correttezza dei rapporti feudali tra il signore del feudo e la comunità organizzata, poi liberi agricoltori in una ordinata piccola società rurale. Il castello dunque, più che dimora signorile, era abitazione del gastaldo, deposito bene attrezzato di un luogo agricolo in cui si lavora sulle terre padronali; pronto a diventare rifugio in caso di minacce dall’esterno del feudo. Diventava dimora signorile quando l’abate veniva per la firma di atti importanti, o per ricevere l’omaggio feudale e il rinnovo del giuramento di fedeltà da parte degli uomini delle località che facevano capo alla corte di Sangano (Palassoglio, Reano). I sanganesi per l’omaggio si radunavano nella chiesa o in mezzo alle due porte del castello, o sulla piazza antistante la chiesa abbaziale. Nella descrizione dei beni dell’abazia di San Solutore acquistati dall’avvocato Alessandro Francesco Riccardi, fatta in data 20 dicembre 1800, così si dice del castello
“La fabbrica del castello contiene li seguenti membri:
Un torrione in cui vi è una stanza al piano terreno, servente di tribunale, un camerino laterale, e posto a mezzanotte d’essa stanza, una stanza focolare successiva ad uso cucina situata sull’angolo di ponente, a mezzanotte di detto castello; un salone in seguito tendendo verso levante, avanti il di cui uscio aperto verso mezzogiorno vi esiste un piccolo ramo di scala esterno, per mezzo di cui da detto salone si scende nel cortile di detto castello; due torrioni, uno d’essi meno elevato dell’altro, che supera l’altezza della fabbrica del castello, nel quale al piano superiore del terreno vi è la prigione; una stanza successiva a lavante di detto salone, con altro torrione a mezzanotte d’essa, e due altre camere laterali a quest’ultima, una d’esse posta sull’angolo tra levante e mezzanotte di detto castello, e l’altra posta a mezzogiorno della medesima, alla quale sussegue una stanza detta il granaio, e finalmente una scala fiancheggiata dalla stanza, camerino e cucina in primo luogo menzionati, per mezzo della quale si ha l’accesso a’ membri superiori a parte de’ sovra descritti. Inferiormente ai membri avanti specificati, a riserva della prima camera serviente di tribunale e del camerino ad essa laterale, vi esiguono varie crotte, e la cucina vecchia, e una scuderia posta sotto la predetta stanza ad uso di granaio. A levante del cortile di detto castello vi è un torrione in parte diroccato e scoperto, risultante dalle muraglie costituenti detto castello, e chiudenti il cortile del medesimo. A mezzogiorno di detto cortile vi è un altro torrione denominato il campanile vecchio, parimenti risultante oltre la muraglia ivi chiudente il cortile di detto castello da tal parte. Dal suddetto cortile esistente avanti il sovra descritto castello per mezzo d’una strada esistente nei siti della stessa Abazia, sotto la quale vi esiste un ponte attraversante un fosso denominato la peschiera circondante a quattro lati li siti laterali al suddetto castello, si ha l’accesso alla fabbrica rustica, che da dette carte riscontrai consistere quatto camere, due al piano di terra; le altre due superiori, una crotta, una stalla in volta, sei casi da terra, oltre li fenili, ed altri membri costituenti detta fabbrica rustica, dal di cui cortile situato avanti esso si ha la comunicazione, ed accesso al suddetto castello, ed alla contrada pubblica esistente nel luogo di Sangano, attraversando però un ponte sotto la cui vi esiste la bealera discorrente in detto luogo di Sangano, lateralmente alla predetta contrada…" L’Avvocato Riccardi lo acquistò l’anno nono della Repubblica francese, il 29 frimaio (20 dicembre 1800), presentandosi davanti alla Commissione per la vendita dei beni nazionali, dove erano messi all’incanto tutti i beni dell’abbazia ancora invenduti, suddivisi in quattro lotti.

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa - Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996.

Il castello dell'Abbazia visto dall'interno

Parte del soffitto della cucina detta dell'Abbate

La torre del castello vista dall'esterno

La torre del castello vista dall'inteno

La torre del castello vista dall'inteno

Il castello dall'esterno

 

Sangano nei primi documenti

Una pergamena custodita nell’Archivio Arcivescovile di Torino, senza dati cronologici, ma databile con sufficiente approssimazione al 1006 è, a quanto ci consta, il primo documento che parla di Sangano. E’ l’originale della Donazione di Gezone vescovo di Torino. Un’altra, riportante la dichiarazione con cui il successore Landofo elenca le donazioni sue e conferma quelle fatte dal predecessore al monastero di San Solutore poco dopo la sua fondazione, è il secondo in ordine cronologico.
Landolfo era divenuto vescovo nel 1011 e la pergamena di donazione fu redatta all’inizio del suo episcopato; Gezone lo era stato dal 998 al 1011. La donazione da lui fatta risalirebbe al 1006; la fondazione di San Solutore dovrebbe essere anteriore all’anno 1000 nel quale morì San Giovanni eremita, iniziatore del monastero della Chiusa, il quale, come scritto in una sua biografia “riedificò San Salvatore, ossia il monastero di San Solutore e compagni”.
Sangano in entrambi è descritta come,curtis che, con l’atto di donazione, ha cambiato proprietario, passando dal vescovo di Torino al monastero di San Solutore, come in precedenza era passata dai possessori del marchesato di Torino a quelli del vescovo.
Il termine curtis, dal latino cohors, indicava una proprietà terriera: la corte del signore, con l’abitazione sua e dei domestici, i depositi, le stalle, gli opifici per la costruzione e riparazione degli attrezzi, il molino, gestite dal signore attraverso il lavoro di coltivatori obbligati a corvées; un gastaldo con un piccolo numero di servi dirigeva questa “pars salica o dominica”.
All’esterno si estendeva ancora la grande proprietà delle terre tributarie o “pars massaricia” divisa in poderi (mansi o sortes) per le famiglie dei coloni lavoranti in proprio e soggetti a censi in natura e a servizi gratuiti (corvées) in determinate circostanze. Infine, c’erano lotti di terre comuni lasciate a bosco e a pascolo, da usarsi pagando i diritti di caccia, legnatico, erbatico, pascolo, ecc. La curtis o corte era una unità economica, perché provvedeva e bastava ai bisogni dei suoi abitanti, e amministrativa, perché era sotto la direzione del signore, godeva di immunità tributaria e di giurisdizione e non doveva tributi ad altri se non al signore il quale esercitava direttamente il dominio e la giustizia sui redditi. La pieve battesimale di Santa Maria, la più antica del distretto rurale estendendosi alla destra del Sangone, fu il centro attorno al quale, nei documenti sopra citati, troviamo organizzata la corte. La sua esistenza è attestata per la prima volta nella donazione di Gezone.
Non bastava l’esistenza di un villaggio rurale perché ci fosse la curtis. Questa c’era quando un signore esercitava la sua signoria sulle terre e sugli abitanti che le lavoravano e questi, insieme alle terre, avevano rapporti di dipendenza da lui.
Tutte le relazioni di dipendenza feudale trovarono sempre la loro cornice naturale nella signoria terriera; la signoria fu anzitutto una “terra abitata, e abitata da sudditi”.

Il vicus di Sangano, la sua pieve, il primo signore feudale

Il vicus (villaggio) Sanganum esisteva già in età romana; lo dimostrano i reperti venuti in luce durante gli scavi diretti da Carlo Brayda, una testata di stele con iscrizione, latte rizzi, un tegolone del periodo degli Antonini. Il suffisso – anum sta a indicare il praedium (podere) che riceveva il nome del padrone.
Molti nomi di luogo attuali con questo suffisso italianizzato – ano risalgono all’età romana: il maggior numero perpetua quelli di fondi di proprietari romani o romanizzati.
Toponimi di questo tipo sono frequenti in Trentino, Val d’Aosta e Piemonte; in queste due ultime regioni sono distribuiti lungo le stratae (strade) romane, tanto quelle maggiori, come le secondarie.
“Sanganum allora – secondo Oliveri - sta a indicare il praedium di un proprietario romano, il praedium di Sanga o Sango”.
Il serra altro studioso, fa notare che già che già in una carta del 1040 Sangano e Sangone sono nominati insieme: “in loco et fundo Sangano prope fluvio Sangone”; e fa notare la congruenza fra il nome del fiume e quello del vicus.
Esistono del resto anche toponimi preromani in – anum e generalmente sono idronimi, vale a dire derivati da nomi di fiumi: Sangano dunque da Sangone.
E’ però assai più attendibile la denominazione del villaggio derivata dal nome romano e romanizzato del praedium in considerazione dell’esistenza del villaggio in epoca romana e della sua localizzazione nei pressi di una “strada romana” tuttora esistente, che passa nelle vicinanze di Rivalta e prosegue sulla destra del Sangone fino a Reano.
Vicus Urbicianus (Orbassano) il villaggio o praedium di Urbicius, Regianum, (Reano) di Regius, erano situati sulla stessa “strata” e, più lontani, Gaveanum (Giaveno) e Avillana (Avigliana) i villaggi o praedia di Gavio o dei Gavi e di Avilius, come quello degli Arii (Airasca).
L’ipotesi è interessante, tanto più che troviamo il rapporto praedium - proprietario romano anche in altri nomi di luoghi vicini: Cumiana da Cominiana che potrebbe ricordare Cominius, membro della famiglia romana Cominia.
Questo rapporto pare ancora più convincente se si considera che è riscontrabile anche in nomi di origine romano-ligure, nei quali, tolta la desinenza ligure in-asco, resta un nome di persona.
Nell’Italia settentrionale se ne possono contare circa 250, di cui la metà in Piemonte. Uno è quello di Piossasco, da Plautius, Plaucus, Plotius, patronus o funzionario imperiale; di qui Plauciasca, Plociasca, Ploziaschus, Plozaschum; e in questo caso si tratta di un pagus situato “su una strata romana” che, passando alle falde del vicino monte San Giorgio, collegava Piossasco con Cavour, Staffarda, Saluzzo in direzione di Auriate – Borgo San Dalmazzo – Caraglio.
Nei secoli IV e V , diffusosi il cristianesimo nelle campagne, si dovette dotare una pieve ogni villaggio del territorio rurale, e delegare ad essa alcune funzioni fino ad allora proprie della Chiesa vescovile, come la celebrazione dei battesimi e delle sepolture e l’assistenza agli infermi.
Pare che San Massimo di Collegno sia stata appunto la pieve più antica, risalente al secolo V. per il servizio religioso del pagus tra Dora e Sangone con villaggi, tra i quali Beinasco, collegati con la stessa strada romana alla destra del Sangone, sopra ricordata, e quella delle Gallie presso ad Quintum (Collegno) e ad Decimum (Truc Perosa).
La Pieve di Santa Maria dell’Assunzione di Sangano fu eretta nel vicus dove coltivatori e dipendenti lavoravano le terre appartenenti al funzionario o al patronus romanus Sango che ne aveva assunto il patrocinio.
I resti della chiesa romanica venuti alla luce durante gli scavi del 1954-55, eseguiti nell’area del castello e identificati nell’abside e nella navata centrale, consentono di datarne la costruzione intorno all’anno 1000; se non della chiesa abbaziale primitiva, lo sono certamente di quella benedettina successiva.
La posizione sua e i rapporti che le chiese del territorio circostante ebbero con essa, indicano che quella fu la chiesa-madre dei villaggi del pagus alla sinistra e alla destra del Sangone;infatti le chiese o tituli di Reano, Trana, Giaveno, Piossasco fecero capo ad essa, come è attestato nei due documenti citati all’inizio.
Le prime signorie feudali si costituirono nel secolo IX conseguentemente alla formazione del ducato longobardo e, in seguito, di quello franco con la divisione del Piemonte in otto contee, tra le quali quella di Torino, retta da funzionari remunerati con feudi.
Tuttavia il sistema feudale si consolidò solo dopo la cacciata dei Saraceni e la creazione della marca d’Italia affidata dall’imperatore Ottone III di Sassonia a Olderico Manfredi.
Erano gli anni dell’episcopato di Amizone, immediato predecessore del vescovo Gezone (998-1000). con Ottone III cominciò ad affermarsi la signoria del vescovo di Torino.
Le scorrerie saracene avevano indotto i contadini a lasciare la campagna; ovunque c’erano boschi di cerri e località incolte. I nomi propri di luogo Gerbole, Ronchi, Arronchi, e comuni gerbido roncaglia, arroncata rivelano la loro originaria condizione di luoghi abbandonati o rimessi a coltura dopo l’irruzione dei Saraceni, dalla base linguistica mediterranea “gerba”= terreno incolto dal latino “ronchis”= roveto e quindi luogo abbandonato oppure, all’opposto, da “har” e dal longobardo “ronchi”= luogo abitato.
I documenti che abbiamo citato nel primo capitolo ci fanno risalire a quando il Vescovo di Torino, per designazione dell’imperatore, divenne signore feudale. Ma prima ancora non esisteva che un unico grande feudatario di queste terre: il marchese di Torino Olderico Manfredi che, dopo aver cacciato i Saraceni, si trovò padrone di quello che era stato il ducato longobardo. Si sa che esso era ripartito in arimannie ed e pertanto molto probabile che Sangano fosse sotto la signoria di un arimanno o barone longobardo., perché le terre di confine furono affidate perlopiù a valorosi capitani come avvenne al vicino villaggio di Cumiana. Il vescovo di Torino aveva acquistato molti poteri sotto i longobardi per la generosità dei duchi di Torino e in particolare di Agilulfo, poi divenuto re; questi poteri si accrebbero sotto i successori, dai quali i vescovi ebbero grandi feudi, signorie, privilegi, confermati poi dagli imperatori germanici.

Sangano sotto la Signoria di Bonifacio il Rosso

Le carte di San Solutore, contrassegnate coi nn. CXXVII-CXXVIII, nella raccolta del Cognasso assumono grande importanza nella nostra storia, perché documentano un trentennio (1254-84) di signoria della famiglia dei Piossasco su Sangano e la sua corte, e di vassallaggio dell'abate nei confronti di questi signori. L'abate Ambrogio tratta con Bonifacio Rosso di Piossasco la vendita

de tota villa de Sangano cum eius poderio et districtu, videlicet cum tetris, pratis, buxis, zerbis, cultis et incultis. Acquaticis et pascaticis, piscationibus et venationibus, Aquarumque decursibus, et cum omni contili et iurisdictione, et fortunis et fidanciis. Atque capellis, et de omnibus hominibus habitantibus in sangano, et qui de cetero ibi uenerint ad habitandum, et de redditibus omnibus fructibus et godijs. Atque proventibus universis quos prestant et prestare consuerunt et dare debent dicti homines de sangano et ipsa villa monasterii S. Solutoris Aliqua de causa et generaliter de omni iure et ratione quod vel quam ipse Abbas et praedictum monasterium habet vel habere consueuit realiter et personaliter in villa et hominibus dicti loci et pertinenciis, sicuti est terminata et inmitata [sic] sai vis et exceptatis et reservatis et retentis dicto Abbate et conventu. Molendina et omnia alia omnia que ecclesia de sangano seu prepositura ibi habet et habere et tenere videtur vel consuevit habere....
Abbiamo riportato il passo centrale di questo documento, con le stranezze della punteggiatura e con le maiuscole e minuscole usate indifferentemente. Traduciamo liberamente, cercando di rendere la ricchezza e le sottigliezze del testo: la vendita

di tutta la villa di Sangano con ciò che vi è compreso e con la giurisdizione su di essa, cioè con le terre, i prati, i boschi, i gerbidi, i terreni coltivati e incolti, paludosi e a pascolo, con i proventi della pesca e della caccia, i corsi d'acqua, con tutti i diritti e la giurisdizione, le rendite e i diritti sui beni; le cappelle, gli abitanti in Sangano e quelli che vi si stabiliranno e i loro redditi, prodotti e beni in godimento. E tutti i proventi che danno e danno per consuetudine e devono dare gli abitanti di Sangano e la stessa villa del monastero di San Solutore per qualche motivo e in generale per qualunque diritto e ragione che l'abate e il detto monastero ha o ha per consuetudine realmente e personalmente sulla villa e gli abitanti del luogo e delle sue pertinenze, come è delimitata e circoscritta, escludendo i beni di esclusiva proprietà dell'Abate e del convento, i molini e tutti gli altri beni della prepositura.
L'abate e i monaci asseriscono di essere giunti a questo provvedimento "... ad soluenda plurima debita usuraria quae aliunde comode solui non poterant", per pagare cioè i molti debiti contratti verso usurai, che non poterono pagare agevolmente in altro modo.
Tutto quanto ha acquistato, Bonifacio Rosso restituisce in feudo all'abate con obbligo di questi alla fedeltà, all'aiuto e al fitto annuo di lire venticinque vianensium da pagare a lui e ai suoi eredi a San Martino: "... reddendum ipsi domino Rubeo et heredibus suis in festo Sancti Martini libras viginti et quinque vianensium (della zecca di Avigliana)", in cambio di protezione.
Durante la signoria di Bonifacio Rosso deve essere avvenuta la trasformazione della torre di Sangano da campanile a torre di difesa, mediante la chiusura delle bifore e la loro riduzione a feritoie dopo l'abbattimento della cuspide.
Non c'è dubbio che detta torre fosse in origine campanile romanico.
È infatti appoggiata alla struttura ancora esistente della chiesa, che alla base del lato nord della torre terminava in due absidi, si protendeva verso ovest per tutta la lunghezza del muro attualmente delimitante da quella parte il cortile del castello, e raggiungeva in altezza gli archetti del secondo dei sei ordini in cui è divisa la torre.
L'apparato difensivo fu poi completato con l'aggiunta delle merlature nei secoli XIV-XV.
Questa ipotesi fu già avanzata dall'ingegner Carlo Brayda. Si ricorre a ipotesi in assenza di prove irrefutabili.
Ricorriamo quindi all'immaginazione per individuare, nella gran congerie dei fatti, una situazione che possa aver giustificato il cambiamento di destinazione della torre, con il consenso della gente del luogo, del pievano e dell'abate.
I beni della chiesa prepositurale non erano infatti compresi tra quelli acquistati da Bonifacio Rosso, come chiaramente risulta dal documento citato e come abbiamo detto poco sopra.
Non è perciò fuori luogo un esame degli eventi che, nel corso del secolo XIII, coinvolsero corti, castelli, signorie e comuni emergenti del contado torinese.

Dal libro:
Storia di Sangano e della sua gente
Giuseppe Massa - Maria Teresa Pasquero Andruetto
Lazzaretti Editore, 1996

 

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Carlo Brayda

Carlo Brayda (Torino 1903-1978) autore di studi e ricerche su vari aspetti dell'antico Piemonte con particolare riguardo alla storia dell'architettura e alla conservazione degli edifici e delle testimonianze artistiche, ha pubblicato: Antichi quartieri del centro di Torino, (1937); I portici di Torino, (1938); Urbanistica e architettura minore del medioevo in Piemonte, (1938); Le ville nuove e le terre franche in Piemonte, (1938); Vie e piazze medioevali piemontesi, (1938); Costumi e addobbi tradizionali nelle processioni piemontesi, (1939); Vitozzo Vitozzi ingegnere militare ed alcuni disegni di Torino antica, (1939); Carlo Andrea Rana ingegnere militare e regio architetto, (1939). Assistente al Politecnico di Torino (Facoltà di Architettura) incaricato del corso Restauro dei monumenti è autore di: Stili di architettura e dizionario dei termini usuali, (Torino, 1947); Norme per il restauro dei monumenti, (Torino 1954). Sua è la relazione al Convegno dell'Accademia delle Scenze: Documentazioni ed attribuzioni di edifici vittoriani, (1972).

Dal libro:
PIEMONTESI DELL'OTTOCENTO
"Dai biglietti d'augurio alle chiavi dei feretri"
Carlo Brayda
Tipolito Melli - Borgone di Susa, 1978

 

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