Piossasco

Festa al Castello dei Nove Merli
Cartoline e fotografie
Ramo Piossasco De' Rossi - La Contessa Gabriella
I ruderi dei vecchi castelli
Via Crucis predicata ai Castelli
Cappella di San Pietro
"Antiche come le montagne" per i 60 anni del Castello - di Ezio Marchisio

Festa al Castello dei Nove Merli

La cerimonia d’apertura e d’inaugurazione
sabato 19 settembre 1959

 

Ristorante dei Nove Merli. L’antico Castello feudale di Piossasco si è trasformato in un signorile “Ristorante” all’insegna dei “Nove Merli”. Lo stemma dei fu Conti di Piossasco è appunto formato da nove merli. Dopo lunghi mesi di pulizia, d’adattamento e aggiornamento il Castello, che da parecchi anni era chiuso e quasi abbandonato, è stato aperto al pubblico, quale Ristorante. La cerimonia d’apertura e d’inaugurazione ebbe luogo sabato 19 settembre scorso. Intervennero distinti Signori e gentili Signore e una folla straordinaria di persone. Alla loro presenza, nel grandioso salone centrale, il Vicario di S. Vito compiva il rito religioso della benedizione dei locali. Il Sindaco di Piossasco, sig. Giuseppe Andruetto, leggeva un discorso di circostanza. Quindi i presenti avevano libero accesso agli ambienti del Castello, e così potevano vedere e ammirare gli indovinati lavori di adattamento, mentre gentili camerieri servivano liquori, vini e dolci di ogni qualità e forma. La torre, che era tozza e bassa, è stata sopraelevata e terminata elegantemente incoronata da merli. Il portico dalle alte finestre gotiche, è stato chiuso da cristalli, che permettono la visione dell’incantevole panorama, che di là si gode verso la pianura padana; ed è stato decorato a nuovo, come nuovo e originale ne è il pavimento. Dietro i cristalli stanno due file di tavolini per chi vuol sostare a bere e a mangiare. Dal portico si entra nel grande salone dalla volta a soffitto e con decorazioni che gli conservano il carattere antico. Anche le pareti della stanza del bar sono illustrate con scene di taverne medioevali e con uno splendido e grande stemma dei Conti di Piossasco, fa piacere constatare che il Castello, pur assumendo un nuovo carattere moderno, accogliente con le sue comodità, ha tuttavia conservato in ogni sua parte l’impronta antica e medioevale: il moderno e l’antico sono stati sapientemente ben armonizzati. L’ideatore e l’artefice di tutte queste belle cose è il sig. Luciano Savia, al quale tutti i visitatori hanno espresso meritati complimenti, con l’augurio che le sue fatiche siano coronate di successo.

Parrocchia di San Vito
La Buona Parola
novembre 1959

Il vicario don Giuseppe Fornelli inizia la cerimonia dell’inaugurazione. Al centro in secondo piano l’allora sindaco Giuseppe Andruetto e il suo successore (ed ex podestà) Luigi Boursier

Alle spalle del vicario l’ex sindaco Andruetto e, in completo scuro, l’assessore Ruffinatto

 

Benedizione finale.

Alcuni dei presenti. Riconoscibili Miranda Cruto, il padre Walter, il futuro sindaco Boursier e il cav. Marcello Giordana

Altri invitati: al centro il dott. Francesco Alfano, ufficiale sanitario; il segretario comunale Giovan Battista Arbia, e, ultimo a destra, il geometra Mirra

Il rinfresco

Invitati giunti a bordo di una fiammante Fiat 1400

Ristorante Nove Merli

Cenone notte di San Silvestro 1962

 

Particolare del Castello abitato (Viaggiata 1907)
La contessa Gabriella Piossasco di None con la famiglia dell'Amministratore

Particolare del Castello abitato (Viaggiata 1907)
La contessa Gabriella Piossasco di None con la famiglia dell'Amministratore

Castelli (viaggiata 1918)

Castello abitato (viaggiata 1922)

Particolare del portico dalle alte finestre gotiche, con i vasi appesi prima della chiusura con cristalli, anno 1922

Castelli e collina (viaggiata 1924)

Piossasco- Istituto Salesiano col Castello Conte di None (viaggiata nel 1947)

Particolare della torre col tetto a capanna prima del restauro (viaggiata 1947)

La torre incoronata da merli (viaggiata 1965)

Particolare della torre

Castello Feudale Nove Merli

 

 

Viaggiata 1970

 

Castello e panorama

Savoia Cavalleria (viaggiata 1905)

Particolare - Luogotenente Maresciallo Gian Michele De Rossi, Conte di Piossasco Asinari di None Consignore di Virle di Beinasco la Volvera e Parpaille, Primo Comandante del Reggimento (1692)

 

Ramo Piossasco De' Rossi
Linea di None
Importanza di questa Linea

Deriva dal Ramo De' Rossi (De' Rubeis). È quella che ebbe più lunga durata, perchè va dal 1100 circa al 1933, cioè da Rosso, il capostipite dei De' Rossi all'ultima rappresentante di questa Linea che fu anche l'ultima discendente dei Piossasco, quale fu la damigella Gabriella Giuseppa Delfina Piossasco, Contessa di None. L'abbiamo ancora vista e conosciuta a Piossasco, dove aveva residenza nell'avito Castello, e dove morì il 16-12-1933.
Sepolta dapprima nella Cappella del Castello, venne poi traslocata nella Chiesa parrocchiale di S. Vito, nella tomba dei suoi antenati, nel sottosuolo della Cappella dell'Immacolata.
Era figlia del Conte Giuseppe Luigi Carlo, detto il Conte di None, il quale era nato a Torino nel 1812. Il 20 settembre 1858 aveva sposato Delfina, figlia del Conte Giuseppe Mocchie di Coggiola (deceduta a Piossasco il 14 febbraio 1906). Dal loro matrimonio era nata a Torino il 26 dicembre 1862. Rimase nubile. Con lei si estinse il Ramo De' Rossi e la Linea di None.
Molti personaggi di questa Linea hanno acquistato onori e onorificenze per le importanti cariche occupate, sia civili che militari e religiose. Li ricordiamo, seguendo la Linea Genealogica sulla guida dello storico A. Manno «Patriziato Subalpino».

1 - Dal capostipite ROSSO (o Rubeo) nascono tre figli:
GUALFREDO (o Valfredo), che succede al padre.
BERTOLINO, che darà origine alla Linea di Ajrasca.
VIETTO (o Vuetto). Il figlio di costui di nome Bonifacio sarà anche chiamato il Rosso (1275).

2 - Da GUALFREDO nascono pure tre figli:
VIETTO, che continua la Linea.
PIETRO,
OBERTO, che darà origine alla Sottolinea di Bruino.
3 - VIETTO riceve diverse Investiture (1218- 1295- 1328). Anch'egli ebbe tre figli:
GIACOMO,
GERVASIO,
ODONETTO (1378).

4 - Dal primogenito GIACOMO, nascono tre figli:
ANTONIO,
PIETRO,
ANDREA.
Questo Andrea Piossasco De' Rossi moriva nel 1331.

5 - Dal primogenito ANTONIO (1370) amico dei Principi d'Acaja, nacquero quattro figli:
BALDASSARRE,
BONIFACIO, che darà origine alla Linea di Rivalba.
GERVASIO, Priore di S. Innocenzo.
GIACOMO, padre di due figli, Pietro e Antonio (t 1445).

6 - BALDASSARRE sposò Antonia Rubino, dalla quale ebbe tre figli:
CLAUDIO ANDREA,
PIETRO,
ANTONIO RAIMONDO detto «Becchetto». Fu padre di Giovanna, che sposò Lelio della Rovere; e di Gianfrancesco, che sposò Agnesina Solaro, e di Pietro, divenuto Canonico.

7 - CLAUDIO ANDREA fu padre di cinque figli:
ETTORE,
PIETRO,
ERCOLE, che fu Cavaliere Gerosolimitano (1503), Gran Priore e Commendatore di Candiolo.
VIETTO,
FLORIMONDO, che ricevette l'investitura del Feudo 1' 11-2-1503. Suo figlio Giangiacomo fu Cavaliere Gerosolimitano; e l'altro figlio Antonio fu Governatore di Pinerolo (1575).

8 - ETTORE (1503) padre di
CLAUDIO,
FILIBERTO, fu Cavaliere Gerosolimitano.

9 - CLAUDIO, riceve l'investitura del Feudo dal Re Enrico di Francia nel 1549.
Gli succede il figlio

10 - ETTORE, che sposa Giovanna del celebre Simone Cravetta.
Gli succede il figlio

11 - AIMONE, che fu Cavaliere dei Ss. Maurizio e Lazzaro. In seconde nozze sposa Maria Margherita di Giovanni Asinari (erede di Virle). E così Virle entra a far parte del Feudo dei Piossasco None. Muore in None il 21 aprile 1626 e viene sepolto nella chiesa parrocchiale, ove gli venne eretto un piccolo mausoleo (ora scomparso) presso l'altar maggiore in "cornu Evangeli", con sopra scritte queste semplici parole: «Ajmo Piossasco».
GIAMBATTISTA, suo primo figlio, fu Governatore di Cuneo (1675).
ADRIANA, sua figlia, sposa Francesco Canalis di Cumiana.
Gli succede il figlio secondogenito

12 - GIANFRANCESCO. Fu cornetta degli archibugieri a cavallo del Principe Maurizio (1653), Luogotenente del Corpo della Principessa Lodovica. Sposò a Torino (1652) Anna Teoldea, figlia del sig. Gio. Francesco Bellezia, primo presidente (sindaco) di Torino in tempi disastrosi (1630) quando imperversava la peste. Fu padre di sette figli, tutti nati a Torino, dei quali gli succede il quarto-genito

13 - GIAN MICHELE (1654-1732). Capitano della 2° Compagnia delle Guardie del Corpo; Tenente di Maresciallo e Generale di Cavalleria e Dragoni; Gran Scudiere. E' stato forse il personaggio più rinomato di tutta la linea Genealogica di None, perchè per le sue doti e per i servizi resi fu da Casa Savoia onorato e insignito del Collare dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata, che è la massima onorificenza istituita dai Savoia. Era dominato da una ambizione o boria o manìa: quella di fabbricare. Fabbricò il Castello di None; finì la costruzione di quello di Virle. A Piossasco iniziò la costruzione di un nuovo Castello, che non potè finire. In questo modo rovinò e consumò il suo patrimonio. A Torino, nella parrocchia del Duomo, il 15-10-1675, sposava Bona Lucrezia figlia del Conte Carlo Girolamo Solaro di Moretta, dalla quale ebbe ben 15 figli, 9 maschi e 6 femmine. Di essi: GIUSEPPE LODOVICO fu sacerdote e abate. GIUSEPPE GIAMBATTISTA (1681-1776) Consigliere intimo, Feldmaresciallo, Elettore di Baviera, Gran Cordone dei Ss. Maurizio e Lazzaro. Due suoi figli Massimiliano e Carlo, ebbero l'onore e la carica di Ciambellano Bavarese.
GIUSEPPE MAURIZIO. Era detto il «Cavaliere della Volvera». A Gian Michele succede il figlio primogenito

14 - VITTORIO AMEDEO IGNAZIO (1674-1751). Fu Colonnello di Piemonte Reale; Generale di battaglia; Governatore di Alba. La sua terza moglie fu Lodovica Marianna figlia del Conte Giuseppe Cacherano di Osasco. Fu padre di otto figli, fra i quali meritano di essere ricordati:
GIAMBATTISTA URBANO (1740-1824). Fu Governatore di Chieri (1795); Gran Croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro; Conte di Rivalba. In seconde nozze sposa Gabriella Piossasco Federici di Bejnasco.
GIUSEPPE MARIA BENEDETTO (1741-1822). Era detto il Cavaliere di None. Era dei Secondi Scudieri e Gentiluomini Onorari di Camera; Maggiore delle Guardie del Corpo; Capitano della 2a Compagnia delle Guardie del Corpo (1795); Effettivo Generale di Cavalleria; Gran Ciambellano; e finalmente nominato Collare del Supremo Ordine della SS. Annunziata.

15 - CARLO GIUSEPPE MICHELE, figlio dell'antecedente, cioè di Vittorio Amedeo Ignazio (1733-1772). Sposò Elena Dionisa Falletti dei Duchi di Cannalunga. Ebbe undici figli. La primogenita Anna Maddalena si fece Monaca. La terzogenita Barbara Metilde andò sposa al Conte Mocchie di Coggiola Luigi. Gli succede il quartogenito

16 - GIUSEPPE MAURO URBANO GAETANO. Nacque a Torino nel 1757 e morì a Virle nel castello degli Asinari nel 1829. Fu colonnello d'Armata. Ebbe in sposa Angelica Gabriella Birago di Borgaro. La sua figlia Giuseppa, detta Marchesa della Bosia, fu Canonichessa Onoraria di S. Anna di Baviera.
Gli successe il primogenito

17 - GIUSEPPE LUIGI BENEDETTO LEONE (1777-1854). Era detto «Conte della Volvera». Maggiordomo della Regina Maria Teresa. Fondò il Titolano di S. Vincenzo de' Paoli in Virle (istituto presso la chiesa parrocchiale). Sposò in seconde nozze a Torino, Laura Carola Birago di Vische. Non ebbe prole. La Linea Genealogica così interrotta, venne sostituita e continuata dal suo zio, come segue:

18 - LUIGI GIAMBATTISTA GIUSEPPE (ottavo figlio del sopraddetto Carlo Giuseppe Michele - Piossasco Asinari). Nato a Torino 1764. Fu paggio del Re; Tenente nei Caval-leggeri del Re; Gentiluomo di Bocca; dei Secondi Scudieri; Tenente Colonnello. Sposò a Torino nel 1810 Luisa del Conte Luigi Mocchie di Coggiola.
Gli successe il primogenito

19 - GIUSEPPE LUIGI CARLO (1812-1885). Era detto il Conte di None. Fu avvocato fiscale del Consolato. A Torino il 20-9-1858 sposava Delfina del Conte Giuseppe Mocchie di Coggiola. Ebbe tre figli, dei quali
BONIFACIO LUIGI GIUSEPPE, che morì giovane a Piossasco l’11 agosto 1887, sepolto nella Cappella del Castello.
GABRIELLA GIUSEPPA DELFINA, che come abbiamo detto più sopra, morì nubile. E con essa si estinse la Linea Genealogica di None e il Ramo De' Rossi.

Dal libro: Storia civile e religiosa di Piossasco
Giuseppe Fornelli
Alzani, 1965

Interno Chiesa Parrocchiale di San Vito, entrando a sinistra l'Altare Immacolata Concezione
Cappella Gentilizia dei Conti Piossasco

Altare Immacolata Concezione
Cappella Gentilizia dei Conti Piossasco

 

La Buona Parola

Marzo 1932
Altro lavoro è il restauro di due cappelle: cioè la cappella del Santo Rosario e quella dell’Immacolata Concezione.
Il ricco ed artistico altare, che nella cappella del Rosario era sproporzionato secondo le esigenze estetiche, è stato trasportato nella cappella degli Illustrissimi Conti di Piossasco, che ne sono i patroni e che è dedicato all’Immacolata Concezione di Maria, dove si adatta meravigliosamente bene. Nella cappella del Santo Rosario si costruisce un nuovo altare di marmo, che si adatti alla linea rotonda della cappella. Così verrà rispettata la sacra Liturgia che non permette che nello stesso altare la Madonna sia venerata sotto doppio e diverso titolo, e una statua sia anteposta all’altra.
Azione Cattolica Gruppo Donne. Si è costituito, dopo le necessarie conferenze ed adunanze in preparazione, il Gruppo Donne di Azione Cattolica. A tale scopo è intervenuta la sig.na Gherra, propagandista del Centro Diocesano. Secondo gli attuali statuti di A.C., dovrebbero comprendere a questo gruppo tutte le donne sposate e le signorine che superano i 30 anni di età. Il gruppo così istituito vanta 45 iscritte, tra le quali si onora di annoverare Damigella Gabriella Contessa Piossasco di None e Donna Alessandra Contessa Palma di Borgofranco.

Maggio 1932
Finiti i lavori di restauro alla Cappella dell’Immacolata Concezione, che per benigna concessione e cooperazione della Contessa Gabriella Piossasco di None, è ora la più bella Cappella della Chiesa. Sopra l’altare, ricco e grandioso, troneggia la statua dell’Immacolata, che ha per sfondo l’artistica icona ovale: il tutto è così armonicamente unito, da riuscire imponente e bello.

Luglio 1932
Domenica 29 maggio la solennità del Corpus Domini avvenne nella nostra Parrocchia. Il Rev.mo Prevosto di S. Francesco, con le Compagnie e le Associazioni parrocchiali, salì a partecipare alla nostra processione che fu un magnifico trionfo di Gesù Sacramentato. Particolare curioso fu questo che la processione si snodò fino al castello, ove la nobile Contessa Piossasco di None, volle avere l’onore di dare ospitalità al Re Divino, che fu esposto su un altare eretto sulla spianata del Castello. Altro spettacolo meraviglioso ed indimenticabile, presentava tutta quella moltitudine di gente sparsa tra il verde e i fiori, che con devoto raccoglimento elevava canti e preghiere a Gesù Eucaristia. Bravi sono stati i cantori della nostra scuola maschile di canto che eseguì il Tantum Ergo, in modo così toccante che sembrava musica piovuta angelicamente dal cielo. Due bande musicali fecero servizio, quella di Piossasco e quella salesiana della Scuola Agricola di Cumiana. Qualcuno aveva dubitato della riuscita di questa festa, ma il fatto ha dimostrato che le nostre popolazioni, profondamente religiose non badano a sacrifici quando si tratta di dare lode a Dio.

Settembre 1932
Azione cattolica. E’ stata benedetta il 21 agosto scorso la bandiera dell’Associazione Giovanile “S. Vito”. E’ la prima bandiera d’A.C. che viene benedetta nella parrocchia, è d’auspicio e d’augurio, che a suo tempo saranno inaugurati i vessilli delle altre Associazioni. La bandiera non costituisce l’associazione, ma ne è il simbolo sacro, è il centro che raccoglie a sé i forti ed i coraggiosi, che vogliono svolgere il nobile programma che la bandiera afferma e proclama. Abbiamo avuto l’onore che sia stata benedetta da Mons. Pinardi, che nei giovani ha suscitato tanto affetto e simpatia. La madrina, che ha regalato la bandiera, è stata l’illustrissima Contessa Gabriella Piossasco di None, padrino il sig. Pipino Gabriele. La cerimonia della benedizione si fece

Gennaio 1933
Trasporto dell’altare di marmo dalla cappella del Rosario alla cappella dell’Immacolata, la quale fu restaurata con il consenso ed il concorso dell’Ill.ma Contessa Piossasco di None, che ne ha il patronato. ...Verso sera fu fatta una visita d’omaggio all’Ill.ma Contessa Piossasco di None, nostra benefattrice, ove si fecero ripetuti brindisi, anche in onore al nostro tenore solista Gabriele Pipino, che in tal giorno, era stato eletto presidente dell’Unione Uomini d’A.C.

Aprile 1933
Una croce sul Brich dei castelli. In questo Anno Santo, nella straordinaria ricorrenza del 19° centenario della nostra redenzione, noi innalzeremo un altro imperituro ricordo, che dirà al mondo e ai posteri la nostra fede religiosa. Il ricordo consiste in una grande Croce di pietra, che con il consenso della Nobilissima Contessa Piossasco di None, sarà messa sul brich dei castelli, al posto di quell’attuale che è di legno. La data, non è ancora stata fissata, ma certamente per la circostanza saranno celebrate speciali funzioni e processioni, che attireranno il concorso di molta gente e porteranno in tutti risveglio di fede cristiana.

Gennaio 1934
La morte della Contessa Piossasco di None.
Quando si sparse la notizia che la sig.ra Contessa Piossasco di None era malata, mai più si sarebbe pensato che la catastrofe doveva esser così vicina. La Contessa di aggravò repentinamente, ed il male si mostrò irriducibile alle premurose cure del medico Dott. Alfano, che aveva chiamato a consulta due primari professori di Torino. Al Vicario che a conforto si affrettava a recarle la Santa Comunione, la Contessa chiedeva di essere avvisata quando il pericolo fosse stato grave, perché Ella intendeva solamente ricevere il Viatico a testimonianza della sua fede e a buon esempio alla popolazione. Fu avvisata, ricevette gli estremi Conforti religiosi alla vigilia della morte, avvenuta sabato 16 dicembre alle ore 14. Sua Em. il Cardinale Arcivescovo, su richiesta del Vicario, inviava alla nobile Inferma una speciale benedizione. I funerali ebbero luogo nel pomeriggio della domenica, furono imponenti, nonostante la difficoltà del cattivo tempo.
Tutto Piossasco era presente a rendere l’ultimo solenne tributo d’omaggio a Colei, che era venerata come simbolo ed un ricordo vivente dell’antica storia del paese, impersonificando Ella tutta la gloriosa Casa dei Conti di Piossasco.
Intervennero le due parrocchie con il Clero e le Compagnie religiose, seguivano la bara Nobiltà e Personalità del paese, la bandiera municipale con il segretario comunale in rappresentanza del sig. Podestà, le bandiere delle nostre associazioni giovanili, era presente la banda musicale di Piossasco. Il lungo corteo discese per via dei Castelli, passò davanti alla Chiesa della Confraternita e arrivò alla chiesa parrocchiale. Dopo le esequie cantate in musica con accompagnamento d’organo, il corteo si ricompose e salì direttamente al Castello, ove la salma della Defunta Contessa, venne tumulata nella sua Cappella privata.
Dobbiamo confessare che una profonda mestizia ci stringeva il cuore, un sincero e largo rimpianto si è fatto sentire nella nostra popolazione, che era solita ammirare la fede e la devota pietà, con cui la Sig.ra Contessa ogni festa assisteva alla santa Messa e quasi sempre faceva la santa Comunione, anche ad ora tarda. Il ricordo di Lei, rimarrà certamente a lungo impresso nel nostro spirito.
Ai Sigg. Parenti della Defunta specialmente alle spettabili famiglie Martina e Pipino rinnoviamo le nostre condoglianze, e per la Defunta Contessa si canterà in questo mese un funerale solenne di trigesima.

Marzo 1934
Pro Asilo “S. Vito”. Una comunicazione fatta al Presidente dell’Asilo dal Notaio Dott. Nicola, notificava che l’illustrissima Contessa Gabriella Piossasco di None, deceduta nel dicembre scorso, ha lasciato al nostro Asilo la somma di tre mila lire. L’amministrazione, prendendo atto della generosa elargizione, fa scrivere il nome della Contessa nell’album dei benefattori, addita a tutti l’esempio caritativo ed esemplare e assicura che i bimbi dell’asilo pregheranno per l’illustre benefattrice.

Marzo 1943
La Cappella Gentilizia dei Conti di Piossasco. Nella nostra chiesa parrocchiale, precisamente a destra dell’Altare maggiore, in fondo alla navata di sinistra, vi è la Cappella dedicata all’Immacolata Concezione di Maria SS. Questa Cappella era di patronato dei sigg. Conti di Piossasco di None (detta perciò Cappella gentilizia dei Conti), i quali avevano la manutenzione con il diritto d’essere sepolti nella cripta sottostante il pavimento, come di fatti alcuni di loro già erano stati ivi tumulati.
La Famiglia Martina, erede dei Conti di Piossasco di None, in data 17 ottobre 1942 – “Annuendo ai desideri della Superiore Autorità Ecclesiastica, ha fatto formale atto di rinuncia per sé ed aventi causa, di ogni reale ed eventuale diritto attivo e passivo” - riguardante la suddetta Cappella. Intanto l’Autorità Ecclesiastica, concedeva uno speciale favore, che la famiglia Martina aveva supplicato, ed è questo: “Avendo alienato il Castello, i sigg. Martina giustamente pensarono di trasportare le salme dei loro parenti sepolti nella cappella del Castello, nel sepolcro dei loro antenati, nella Cappella gentilizia della chiesa parrocchiale. La loro domanda, appoggiata dal Cardinale Arcivescovo di Torino, fu ben accolta a Roma, e quindi si è effettuato il trasporto di cinque salme e precisamente del Conte Luigi Piossasco di None morto nel 1885; del Conte Bonifacio Piossasco di None morto nel 1887 della Contessa Delfina Piossasco di None Mocchie di Coggiola morta nel 1906, del dottor Martina Cav. Giuseppe, morto nel 1933, e della Contessa Gabriella Piossasco di None, morta nel 1933. Il mattino dopo il trasporto, venerdì 18 settembre, fu celebrato nella Cappella un solenne funerale per i suddetti nobili defunti. Questo abbiamo voluto ricordare, perché fosse registrato nella storia della nostra Parrocchia, ove tanti monumenti e imperiture memorie restano degli illustri sigg. Conti di Piossasco.

Don Giuseppe Fornelli - Archivio Parrocchiale Santi Apostoli

 

L'antico diroccato Castello ricostruito come lo pensa il prof. R. Giughese

 

I ruderi dei vecchi castelli

 

L'antico Castello diroccato

Il vecchio Castello (viaggiata 1931)

Vecchio Castello (viaggiata 1908)

Particolare dei ruderi dell'antico Castello

Il Castello alto (viaggiata 1916)

Particolare - Il Castello alto (viaggiata 1916)

Ruderi antico Castello (viaggiata 1931)

Ruderi Antico Castello (viaggiata 1908)

 

Piossasco, 9 piccoli merlot

I giovani ballerini indossano i costumi del XIII secolo

Piossasco, 9 piccoli merlot
Secondo una vecchia leggenda sono i nove figli del feudatario che fuggì sui monti per amore di una carbonaia A questa bella favola si rifà l'attività del club più attivo della cittadina

«Attraverso Piossasco, nei secoli, sono passati in tanti: dai Galli, ai Romani, ai Liguri. Gli ultimi che arrivarono furono i francesi di Napoleone. La nostra città è sempre stata dominata da qualcuno che veniva da lontano. Forse per queste ci sentiamo cosi legati alla nostra terra e alle sue tradizioni». Così dice Luciano Suppo, uno dei 250 iscritti al «Club del folclore», di Piossasco, un'associazione nata spontaneamente alcuni anni or sono. La punta di diamante del club è rappresentate dal gruppo dei «merlot», sorto nel '76 e composto di 25 tra bambini e bambine. Cantano le vecchie ballate della città per le contrade del Piemonte. Secondo la leggenda i fanciulli rappresentano il passato e l'avvenire, ma, soprattutto, sono l'esempio vivente della continuità del borgo. Intorno all'anno Mille, Merlo, figlio del feudatario del luogo, si Innamora, corrisposto, di una graziosa carbonaia. I due giovani decidono di fuggire sui monti. L'unione è felice ed allietata dalla nascita di 9 bambini. Poi, come in tutte le favole, il cattivo, cioè il vecchio feudatario, scompare e la famiglia può tornare in paese. I fanciulli sono laceri e sporchi e così il popolo, anche in onore del nome del loro padre, prende a chiamarli affettuosamente i «merlot». Da quel momento lo stemma di Piossasco si arricchisce del disegno di 9 piccoli merli. Ancora oggi è cosi. - Prima di creare il gruppo, folcloristico abbiamo svolto un lungo lavoro di ricerca - precisa Andrea Cravero, vicepresidente del club — al quale ha partecipato tutta la città. Gli anziani sono diventati nostri libri di storia vivente. Ascoltandoli siamo riusciti a ricucire l'ordito della storia dei nostri avi. Gli abiti dei ballerini portano i colori delle famiglie che diedero origine ai quattro rami genealogici della città: i Federici, i Rossi, i Fea e i Folgore, abbinati rispettivamente ai colori celeste, rosso, bianco e nero. Gli abitanti di Piossasco erano contadini e boscaioli, gente semplice che aveva legato la propria esistenza al ciclo delle stagioni. Qui non esiste un collegamento diretto tra la festa paesana e il patrono. Ma il legame sussiste con i momenti stagionali della vita dei campi come la semina e il raccolto. Tre erano le feste principali di Piossasco: «quella della macina del mulino» che veniva celebrata quando le messi erano divenute farina «della fontana», un ringraziamento per la ricchezza di acque, e la «festa dell'ala», Delle tre feste non rimane che un ricordo nelle tre danze omonime che i merlot eseguono. Una traccia del passato sopravvive negli abiti adottati dai ballerini: i vestiti ricalcano nella loro foggia gli abiti indossati dai contadini nei giorni di festa nel secolo XVIII. Per noi è essenziale che attorno a questi 25 bambini — sottolinea l'insegnante di danza Maria Grazia Audano — si concentri l'interesse di tanti nostri concittadini che per questo motivo hanno ripreso a stare insieme. Probabilmente i nostri costumi non sono perfetti dal punto di vista storico ma speriamo col tempo di migliorarli. Il passato a volte serve per unire quelli che vivono nel presente.

La Stampa 25 agosto 1978

La squadra di Piossasco con lo stemma dei Nove Merli

Prima fila da sinistra a destra; Domenico Martinatto con Caramellino. Fiorenzo Cattanea, Sandro Martinatto, l'ultimo della prima fila forse Enrico Lanza, ma non sono sicura .Seconda fila, sempre da sinistra a destra :il primo, forse Oreste, il fratello di Vittoriana, Paolo Baudino, Piero Fontana, Bruno Oberto, Luigi Ruffinatto, Zoppetto Giuseppe. I due dirigenti :quello a sinistra, Piergiorgio Camisasso e l'altro, a destra. Sandro Fenoglio.

 

Miranda Cruto

I Nobili di San Vito

A San Vito i nobili erano di casa. Religiosissimi, assistevano alle funzioni nella Chiesa parrocchiale locale, inginocchiati nei loro banchi, con lo stemma di famiglia, scolpito in legno.
Sovente l'organo era suonato, durante la Messa, dall'uomo di fiducia della Contessa Piossasco di None. Il Castello di quest'ultima era di tanto in tanto meta di visite, da parte delle scolaresche. Le maestre portavano infatti gli alunni delle Elementari, a vedere l'aristocratica dimora.
Nei bollettini di San Vito, molti sono gli articoli, che riguardano i nobili, domiciliati colà.
Nel notiziario parrocchiale del mese di gennaio 1934 è annotata la morte della Contessa Piossasco di None: «Quando si sparse la notizia, che la Sig. Contessa Piossasco di None era malata, mai più si sarebbe pensato, che la catastrofe doveva essere così vicina. La Contessa si aggravò repentinamente e il male si mostrò irriducibile alle premurose cure del medico dott. F. Alfano, che intanto aveva chiamato, a consulto, due primari professori di Torino. Al Vicario, che a conforto, si affrettava, a recarle privatamente la Comunione, la Sig. Contessa chiedeva, di essere avvisata, quando il pericolo fosse stato grave, perché Ella intendeva ricevere il Viatico, a testimonianza della sua fede e a buon esempio alla popolazione. Fu avvisata e ricevette devotamente gli estremi Conforti religiosi, alla vigilia della sua morte, avvenuta sabato 16 dicembre alle ore 14.
A richiesta del Vicario, anche S. Em. il Cardinale Arcivescovo inviava alla nobile inferma una speciale benedizione».
L'articolo prosegue con le notizie sui funerali imponenti, a cui partecipò, nonostante le difficoltà del brutto tempo, una folla immensa, per rendere omaggio «a Colei, che era venerata, come un simbolo e un ricordo vivente dell'antica storia del paese, impersonificando Ella tutta la gloriosa Casa dei Conti di Piossasco».
Al funerale intervennero le compagnie religiose delle due Parrocchie di San Vito e di San Francesco. Dietro la bara, c'erano i nobili, le personalità locali, la bandiera municipale, gli stendardi delle Associazioni giovanili, la Banda musicale, ecc. L'immenso e imponente corteo discese per la strada dei Castelli e giunse alla Parrocchia di San Vito. Finite le esequie, cantate con l'accompagnamento dell'organo, si risalì al Castello, ove il corpo della Contessa fu sepolto nella sua Cappella privata.
«Un sincero e largo rimpianto» scrive Don Fornelli, «si è fatto sentire nella nostra popolazione, che era solita ammirare la fede e la devota pietà, con cui la Contessa ogni festa assisteva alla Messa e quasi sempre faceva la Comunione, anche ad ora tarda».
Nel bollettino del mese di marzo 1934 c'è un altro breve articolo, riguardante ancora la defunta Contessa Gabriella Piossasco di None, a proposito della somma di lire tremila, da lei lasciata all'Asilo di San Vito.
«L'amministrazione», scrive Don Fornelli, «prendendo atto della generosa elargizione, fa scrivere il nome della indimenticabile Contessa, nell'album dei benefattori dell'Asilo».
Nel bollettino di San Vito del mese di luglio 1937, c'è un articolo, riguardante l'aristocratica famiglia Martina:
«Nella festa del Corpus Domini» scrive Don Fornelli «avrete anche voi ammirato, con quanta signorilità la nobile famiglia Martina abbia accolto la processione, entro la cerchia del Castello e con quanto sfarzo e magnificenza, abbia onorato Gesù Sacramentato».
Passando poi, a descrivere più in dettaglio tale celebrazione, Don Fornelli annota: «Dopo la Messa grande, si svolse la processione, salendo tra gli incanti della natura, fino al Castello, che era sfarzosamente pavesato, tutto addobbi e fiori, tutto in festa. Il Teol. Don Gajdo recava il S. Sacramento, che alla porta della tenuta del Castello, fu ricevuto dai due figli della Contessa Clotilde Martina Mocchia di Coggiola, i quali "more nobilium", con le torce accese in mano, accompagnarono Gesù Ostia, al loro Castello. Là, il Santissimo fu deposto su un altare, eretto all'aperto. I cantori eseguirono un "Tantum ergo", dall'alto della loggia del Castello. Poscia il teol. Gajdo disse brevi parole di fede eucaristica e terminò con un meritato elogio ai nobili castellani, che avevano dato ospitalità al Signore, con tanta magnificenza. Impartita la benedizione, la processione tornò alla Chiesa».

Dal Libro la Piossasco dei nostri nonni
Alzani Editore giugno 2005

 

Miranda Cruto

Piossasco di sangue blu

La contessa G. P. di N. che era imparentata con i Savoia.
Aveva un carattere allegro e faceto, sempre in vena di raccontare ed ascoltare barzellette.
Era molto colta e nella sua biblioteca aveva libri scritti in italiano, francese e tedesco.
Era nubile ed abitava col suo fattore e la famiglia di costui in Piazza, nel castello che è ora diventato l'attuale ristorante dei Nove Merli.
Colà il clima era sempre mite, anche d'inverno e le viole spuntavano precocemente, rispetto a quelle della pianura sottostante.
Nei sotterranei del maniero c'erano le serre con gli agrumi e preziosissime piante, quali quelle del cotone e del pepe che a primavera venivano portate all'esterno dal mezzadro che le trascinava fuori, servendosi dei cavalli.
L'amministratore, il cui figlio era il figlioccio della contessa, curava gli interessi di costei, mentre il papà faceva il cuoco; ma i dolci preferiva prepararli di persona la padrona di casa e li portava in tavola con soddisfazione e orgoglio, deliziosi e croccanti: mangiavano tutti assieme.
La nobildonna possedeva una moto-sidecar che usava di tanto in tanto, per recarsi alle sue cascine e che veniva guidata dal fattore.
Lavorava molto bene a maglia, fiutava il tabacco a piccole dosi, starnutendo rumorosamente e aveva una passione sviscerata per le bisce e per l'opera.
Per quanto riguardava le serpi, i Piossaschesi raccontavano le cose più inverosimili, inventandosi un mucchio di fandonie con particolari e dettagli inesistenti: c'era chi diceva che questa dama d'altri tempi fosse stata vista una domenica mattina a messa con due rettili attorno al collo e molti riferivano che nell'entrata del castello avesse una grossa vasca con tante bisce dentro e che ne tenesse anche in gabbia.
Grande appassionata della lirica, era stata la prima persona a Piossasco ad avere la radio che teneva sempre accesa la sera, perché si dilettava ad ascoltare l'opera che a quel tempo trasmettevano spessissimo, seguendola attentamente col libretto che aveva fatto comprare precedentemente a Torino dal fattore e se le capitava di doversi assentare per pochi minuti dalla stanza, incaricava chi era accanto a lei, di tenerle il segno, per poter seguire l'ordine delle parole, quando sarebbe rientrata a proseguire l'ascolto.
La sera, oltre alla famiglia dell'amministratore, c'erano sovente colà degli invitati, tutti raccolti attorno all'invenzione di Marconi che a quel tempo era una novità assoluta e assai rara.
Se non c'era il melodramma, giocavano a tarocchi.
Talvolta la contessa andava col fattore e con la famiglia di costui a Torino, a sentire l'opera al Regio.
Era una donna molto pia e devota e quando qualcuno le raccontava che la domenica andava a coltivare il proprio cam-picello, essa diceva: "Fate molto bene, ma prima andate a Messa".
Era sempre presente alle funzioni religiose e i componenti della Scuola Cantorum della Chiesa di San Vito andavano a provare i pezzi musicali nel suo maniero, perché colà c'era un armonium che veniva suonato dal fattore.
Di tanto in tanto riceveva visite e un giorno capitò da lei, annunciatissimo, pure Umberto di Savoia.
Al castello, in tale occasione, ci fu un gran da fare.
La contessa fece confezionare in gran fretta da una sarta un grazioso abitino di organza bianca con delle roselline per la nipotina dell'amministratore che aveva allora cinque o sei anni e che doveva recitare la poesia di benvenuto.
Quel dì erano tutti in ansiosa attesa dell'importante arrivo e il Principe che doveva giungere per le nove, non arrivava mai.
La piccola di casa in ghingheri e vestita di tutto punto per l'occasione, gironzolando qua e là, si era sporcata come un maialetto e le si dovette cambiare l'abito.
L'illustre ospite arrivò alle quattordici: al cancello apparvero due macchine. Nella prima c'era Umberto di Savoia in divisa militare e nella seconda i suoi aiutanti di campo.
Ci furono le presentazioni, indi la nobildonna fece gli onori di casa, ricevendo il Principe e il suo seguito nell'ampio soggiorno; per l'occasione erano venuti da fuori due camerieri, a servire gli aperitivi.
Umberto di Savoia si fermò colà circa mezz'ora, indi si avviò a piedi coi suoi ufficiali alla cappella del Castello. Accomiatatosi poi dalla padrona di casa, andò a fare una passeggiata fra le rovine degli altri manieri.
Quella non fu l'unica visita che il Principe fece alla contessa: ritornò in seguito, quando con la giovane moglie venne ad inaugurare l'ospedale San Giacomo di Piossasco.
Alla sua morte la nobildonna fu sepolta nella tomba di famiglia nella cappella del Castello e in seguito la sua salma fu trasportata nella Chiesa di San Vito.

Vecchia Piossasco dai mille volti – Edzioni Cultura e Società 1996

 

Via Crucis predicata e Copus Domini ai Castelli

Luglio 1932
La Processione Eucaristica fino ai Castelli, il Signore Eucaristico portato in processione, ha benedetto da quella altura, tutto Piossasco, infatti, era presente una folla orante in rappresentanza di due parrocchie.

Marzo 1934
Solenne Via Crucis Predicata. A degna chiusura dell’anno Santo ed a solenne commemorazione della Santa Redenzione, quest’anno avrà luogo un avvenimento straordinario e certo commovente. Si farà la Via Crucis all’aperto, e precisamente per l’erta dei Castelli, fino alla croce, che dominando lassù dall’alto, ricorda il calvario. Questa via Crucis, si farà la sera del giovedì santo, alle ore 16,30. Un suono di campanello avviserà che tutti dovranno fermarsi, ed alle principali stazioni di fermata, si farà un discorso di spiegazioni. Oratore sarà il rev.do Teologo Agostino Gajdo, curato di S. Agostino di Torino.
Giugno 1943
Processione del Corpus Domini. La festa del Corpus Domini cade quest’anno il giorno 24 del corrente mese, avendo la precedenza su quella di S. Giovanni Battista, che viene trasferita il giorno seguente. La nota più caratteristica della festa del Corpus Domini è la processione del SS. Sacramento, che quest’anno avrà un itinerario splendido. Per gentile e cordiale consenso del Comm. Amerigo Sagna, la processione salirà al Castello fra il verde delle piante che adornano e ombreggiano la strada e che con la loro naturale bellezza rendono onore al Creatore celato nei Veli Eucaristici. Di lassù, sullo spiazzo del Castello, attualmente già molto restaurato e abbellito dal Comm. Sagna, proprietario dell’incantevole soggiorno, Gesù Sacramentato benedirà tutta la parrocchia.
Luglio 1949
Venerdì 15 luglio:
Ore 21 Via Crucis predicata su ai Castelli.
Settembre 1949
Nella giornata di venerdì, la Madonna rimase in chiesa a ricevere gli omaggi e le suppliche dei parrocchiani, che si sono succeduti ininterrottamente a farle la corte, intervenendo a funzioni speciali, fino a notte, quando si svolse su per il colle dei castelli la Via Crucis predicata. E’ stata veramente una salita dura e difficile, perché pietrosa e poco illuminata. Emozionante specialmente l’ultima stazione, lassù attorno alla croce luminosa, segno di perdono, simbolo di fede, di speranza e di amore.

 

 

 

 

 

 

 

Mappa Rabbini 1864 - AST

Particolare mappa Rabbini 1864 - AST

Particolare della Cappella di San Pietro (in rosso)

 

Cappella di San Pietro

 

Cappella di San Pietro ai Castelli (1962 circa)

In documenti antichi si parla di un «sacellum sub titulo S. Petri ad Castrum», chiesetta dal titolo di S. Pietro presso il Castello. È detto che stava «in castris superioribus», cioè era vicina ai Castelli posti più in alto.
È certamente la Cappella del Castello o dei Castelli, che ancor oggi è dedicata a S. Pietro apostolo. «Di solito nel recinto stesso dei Castelli esisteva una Chiesa».
Di essa si fa cenno in un antico documento, da cui risulta che nel 1226 Federico di Piossasco e i Sigg. Merlo e Ardicio suoi fratelli concedevano salvaguardia alla Certosa di Montebenedetto: atto compilato nella canonica di S. Vito «actum in domo sancti Viti de Plozasco». E tale concessione fu confermata nello stesso anno «sub portico sancti Petri de Plozasco» sotto il portico di S. Pietro in Piossasco. Da questa espressione si deduce che la Cappella aveva allora un portico antistante.
Chissà quali peripezie tristi avrà avuto questa Cappella nei secoli, specialmente durante le guerre! Fatto sta che nel 1668, nella Visita pastorale, l'Arcivescovo la trovò molto in cattivo stato. Nella relazione della Visita è notato che la Cappella è chiusa da cancelli di legno; che ha l'icona «in muro pietà» dipinta sul muro, con l'effige di S. Pietro e di diversi altri Santi; ma è anche scritto che la Chiesa vecchia è corrosa dal tempo e quasi distrutta «veterem ecclesiam a tempore corosam et fere destructam».
Non sappiamo che cosa abbiano fatto i sigg. Conti di Piossasco, proprietari della Cappella. Sappiamo però che nel 1775 non risulta ben tenuta, perchè l'Arcivescovo in Visita pastorale ordina di calcinare le pareti scrostate, e di riparare il pavimento e le porte.

All'altare di questa Cappella era stato eretto un Beneficio semplice, di Patronato a carico del sig. Conte Antonio Piossasco di Beinasco.
Questo Beneficio nel 1668 era goduto dal Rev. Don Paolo Bruno, che ne era stato investito dall'Arcivescovo Bergerio, con lettera in data 23 agosto 1645. Il reddito era di lire 50 annue con l'onere di celebrare la Messa due volte per settimana.
Riguardo a questo Beneficio, detto di S. Pietro, sappiamo che fu fondato dalla Contessa Autilia di Piossasco con suo testamento in data 29-9-1504, nel quale si trovano certe espressioni, che indicano quanto fosse pia la detta Contessa, che gli storici dicono di stirpe nobile, ma molto più nobile per la sua fede e per lo splendore dei suoi costumi «spectabilis et genere nobilis, sed longe nobilior fide et honorum morum venustate».
La suddetta Contessa inizia il suo testamento nel nome della SS. Trinità. Ricordando come per il peccato dei primi parenti fu da Dio stabilito che l'uomo deve morire e che niente è più certo della morte, e niente più incerto dell'ora della morte «nil sit morte certius nihilque incertius ipsius mortis hora»; come si deve credere con ferma fede che tutti risorgeranno per conseguire, in vista dei meriti, altri i premi e altri i supplizi eterni; vuol disporre dei beni e delle cose, di cui il Signore l'ha fornita, onde evitare che nascano questioni fra i suoi successori; e raccomandata anzitutto la sua anima all'Altissimo e alla sua pia madre Maria Vergine e a S. Vito e a tutta la Corte celeste, vuole che la sepoltura del suo corpo si faccia nella Chiesa parrocchiale di S. Vito, e che venga sepolta nella Cappella gentilizia dei De' Federicis, esistente nella chiesa parrocchiale; accenna come vuole sia fatta la sepoltura; dispone che vengano celebrate 100 Messe e fatte elemosine; lega alla Chiesa di S. Pietro, situata in luogo detto malbourget, che giuridicamente è di patronato dei Sigg. De' Federicis, 400 fiorini, da godersi dal sacerdote Paolino «de Casteletis», rettore della Chiesa di S. Pietro, con l'obbligo a lui e ai suoi successori di celebrare «in remissionem suorum peccatorum et praedecessorum suorum», ogni settimana, quattro Messe: due nella Cappella ove sarà sepolta, e due nella Chiesa di S. Pietro.
In seguito, nel 1512, il Legato venne costituito su un terreno in territorio di Carignano «in fundo redacta fuit». Venendo a mancare poi il reddito sufficiente per la celebrazione delle Messe, si fece ricorso a Roma per la riduzione.
La Sacra Congregazione di Roma, in data 16-12-1764, ha risposto concedendo quanto si chiedeva, facendo però obbligo che ogni anno, almeno nella festa di S. Pietro, si dicesse Messa nella Cappella. L'Arcivescovo di Torino, in data 24-5-1765, comunicava al Patrono quanto era stato stabilito dalla S. Congregazione. Era allora Patrono il Conte «Pancratius Plossascus» di Beinasco. In seguito, il Conte Luca Maurizio, nipote del Conte Pancrazio, chiese una nuova riduzione (18-7-1808) e ottenne che le Messe si celebrassero ovunque.

Dal libro: Storia civile e religiosa di Piossasco
Giuseppe Fornelli

 

Il castello oggi

Il castello oggi

I castelli nella nebbia gennaio 2020

 

 

******************************************************************************

 

Presentazione di Ezio Marchisio

“Antiche come le montagne”
per i 60 anni del Castello

I “Nove merli” di Piossasco hanno ospitato la 26° edizione del premio di poesia.
Vince una poetessa di Genova

Duplice occasione, sabato 9 novembre scorso: l’assegnazione dei premi per le poesie e i racconti e la ricorrenza dei 60 anni dall’apertura del ristorante nel Castello dei Nove Merli a Piossasco per iniziativa del Cav. Luciano Savia. Il Castello con il prestigioso ristorante fu inaugurato il 19 settembre 1959 dopo un accurato restauro degli interni e della torre.
Ora la struttura si presenta ulteriormente rinnovata e funzionale per ospitare eventi ed incontri, raduni conviviali pranzi e cene, banchetti matrimoniali, sia all’interno che nel parco secolare.
Il premio di poesia, nato più di un quarto di secolo fa per iniziativa di Bruno Spesso e di un gruppo di amici continua ad attrarre poeti dilettanti e scrittore da varie regioni d’Italia. Quest’anno il primo premio è andato a Genova alla signora Giulia Maria Barbarulo.
L’incontro nel salone del Castello è stato preceduto da vari interventi tra cui quello del prof. Ezio Marchisio sul valore della poesia, partendo da una frase di Eugenio Montale pronunciata nel 1975 a Stoccolma quando al poeta ligure su assegnato il premio Nobel per la poesia.

Pubblico presente alla premiazione

La poesia è una malattia incurabile?
Mi hanno invitato per parlare di poesia
Vediamo se riesco e se le cose che dirò saranno interessanti, perché non bisogna approfittare troppo della pazienza del numeroso pubblico che è venuto qui al Castello per conoscere i nomi dei vincitori e congratularsi con loro.

Ezio Marchisio durante il suo intervento sulla poesia

Ma prima di addentrarmi nel concorso di poesia “Antiche come le montagne”, desidero cogliere l’occasione per parlare di un anniversario, ormai sconosciuto ai più ma che per Piossasco ha un suo valore. Sconosciuto soprattutto per chi non è di Piossasco o dei dintorni.
60 anni fa, il 19 settembre 1959, riapriva il maniero nel quale ci troviamo dopo anni di abbandono e riapriva come ristorante di prestigio con una cerimonia avvenuta proprio in questa sala.
Vi sono le foto di quel giorno che fra poco proietteremo e commenteremo con le parole dell’allora vicario di San Vito don Giuseppe Fornelli, parole e cronaca dell’inaugurazione tratta dal suo bollettino parrocchiale.

 

Festa al Castello dei Nove Merli
La cerimonia d’apertura e d’inaugurazione
sabato 19 settembre 1959

Ristorante dei Nove Merli. L’antico Castello feudale di Piossasco si è trasformato in un signorile “Ristorante” all’insegna dei “Nove Merli”. Lo stemma dei fu Conti di Piossasco è appunto formato da nove merli. Dopo lunghi mesi di pulizia, d’adattamento e aggiornamento il Castello, che da parecchi anni era chiuso e quasi abbandonato, è stato aperto al pubblico, quale Ristorante. La cerimonia d’apertura e d’inaugurazione ebbe luogo sabato 19 settembre scorso.
Intervennero distinti Signori e gentili Signore e una folla straordinaria di persone. Alla loro presenza, nel grandioso salone centrale, il Vicario di S. Vito compiva il rito religioso della benedizione dei locali. Il Sindaco di Piossasco, sig. Giuseppe Andruetto, leggeva un discorso di circostanza. Quindi i presenti avevano libero accesso agli ambienti del Castello, e così potevano vedere e ammirare gli indovinati lavori di adattamento, mentre gentili camerieri servivano liquori, vini e dolci di ogni qualità e forma. La torre, che era tozza e bassa, è stata sopraelevata e terminata elegantemente incoronata da merli. Il portico dalle alte finestre gotiche, è stato chiuso da cristalli, che permettono la visione dell’incantevole panorama, che di là si gode verso la pianura padana; ed è stato decorato a nuovo, come nuovo e originale, il pavimento. Dietro i cristalli stanno due file di tavolini per chi vuol sostare a bere e a mangiare. Dal portico si entra nel grande salone dalla volta a soffitto e con decorazioni che gli conservano il carattere antico. Anche le pareti della stanza del bar sono illustrate con scene di taverne medioevali e con uno splendido e grande stemma dei Conti di Piossasco. Fa piacere constatare che il Castello, pur assumendo un nuovo carattere moderno, accogliente con le sue comodità, ha tuttavia conservato in ogni sua parte l’impronta antica e medioevale: il moderno e l’antico sono stati sapientemente ben armonizzati.
L’ideatore e l’artefice di tutte queste belle cose è il sig. Luciano Savia, al quale tutti i visitatori hanno espresso meritati complimenti, con l’augurio che le sue fatiche siano coronate di successo.

Parrocchia di San Vito
La Buona Parola
novembre 1959

Ritorniamo alle nostre Montagne

Desidero sottolineare come in Piossasco sia difficile mantenere alto il livello della cultura. Sovente da noi le iniziative culturali non hanno continuità durano pochi anni e poi spariscono (come il Trovarobe, la rievocazione storica e le iniziative per il gemellaggio) perché manca la volontà e mancano i volontari, per invidia o gelosia perché attratti da altre novità futili, effimere e discutibili) e dove per anni non c’è più stato un assessore alla cultura e oggi è una figura non ben individuata. S’è chiusa la Fondazione Cruto, non si tiene più il Festival del jazz e dove da mesi è chiuso il cinema-teatro.
Portare avanti un discorso soprattutto sulla poesia non è facile in anni in cui si seguono i talk show in televisione assuefacendoci al peggio.
Leggiamo poco i giornali e i libri, men che meno i libri e le raccolte di poesie che sono una rarità e non sono mai nelle classifiche.
Il libro è sostituito da Internet e dalle fotocopie. Ma lasciamo questo argomento che ci porterebbe lontani e un po’ fuori dal seminato.
Anni fa, l’amico Gianfranco Martinatto, proprio da questo tavolo, lesse alcuni versi tratti dalla poesia “I fiumi” di Ungaretti sul perché si scrivono poesie.
Condivido quei versi e la scelta di Martinatto:

“Scrivere una poesia è in fondo un riversare noi stessi
in un calice dove possono bere anche altri
E’ un modo di conoscersi e riconoscersi, nella nostra piccola grandezza
E’ una ricerca continua di armonia ………”.

Carmina non dant panem

Scrivevano gli autori della letteratura latina: le poesie non danno pane, nessuno si arricchisce scrivendo poesie, tant’è vero che per sopravvivere i poeti latini e fino ai nostri autori della metà dell’800 vivevano a corte o presso qualche potente (papi e cardinali compresi) che li proteggevano anche dal punto di vista economico.
Pensiamo solo a Dante: in quante corti italiane soggiornò? E così Petrarca, Boiardo, Ariosto, Tasso. Il conte Alessandro Manzoni era ricco di suo, ma dai “Promessi sposi” non guadagnò nemmeno una lira.
A metà dell’800 vi sono i primi poeti che esercitano una professione: in genere sono insegnanti all’Università (Carducci e Pascoli per citarne due). Forse il primo che visse di diritti d’autore e a sbafo degli italiani fu D’Annunzio, un poeta scrittore esibizionista.
Veniamo a qualche autore più recente
Alda Merini: visse in ristrettezze e anche in manicomio. Sola, in preda ad amori temerari, impossibili e immaginati. Il Corriere della sera in queste settimane pubblica quattro volumetti con le sue sofferte opere.
Qualche suo aforisma fulminante:

I poeti non si redimono,
vanno lasciati volare
tra gli alberi come
usignoli pronti a morire

La pazzia mi visita almeno
due volte al giorno

Mi piace chi sceglie con cura
Le parole da non dire

Ero nata per la pittura
poi mi sono data allo scarabocchio

Remo Remotti

Romano, poeta in romanesco, ma anche attore, scultore, pittore, umorista………
Scrive e parla in un romanesco quasi aulico, quello dei film di Fellini, dell’Anno del Signore, di Sora Lella e di Verdone. Sarcastico, per realistico, piacevole da ascoltare e da leggere. E’ diventato un po’ famoso dopo la sua morte, ma non nuotava nell’oro
Suo è “L’addio a Roma” del 1951 che va però letto da un romano de Roma

Me ne andavo da quella Roma
dove la gente pisciava per le strade
quella Roma fetente e impiegatizia
quella Roma dove non c'è lavoro
dove non c'è 'na lira
quella Roma der còre de Roma
quella Roma del Foro
che portava e porta ancora
il nome di Mussolini……………

Dunque vita dura per quasi tutti i poeti.

Eppure molti hanno continuato a scrivere sonetti, poemi e opere di diversa metratura, non per il guadagno ma per passione. E’ il segnale che la poesia è un modo di esprimersi insopprimibile.
Giovanni Berchet, uno dei primi romantici italiani, nel 1815 scriveva che la tendenza alla poesia è innata in noi. Con due eccezioni:
non è presente nello stupido ottentoto (l’incivile) che non avverte neppure da lontano la presenza del messaggio poetico e nel “parigino” (l’illuminista), lettore colto e raffinato nel quale però le facoltà dell’immaginazione e del cuore si sono attenuate e tende più al razionale che al poetico.
Per il Berchet la categoria alla quale si deve rivolgere il poeta e lo scrittore è il popolo, inteso come borghesia che è già abbastanza acculturata per apprezzare la voce dei poeti che parlano della cultura di un popolo, del suo popolo.
Sull’importanza della poesia s’era autorevolmente pronunciato anche Eugenio Montale nel 1975 quando a Stoccolma gli fu conferito il premio Nobel per la poesia

Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persino disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non potevo amare. Pochi giorni orsono è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto come io ho distribuito tante attività così diverse. Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all'attività impiegatizia e tante alla vita. Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c'è un largo spazio per l'inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell'inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi.
In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.

Che cosa scrivono i nostri poeti?

Per lo meno quelli che hanno partecipato a questa 26° edizione di Antiche come le montagne? Come componente della giuria ho letto tutte le opere pervenute.

Le loro poesie sono in prevalenza poesie
d’amore
e di rimpianto
di nostalgia
di solitudine
una sorta di
“viale del tramonto”. Molte delle nostre autrici –penso siano autrici- sembrano avviarsi
“con passo stanco e lento”
verso il tramonto. Un ricordo del Petrarca quando scrive nel Canzoniere
“solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti …..”.
Sovente si trova nei versi il vento nei capelli che rimanda ad un altro famoso sonetto del Petrarca
“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che n’ mille dolci nodi li avolgea”
Qui Laura, la donna amata, è citata con un nome fittizio, con un gioco di parole (l’aura) tratto dalla tradizione della poesia provenzale in lingua d’oc. E’, come si dice, un senhal, un falso nome mascherato per non far individuare la donna amata dal poeta e non suscitare i sospetti del marito.
Il vento lo si trova in altre composizioni. È il vento del mare, è il vento dei boschi è
“il vento che mi sta riportando il profumo di te”.

Il colore azzurro è quello dominante
“Inventerò l’azzurro”
“…. e rivedere il cielo di giorno azzurro e senza nuvole
e di notte pieno di stelle”
dove si sfiora la poetica di Dante che termina l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso con la parola
stelle per concludere il poema con quella simmetria che tanto piaceva al ghibellin fuggiasco

“…. E quindi uscimmo a riveder le stelle”
(Inferno, XXXIV)

“….puro e disposto a salire alle stelle”
(Purgatorio XXXIII)

“….all’alta fantasia qui mancò possa
….. l’amor che move il sole e l’altre stelle”
(Paradiso. XXXIII)

I vari momenti di una giornata vi sono tutti: dal freddo del mattino alla calda notte. Per non parlare del sole e dell’alba che
“mi sorprende sempre”.

La natura compare con i suoi prati in fiore e i ruscelli con una reminiscenza dannunziana là dove si citano i
“salmastri giorni”
A questo punto come non ricordare
La pioggia nel pineto?
“Piove da le nuvole sparse” (Banale? Piove solo dalle nuvole)
“Piove su le tamerici salmastre ed arse”.

In un componimento c’è un richiamo ad un salmo biblico:
“Aspettavano le sentinelle l’aurora”
che si collega al Salmo 129 detto anche De profundis
“Più che le sentinelle l’aurora
Israele attende il Signore”.

E non poteva mancare la luna
E se in poesia si parla della luna è inevitabile e scontato il richiamo al Leopardi.
Scrive il nostro poeta/essa
Luna che da la su
mi stai a guardare…….
Quale altro canto del Leopardi possiamo citare?
Il canto notturno del pastore errante dell’Asia?
“Che fai tu, luna, in ciel? ,dimmi che fai,
Silenziosa luna,
sorgi la sera e vai contemplando i deserti…..”

oppure il canto Alla luna

“O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti….”

Oppure il Sabato del villaggio

“Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno e tornan l’ombre
giù dà colli e dà tetti
al biancheggiar della recente luna……..”.

Ho trovato anche un accenno a Montale, là dove si scrive
“sceglierò una strada lastricata di pietre aguzze”
Il richiamo è a “Meriggiare pallido e assorto….”
“…. In questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Basta, perchè altrimenti facciamo un convegno sulla luna e sul poeta di Recanati.
Grazie per l’attenzione

Mostra del pittore piossaschese Francesco Italiano

Carmela Quattrocchi, animatrice e presentatrice del premio di poesia

Adriano Andruetto legge il messaggio di Bruno Gambarotta, presidente onorario del Premio

Pubblico

Andrea Talaia, titolare del Castello Nove Merli, “successore” di Luciano Savia

Le rappresentanti della municipalità di Cran Gevrier (Alta Savoia) con la quale Piossasco è gemellata. A destra l’interprete Tiziana Fiorini

La vice sindaco di Piossasco Federica Sanna e il sindaco Pasquale Giuliano portano il loro saluto alla manifestazione

La classe delle elementari vincitrice del premio riservato ai giovanissimi

Primo premio per una poetessa di Genova. Ritira il riconoscimento la sorella

 

Altri premiati

Luca Necciai, uno dei fondatori del Premio

Il pittore piossaschese Francesco Italiano ha esposto le sue opere al Castello

Al centro Maria Montanari, moglie di Bruno Spesso, fondatore del Premio

 

A Piossasco inaugurò un’epoca di ottimismo

I 60 anni dei Nove Merli
il famoso ristorante di Savia

Sessant’anni fa riaprì a settembre a Piossasco il Castello feudale dei “Nove Merli”. Restaurato, ricostruita la torre merlata, ripulito il parco, restituito (come si dice) all’antico splendore e trasformato in prestigioso ristorante. La cerimonia dell’inaugurazione avvenne sabato 19 settembre 1959. Presenti i piossaschesi che allora contavano in Comune, fuori dal Comune e nella parrocchia di San Vito, nel cui territorio ricade il maniero. “Il moderno e l’antico sono stati ben armonizzati”, scrisse il vicario.
L’attività di ristorazione vera e propria iniziò verso la fine di ottobre di quell’anno. Banchetti per matrimoni e solennità erano i pezzi forti. Si favoleggiava di cene galanti con Maria Gabriella di Savoia e anche con Grace Kelly, principessa di Monaco. Oggi i locali sono aperti su prenotazione.
Artefice di questa felice trasformazione, che per circa tre decenni tenne alto il nome di Piossasco in quella che non era ancora la guida stellata del buon vivere, è stato il cavalier Luciano Savia, detto “il castellano”, gran maestro dell’Ordine des rotisseur, uomo dalle molte curiosità culturali. Investì un patrimonio nell’acquisto del Castello (risalente al secolo XIII con successivi rimaneggiamenti) e dei ruderi degli altri due. Non solo: acquistò dagli eredi della Contessa Gabriella Piossasco di None (scomparsa nel 1933) il vasto comprensorio montano che si estendeva dai Castelli fino alla punta del monte San Giorgio, vicino alla chiesetta romanica.
Benedì il ristorante l’austero vicario di San Vito don Giuseppe Fornelli, attorno a lui l’allora sindaco Giuseppe Andruetto, il segretario comunale Giovan Battista Arbia, il futuro sindaco ed ex podestà Luigi Boursier, i discendenti dell’inventore Alessandro Cruto (Walter e la figlia Miranda), il cav. Marcello Giordana, il dott. Francesco Alfano.
Era il periodo in cui Savia pensava di realizzare una funivia che, partendo dai Castelli, avrebbe dovuto raggiungere la vetta del San Giorgio. Non si realizzò, ma gli Alpini lavorarono per costruire la strada carrozzabile sui terreni montani di Savia senza chiedergli il permesso (scuoteva la testa Savia quando raccontava quel fatto). Sul suo Bollettino il Vicario favorì la fondazione della Pro Loco e si battè per l’asfaltatura del “truc”, l’attuale via Oberdan.
Erano gli anni, i primi Anni ’60, in cui si costruirono i due orribili palazzi Bellavista, il condominio di cinque piani di Piazza XX Settembre in un contesto storico di due piani e si pensava anche di abbattere l’ala del mercato per tirar su un mostro a forma di L.
Era il momento in cui si pensava che il palazzone o il grattacielo fossero sinonimi di progresso e ricchezza. Pinerolo insegnava. Ma anche Pragelato.
Per lanciare la Piossasco turistica e residenziale si stava iniziando la costruzione del Villaggio Pineta (Via Manzoni), sradicando le viti della cosiddetta “Vigna Granda”, un vasto sito solatio di viti che andava quasi dal centro storico di San Vito a “Villa Serena”, che era un’antica cascina e non una clinica poliambulatorio. Oggi la “Vigna Granda”, allora quasi di un’unica proprietà, sarebbe tutelata come il vigneto di Villa della Regina sulla collina di Torino. Allora no.
Al Villaggio Pineta seguì a ruota il Villaggio del sole, dall’altra parte della collina, quasi sotto il Castello. Villaggio informe che con il tempo perse il suo nome originario, senza tanti rimpianti.

 

La contessa Gabriella Piossasco di None, ultima discendente dei Merli, ritratta (al centro) con altra due persone davanti alla facciata nord del Castello. La Contessa morì nel 1933 a 70 anni e fu sepolta nella chiesa di San Vito. La foto è databile attorno al 1915. Un vasto e denso impianto di vigneto caratterizzava l'accesso al Castello. (Da "Piossasco ritrovato 1898-1960", Assessorato urbanistica, Comune di Piossasco, 1984)

 

Luciano Savia (a sinistra nella foto) quando fu nominato membro della Chaine des rotisseurs, l'associazione che cura e diffonde in Europa la cultura gastronomica istituita in Italia nel 1960. Oggi ha sede a Bolzano.

 

I proprietari del Castello:
la Contessa Gabriella, il Barone aviatore e antifascista, il Cavaliere “rotisseur

Alla morte della Contessa Gabriella Piossasco di None nel 1933 subentrarono nuovi proprietari: i Mocchia di Coggiola cugini da parte della madre della Contessa de cuius, (tra questi il conte Giuseppe che fu uno dei fondatori nel 1929 della “Società per gli studi storici archeologi artistici della Provincia di Cuneo”) i quali dopo qualche tempo hanno venduto il Castello ma si sono tenuti la proprietà e l’esclusiva dello stemma dei Nove Merli e non lo avevano concesso neppure a Savia quando ha aperto il ristorante nel 1959, motivo per cui Savia aveva creato un blasone di fantasia, quello con i Nove Merli incrociati.
Ai Mocchia sono subentrati alcuni altri proprietari (solo con compromessi di vendita). Tra questi si ricordano i Mottura di Milano titolari di una fabbrica di casseforti. Poi l’ing. Carlo Ferrari, fondatore di una ditta di impianti di riscaldamento in via San Secondo 62 a Torino. Impresa che esiste tutt’oggi.
Quindi il Barone Comm. Amerigo Sagna di cui vi è traccia nel bollettino del vicario di San Vito del giugno 1943.
Questo il passaggio:
“Processione del Corpus Domini. La festa del Corpus Domini cade quest’anno il giorno 24 del corrente mese, avendo la precedenza su quella di S. Giovanni Battista, che viene trasferita il giorno seguente. La nota più caratteristica della festa del Corpus Domini è la processione del SS. Sacramento, che quest’anno avrà un itinerario splendido. Per gentile e cordiale consenso del Comm. Amerigo Sagna, la processione salirà al Castello fra il verde delle piante che adornano e ombreggiano la strada e che con la loro naturale bellezza rendono onore al Creatore celato nei Veli Eucaristici. Di lassù, sullo spiazzo del Castello, attualmente già molto restaurato e abbellito dal Comm. Sagna, proprietario dell’incantevole soggiorno, Gesù Sacramentato benedirà tutta la parrocchia”.
Del Comm. Amerigo Sagna si conoscono alcuni momenti della sua vita di imprenditore che sono riscontrabili sul sito internet www.sagna.it.
Del nonno Amerigo che fu un coraggioso antifascista, parla il nipote Massimo sul sito della ditta di importazione e commercio all’ingrosso e dettaglio di vini nobili e di nicchia, whisky e champagne di grandi marche, fondata a Revigliasco di Moncalieri nel 1929.
“La sede della ditta è a Revigliasco, nella palazzina che fu la residenza del fondatore Amerigo Sagna che infatti era un nobile: si era conquistato il titolo di barone, oltre a due stelle della Guerra di Liberazione, per il coraggio con cui aveva sfidato nazisti e fascisti dando ricovero e nascondendo partigiani e americani negli ospedali dell’Ordine di Malta che dirigeva”.
Ma non solo: Sagna fu legato sui binari del treno dai fascisti. Si salvò perché il macchinista lo vide per tempo e riuscì a fermare la locomotiva.
Il barone fu uomo dalla vita quasi dannunziana: non a caso il motto sullo stemma di "Purpureo sanguine potior" (Bevo sangue purpureo) che riprende lo slogan che Gabriele D‘Annunzio aveva coniato per un noto liquore abruzzese. Volontario nella prima Guerra mondiale, pilota d'aereo, è antifascista convinto. Per alcuni articoli fu accoltellato dalle squadracce. Fu Amerigo a portare in Italia, nel 1935, quello che per anni è stato nel nostro paese "lo Champagne" per eccellenza: il Mumm Cordon Rouge.
Il barone agli inizi degli Anni ’40 aveva già iniziato il restauro del maniero di Piossasco con una parziale merlatura della torre (completata poi da Savia) e il riordino del parco secolare, come scrive il Vicario. Poi la guerra rallentò e mise fine temporaneamente ai lavori.
Secondo Mario Cattelino, cultore della storia di Piossasco che ha al uso attivo importanti studi sul passato della città, tra cui “Piossasco da Borgo a Paese. Note e memorie catastali 1786-1922” scritto a quattro mani con Gianfranco Martinatto. Dice: “Questi passaggi di proprietà dalla Contessa a Savia vanno presi un po’ con il beneficio d’inventario in quanto non sono controllabili con un certificato storico catastale perché, se certi passaggi sono avvenuti solo con un compromesso, non sono rilevabili”.
Da Savia all’attuale proprietà di oggi dei Talaia, la cronaca è relativamente breve e non ancora entrata nella storia.
Ezio Marchisio

Nella foto il Castello quando non aveva ancora la torre merlata ma il tetto a due falde (viaggiata 1947)

 

Pag 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29

 

Maria Teresa Pasquero Andruetto