Notizie dai giornali
Sangano - Trana - Piossasco

 

1882 Piossasco Nuova luce elettrica
1883 Piossasco Un pranzo ad Alessandro Cruto
1890 Un banchetto al sindaco di Sangano
1891 Piossasco Banchetto ad un cittadino benemerito
1891 Il X anniversario della Società “L'Unione” di Trana
1894 Piossasco Giù da un burrone
1898 Piossasco Monte San Giorgio Unione Escursionisti
1916 Sangano Grave disgrazia di un carrettiere
1927 Piossasco La festa degli alberi sul Monte S. Giorgio
1927 Il miracolo agricolo di Sangano
1930 Tragica fine di un carrettiere a Piossasco
1931 Un nuovo ospedale a Piossasco inaugurato dai Principi di Piemonte
1932 Un problema che ha bisogno di urgente soluzione l'elettrificazione della tramvia per Giaveno
1932 L’elettrificazione della tranvia per Giaveno e per Cumiana
1933 Trana Le sane domeniche del popolo
1934 Sangano in subbuglio per una magnifica corriera
1934 Trana Il Santuario dei fidanzati
1937 Sul treno inaugurale della Orbassano – Giaveno
1942 Il Federale a Giaveno e a Trana
1952 Acquerello di Piossasco
1956 Piossasco, terra di agricoltori e artigiani
1957 Piossasco, Precipita con il trattore in un burrone e si salva aggrappandosi agli arbusti
1957 Sangano-Piossasco Drammatica lotta contro le fiamme per evitare un disastro
1963 Inaugurata solennemente la strada degli Alpini
1964 Un incendio minacciava la polveriera di Sangano
1965 Pineta in fiamme di notte sui monti sopra Piossasco Il fuoco minaccia una borgata e un albergo
1966 Piccolo «tesoro» di monete d'oro scoperto mentre si demolisce una casa a Piossasco
1978 Piossasco, 9 piccoli merlot
1979 Piossasco Scavi archeologici sul San Giorgio
1979 Piossasco Cento volontari salvano la chiesa di San Giorgio
1982 Piossasco Il carbonaio «merlo» che uccise il drago
2003 Piossasco: nove merli o nove merle?
2009 Battaglia della Marsaglia: ovvero il tesoro del Cannone d’oro
2017 Cavi d'acciaio contro i ciclisti? No, servivano a trasportare la legna


Sangano
31 marzo 1934
Sangano in subbuglio per una magnifica corriera
Artuffo bigliettario - I sogni delle ragazze - Si brontola sotto l'olmo

Una grande e lussuosa autocorriera si è fermata ieri mattina sul piazzale esterno delle Torri Palatine. L'autista è rimasto al volante in tranquilla attitudine di attesa, il bigliettario, un prosperoso bigliettario munito di spolverino fiammante, berretto regolamentare e la borsa a Tracolla, e disceso e s'è dato attorno come per sgranchirsi le gambe. Sui fianchi della stupenda macchina spiccavano due cartelli: “Servizio automobilistico Torino-Sangano”; e questi cartelli hanno provocato i primi arresti e le prime perplessità dei passanti. Sangano? Ma non è un piccolo comunello, un villaggio nei dintorni di Torino? Non è già servito da una linea tranviaria? Come può permettersi il lusso di un simile servizio di autobus, con macchine di gran classe? E quel bigliettario... Ma dove o già visto quella faccia? Qui gatta ci cova. Presto i passanti curiosi e riflessivi sono diventati assembramento, rinforzato da quella pleiade di garzoni ciclisti e triciclisti che in un batter d'occhio non si sa come, si adunano in qualsiasi punto della città, accade un minimo incidente od un ciarlatano prende ad esaltare la sua merce squadernata. Gatta, infatti, ci covava. Quel bigliettario era nientemeno che Artuffo, il cui faccione rubicondo non si può dimenticare chiunque abbia messo piede anche una sola volta al Teatro Rossini. E quel vecchietto, con la mantella da ricoverato all'Ospizio, giunto per primo a prender posto nell'autocorriera, insieme a una bella figliuola e ad un gagliardo giovanotto, era Egisto Olivieri in persona, il noto attore-autore attualmente in compagnia con Renzo Ricci ed i suoi accompagnatori rispondevano ai nomi di Rina Franchetti e di Gino Cervi, entrambi cari agli assidui degli schermi e delle platee! Siamo saliti anche noi, Artuffo ci aveva riconosciuti ed assicurato... il passaggio senza biglietto, e via alla volta di Sangano, seguiti da un corteo di macchine, recanti treppiedi, apparecchi da presa, materiale e personale vario. Sangano è un paesino delizioso. A farlo costruire appositamente la Est Film non sarebbe riuscita a superare in effetto scenografico la realtà. C'è una piazza... Come descriverla? Tutto là, crediamo, è rimasto intatto almeno da due secoli. La parrocchiale con un portico sostenuto da due colonnine d'un verde-trasparente; il castello merlato con una svelta torre quadrata; la modesta casa comunale, la canonica, la classica Osteria del Gallo... E nel bel mezzo della piazza un immenso e vestustissimo olmo, con il tronco circondato alla base da un largo muricciuolo dove, i maggiorenti del paese, i vecchi e le comari siedono di sera a conversare... Vedere per credere, e possiamo assicurare chi andrà a vedere che non avrà poi a pentirsi. Al giungere della superba rossa corriera i sanganesi si sono stropicciati gli occhi credendo di sognare. Poi, capito dì che si trattava, corsa di porta in porta, lungo i muri rustici, la magica parola “cinematografo”, tutte le case del villaggio si sono svuotate. E le ragazze!... indossati i farsetti più procaci, le scarpette della festa, per tutto il giorno hanno sfarfallato attorno ad attori e dirigenti. Hanno letto sui giornali stampati in viola di tante modeste ragazze diventate di colpo stelle dell'obbiettivo... E non si sa mai... Poi il sole è declinato, e si son fatte armi e bagagli. Addio, Sangano è ritornato il quieto villaggio di prima. Le ragazze hanno rinfoderato speranze e sogni, conservandone desti appena un pizzico. Infatti quel signore lungo dalla sciarpa al collo ha detto: “Ritornemo, forse, se farà bel tempo”. I vecchi hanno scrollato il capo. Partiti tutti, verso il tramonto, mentre le nevi delle montagne diventano azzurre e in alto s’orlavano di fuoco, i buoni vecchietti si sono ritrovati in piazza seduti sul muricciolo, sotto l'olmo plurisecolare dai rami punteggiati di gemme. “Quella bella corriera” qualcuno ha sospirato. “Altro che il nostro vecchio tranvai a vapore! Torino-Sangano, Sangano-Torino... Ma che abbiano voluto prenderci in giro?
M.C.

Dall’archivio storico La Stampa marzo 1934

 

21 agosto 1927
Il miracolo agricolo di Sangano

L'azione incitatrice del Capo del Governo per una valorizzazione totalitaria della terra, viene compiendo ogni giorno miracoli: e miracolo è questo di Sangano, il paesino quasi microscopico — meno di quattrocento abitanti — con le sue casette linde, ridenti tra il verde folto che le circonda e le sovrasta dai due lati del piano limitato dal primi accenni della montagna, con la sua piazza, al centro della quale un olmo gigante tre volte secolare protegge ad un tempo la chiesa, la casa del Comune, e la piccola scuola, col suo vecchio castello e l'albergo civettuolo, invitante l'uno ai ricordi del passato, l'altro ai lieti simposii all'aperto innaffiati da generoso Tokai, silente e ignorato angolo di pace a pochi chilometri dalla città, di cui, grazie al colonnello Di Robillant. reggente la Federazione provinciale fascista, ho potuto, per conto mio, l'altro ieri, “fare la scoperta”. Il “miracolo”, anche questa volta, è semplice: non ha nulla di complicato. E' la guerra che, generata dal male, sembra essersi compiaciuta di trarre dagli stessi suoi orrori le scintille del bene, proiettate fuori di essa, nel mistero del futuro. Una vicenda come tante altre. Un ufficiale di cavalleria, combattente eroico della Carnia, dell'Isonzo, del Carso, che, colpito da ferite atroci al viso e rientrato, nonostante ciò, in servizio incondizionato dopo sette mesi di ospedale, ma con le ferite ancora aperte tanto da meritarsi l'encomio del Conte di Torino, è costretto in questi ultimi tempi a cedere allo sforzo generoso e a ritirarsi, esausto di nervi, in una sua dimora di campagna: ecco presentato il capitano Giuseppe Giusiana. A Sangano, fra i contadini ch'egli ebbe compagni di trincea, in veste di fanti, l'ufficiale si accorge che la terra fertile non nutrisce in egual misura neppure tutti i suoi figli dai quali è coltivata, intorno v'è della miseria. Vecchi e vecchiarelle inabili ormai ad ogni fatica, mancano del necessario: ragazzi, o precocemente aggiogati, come i buoi, al lavoro, o lasciati in balia di se medesimi, perchè, per quanto il paese sia piccolo, la maestra, signora Virginia Benedetto, non basta per tutti, da sola: e il prevosto, Don Giovanni Gioana, deve badare alla cura delle anime di tutti. il capitano Giusiana decide di trasformarsi in maestro; apre una scuola serale e completa l'istruzione della maestra impartendo al ragazzi lezioni pratiche sui casi più frequenti della vita. Dopo alcune sere il successo è tale, che accorrono a frotte, pregando di essere inscritti, anche gli adulti, i padri dei ragazzi, e non solo del paese, ma dai Comuni vicini. E' il primo passo. Gli “scolari” sono tanti che dal castello dove l'ufficiale aveva attirato i suoi primi ascoltatori, egli è costretto a trasferirsi in un più ampio locale del Municipio. Mancano banchi, e il capitano, che provvede al suoi alunni tutto, carta, penne, inchiostro e più tardi fonderà anche l'Asilo In infantile, profondendovi una somma di oltre ventimila lire, promette una mancia a chi dalla borgata denominata Prese, aggrappata alle rocce in montagna trasporterà alcuni vecchi e pesanti banconi lasciati lassù inservibili. Passa qualche giorno; poi un bel mattino i banchi delle Prese si trovano allineati con gli altri nell'aula “scolastica” del Giusiana Chi li aveva trasportati? Nessuno lo seppe mai, e la mancia promessa andò a finire nelle tasche dei poveri. Ma l'ufficiale non si fermò. Girando per la campagna, si accorse che fra le aree possedute dal Comune ve n'erano non poche pietrose, abbandonate in balia degli sterpi. Formulò allora il secondo progetto. I ragazzi, trasformati da lui in Balilla, vispi e animati dal più ardente amore di patria, dovevano essere gli artieri che. liberando la terra dagli sterpi e dai sassi, e rendendola fruttuosa, avrebbero provveduto a rendere meno miserabile l'esistenza dei vecchi derelitti, a provvedere ai loro giacigli più decenti e soffici di anelli rinchiusi negli abituri diroccanti rifugi — alle porte di una metropoli — più adatti alle volpi che ad esseri umani. Cosi i Balilla, dirozzati nella mente e fortificati nel corpo, sarebbero divenuti poco a poco lavoratori modello e, a vent'anni, tecnici perfetti della vita rustica. In una località poco lontana dal concentrico, il Municipio concesse un appezzamento di terra composto di due giornata. I Balilla, sotto la guida del capitano, che quando occorre dà di piglio egli pure al piccone e alla zappa, iniziano il lavoro. Nelle ore libere gli adulti aiutano. I sassi estratti dalla sterpaia si ammucchiano ai lati. La catasta cresce ogni giorno. Finalmente di sassi ammonticchiati ve ne sono tanti da poter erigere con essi un grandioso palazzo dalle mura solide e massicce. Ma ecco — oh meraviglia — il vasto campo presentare la sua superficie dissodata, pronta, sotto il sole, a ricevere il concime e la semente. Lo scavo terroso raggiunge i cinquanta centimetri in profondità: dunque la messe non potrà che crescere rigogliosa! E cosi fu. Patate, fagioli, pomidori, granturco, crescono e prosperano dove prima non erano che pietre. Seminatori, dopo il dissodamento, sono ancora i Balilla; un Balilla sale sulla trattrice e imperterrito la guida attraverso il campo benedetto da Dio; Balilla sono i sarchiatori, gli irrigatori, i raccoglitori delle messi. Abbronzati, disciplinati, essi adempiono al loro compito con una serietà da digradarne tutti i “grandi”. Sono pienamente coscienti della loro missione: sanno di dare, dal fondo del loro minuscolo paese per virtù di quell’ufficiale che ha difeso col suo sacrificio la loro patria dall'Invasione straniera, nuove energie e nuovo pane all'Italia. E ne sono fieri, orgogliosi. il capitano dà un nome al campo San Giorgio. Lo spirito guerriero lo lega ancora al suo glorioso corpo. Egli vuole che il patrono dei Cavalieri, sia anche il protettore dei suoi piccoli amici e della loro santa fatica. Con lo stesso nome, del resto, era già .stato battezzato il sodalizio da lui costituito per il maggiore rendimento della terra: esso conta oggi, tra piccoli e adulti, più di cinquecento inscritti, ciò che sta a riprova dell'affluire a Sangano di contadini anche dal Comuni dei dintorni. il sodalizio è la terza opera benefica dovuta all'ufficiale che rinnova nel secolo ventesimo e sulle rive di un impetuoso torrente alpino, il Sangone, la bella e suggestiva poesia campestre di Cincinnato. Infatti i frutti del campo servono, come già si è accennato, a sopperire ai bisogni dei poveri del paese. Ora i Balilla continuano l'opera loro sotto altra forma. Lungo le strade comunali, nei terreni del Municipio ancora allo stato selvaggio come fino allo scorso autunno l'odierno Campo San Giorgio, piantano vivai di pioppi e gelsi: dal primo per trarre la materia necessaria per liberare l'Italia dalla soggezione straniera circa la fabbricazione della carta; dai secondi la produzione della seta, un tempo primato e ricchezza della Nazione. il capo della Federazione Fascista, che era accompagnato dal cav. uff. Cesare Valentino, membro del Direttorio Federale, ha voluto portare al bravo capitano Giusiana l'attestazione della sua viva simpatia per l'opera da lui compiuta. In Municipio, sulla piazza, sul campo San Giorgio, lungo le piantagioni dei giovani arbusti, accolto dai Balilla e da una folla di villici accorsi da ogni parte della zona — presenti il podestà capitano Bonassi, il segretario del Fascio, signor Cesa, l’Ing. cav. Caroglio, il cav. Pecco del Patronato Scolastico Manzoni di Torino e uno stuolo di gentil villeggianti, fra le quali la signora Bice Caroglio con la signorina Maria Teresa, la signora Bravetta, le signorine Giusiana, la signora Bosco Melano, la signora Bronchini, la nota sportmann signorina Marina Zanetti il colonnello Di Robilant ha pronunciato alte parole di compiacimento e di incitamento, per il capitano Giusiana e per i suoi Balilla. Poi è ripartito in automobile per Torino, salutato da nuovi scroscianti applausi. Poco dopo sulla piazza, sotto il grande olmo ombroso, che vedeva. nascere, con Vittorio Amedeo II, la monarchia Sabauda! la folla dei contadini circondò il capitano, lo asserragliò. Ed egli, in divisa, con voce squillante e commossa parlò, come quelli volevano. Esaltò la terra e il suo grande animatore: Mussolini. E uomini della campagna ripeterono i fragorosi alalà. Questo è il miracolo di Sangano.
FRANCESCO ODDONE.

Dall’archivio storico La Stampa 21 agosto 1927

15 giugno 1916
Grave disgrazia di un carrettiere

Tentando di salire sul proprio carro-tombarello, nella parte anteriore, il conducente Giuseppe Lanzetti, d’anni 16, di Sangano, scivolò e cadendo a terra una ruota gli passò rasente il capo. Il poveretto fu sollevato da alcuni passanti e trasportato all’Ospedale di San Giovanni, ove il dottor Pavesio gli riscontro contusioni al capo e gravi sintomi di commozione cerebrale. Fu quindi ricoverato in prognosi riservata.

La Stampa 15 giugno 1916

Tombarello = Carro a trazione animale in cui i piani di carico sono inclinabili lateralmente e posteriormente.

 

Piossasco

Scavi archeologici sul San Giorgio

Fervono in questi giorni d'estate gli scavi archeologici in vetta al Monte San Giorgio. Sono al lavoro, in collaborazione con vari assessorati comunali (Urbanistica, Cultura e Tempo libero) studenti dell'Istituto di Storia Medioevale dell'Università di Torino, aiutati anche a livello organizzativo da archeologi stranieri accorsi da Inghilterra, Francia e Turchia. Si cerca di portare alla luce le tracce del Monastero benedettino attiguo alla chiesa romanica di San Giorgio, risalente al X secolo. La campagna di scavi è organizzata dal Comune di Piossasco e dall'Istituto di Storia Medioevale e sta interessando molti degli stessi piossaschesi che, in modo particolare i giovani trascorrono le loro giornate in cima a San Giorgio assieme agli studenti ed agli archeologi. Sul restauro della chiesa romanica di San Giorgio è stata aperta presso il Centro di Incontro comunale di «Villa Alfano» una ampia mostra fotografica che ha lo scopo di far conoscere alla popolazione le varie fasi del lavoro dei gruppi di volontari (alpini Avis, artigiani giovani) che da maggio a novembre dello scorso anno hanno portato a termine la prima parte del restauro della chiesa, un monumento dei più antichi della zona e meta di lunghe passeggiate.
Quanto prima, a cura della Sovraintendenza, alle gallerie saranno restaurati gli affreschi all’interno della chiesa nel catino absidale: l’importanza dei dipinti è tale che la Sovraintendenza si è assunta totalmente il carico finanziario del restauro.
La Chiesa di San Giorgio (e l’attiguo ex convento Benedettino) e posta su una altura a quota 857 metri. Del Monastero si vedono ancora i resti e le fondazioni, pur non essendosi rintracciata ancora al riguardo della costruzione una documentazione precisa.
Gli scavi, compiuti anche in epoca precedente, (si pensa pure che anni addietro ignoti “tombaroli” abbiano asportato vasellame prezioso) hanno finora portato alla luce, i resti di monaci Benedettini e, proprio in questi giorni di un bambino.
Il ritrovamento fa ritenere che il monastero non fosse abitato dai soli monaci, ma risiedesse sul Monte San Giorgio una vera e propria comunità

Dall’archivio storico Stampa Sera 21 luglio 1979

 

10 aprile 1927
La festa degli alberi sul Monte S. Giorgio

Una caratteristica festa è stata organizzata dall’UGET per domenica prossima. Con il più vivo interessamento del comn. Fossa, capo dell'Ispettorato Forestale di Torino. Sarà compiuto il rimboschimento delle pendici del Monte San Giorgio da parte di un gruppo di escursionisti. Il programma e questo: Ritrovo: Via Sacchi angolo. Corso Duca di Genova (Tranvia Pinerolo) ore 6: partenza ore 6.20 arrivo a Piossasco ore 7.40. partenza Cappella S Valeriano ore 8.30 colazione: ore 9.30 partenza per Monte San Giorgio; in vetta ore 11: distribuzione pianticelle; piantagione e inaugurazione del nuovo rimboschimento al Monte San Giorgio ore 12.30 partenza per i Rocàs (m 824), alle Prese di Piossasco ore 13.30; pranzo al sacco. Salita facoltativa alla Montagnazza (m. 720). ritorno: ore 16 pel Colletto della Montagnazza (m.720) discesa al Castello di Piossasco, indi a Piossasco ore 17.30; partenza in tranvia pel ritorno a Torino ore 19. A Torino ore 20.20
Assisteranno alla cerimonia funzionari dell'Ispettorato Forestale. Le iscrizioni si ricevono alla sede dell’UGET. Verranno formati dei gruppi di 10 persone. In modo di agevolare e coordinare la piantagione nell'area ad essi assegnata. Ogni partecipante dovrà essere munito della piccozza per scavare le fossette della piantagione.

Dall’archivio storico La Stampa 7 aprile 1927

 

Festa degli alberi sul Monte S. Giorgio

Le falde del Monte San Giorgio che per ora si eleva quanto mai spellato e con l'ampia fronte aggrondata e costellata di buche rocciose, fra quaranta anni offrirà agli abitanti di Piossasco il refrigerio di meravigliose passeggiate sotto la pineta. I merendaioli torinesi, avranno sempre fra quaranta anni, quasi alle porte della città, un magnifico ristorante dalle pareti e dal tetto di verdura, gli esploratori una foresta vergine, i sentimentali un nido colmo d'ombra per addormentarvi i loro sogni e quello che più conta i veri innamorati della montagna una consolazione di più, per i piossaschesi una nuova ricchezza, l'industria del legname, un'altra miniera e poi, per finire, l'aria avrà un buon profumo di resina. Noi che scriviamo, non godremo più (però... chissà?) delle future meraviglie del Monte San Giorgio: le abbiamo però modestamenite seminate. O per lo meno, assistito alla loro... semina che in fondo è poi la sfessa cosa. Non ce ne vantiamo. Eravamo in trecento, eravamo belli, eravamo forti e, naturalmente, non siamo morti. , Ci son delle cose e delle opere magnifiche che si compiono in silenzio, quasi all'insaputa di tutti. Quando poi si vengono a risapere sono degli oh! e degli ah! di meraviglia. Scommettiamo che vi siano ben pochi a sapere per esempio, che, da qualche anno in qua il problema del rimboschimento è stato affrontato in pieno dal nostro Governo e che all'opera del Governo concorre generosamente, entusiasticamente la nostra più bella e più sana e più gagliarda gioventù piemontese. La gioventù che lavora nelle officine, che studia sul banchi delle scuole, che lavora negli uffici, che spiega la sua attività in tutti i rami dell'umana operosità. La gioventù migliore insomma. Quasi ogni settimana una schiera imponente di questi giovani partono dalla città alla domenica e dedicano il loro riposo festivo ad un'alta missione: quella del rimboschimento delle nostre belle e povere montagne colpite più crudelmente dall'avidità degli uomini e dall'inesorabile opera di distruzione del tempo. C'è una montagna brulla alla quale occorre ridare il suo ricco mantello di alberi. Ebbene la carovana “di soccorso” si compone e parte. Ai piedi dell'erta da salire la Milizia forestale ha preparato dei magnifici vivai che forniranno gli alberelli da piantare. In poche ore di lavoro, invece di mesi e mesi di impiego di una mano d'opera necessariamente lenta e perciò costosissima, questi giovani benemeriti, sotto l'esperta guida di ufficiali forestali, là dove prima non c'era che qualche sterpo e qualche melanconico verdeggiamento di sterili licheni, ecco sorgere i filari degli alberelli piantati che, di gradino in gradino salgono fino alla vetta della derelitta montagna. Al mattino la terra che a mala pena tratteneva qualche sasso pronto a franare, la sera è tutta pervasa dai primi brividi di una nuova vitalità; le prime radici nel silenzio della notte magnificamente “nuziale” tentano i primi e timidi serpeggiamenti e le prime “succhiate” di linfa. Il miracolo si è compiuto in poche ore. Tra quarant’anni, dunque, Monte San Giorgio, sgropperà giù, dall'alto della sua fronte rocciosa, una bella mareggiata di verdura. Larici e pini, raccogliendo la canzone del vento, la cambieranno in un bell'inno alla grande e prodiga madre natura. E' il caso di dire: chi vivrà, vedrà. Perche un pino non vien su come un fungo. E naturale. E, d'altronde, spuntasse con una simile velocità, gli uomini rapaci lo metterebbero immediatamente sott'aceto e chi s'è visto, s'è visto. Ieri, sette società alpine, o sorelle nel nome e nel simbolo della “Federazione alpinistica escursionista piemontese” invitate che, avuta la bella iniziativa, sono partite alla volta del Monte San Giorgio per compiere la missione e, non è una esagerazione, in men che non si dica, i trecento gitanti hanno piantato circa tremila pianticelle. La balda schiera era guidata dal vice presidente della Uget dottor Zucchetti, console della Milizia e dal signor Massocco, segretario della Falp. Era però necessario per il rito, l'assistenza di due esperti e come tali sono intervenuti il dottor Sala, della Milizia Forestale e il dottor Ferraris, centurione. Poco lontano da Piossasco, su un terreno quasi pianeggiante, i due esperti, anzi i due padroni spirituali della futura foresta hanno presentato ai “piantatori” il loro imponente vivaio, che accoglie più di trecento mila pianticelle di conifere: larici, larici del Giappone, pini neri e pini-larici. i neonati, sono neonati gli alberi che hanno qualche annetto di vita, godono una perfettissima salute. Non sono rosei ne paffuti che questi non sono i loro caratteri sintomatici, ma verdi e snelli e mingherlini che è un piacere a vedersi. Dalle loro culle, alcuni uomini, avevano dolcemente sollevate tremila pianticelle le quali sono state distribuite agli alpinisti. Acciuffati i “neonati” per le chiome (gli alberi nascono già con i... “capelli”) i benemeriti si sono portati sulle falde del monte e in breve tempo la foresta ha messo le sue basi, anzi, le sue... basette. Si, perchè naturalmente essa è ancora piccina e non tale da offrire ancora le invocate ombre deliziose. Compiuta la cerimonia che chiameremo di primo “allattamento”, signore, signorine, giovanotti, adulti e vecchi si sono arrampicati coraggiosamente fino in vetta al monte San Giorgio, e lassù il dottor Sala ha tenuta una dotta e interessantissima conferenza e il console dottor Zucchetti ha detto alcune vibrate parole di ringraziamento agli intervenuti e di altissimo elogio per l'opera che il Governo ha iniziato. L'arrampicamento sulla cima noi; personalmente, non l'abbiamo a tutta prima trovato indispensabile. C'è stato però spiegato che soltanto lassù si sarebbe trovata l'acqua per la colazione. E difatti, nel pomeriggio uno di quei temporaloni che sarebbero i “concerti in tono maggiore della montagna” ha allietato il ritorno dei trecento gitanti. Sotto però, ai piedi del San Giorgio, le pianticelle hanno cominciato a bere: salute e prosperità.

Dall’archivio storico La Stampa 11 aprile 1927

 

Cento volontari salvano la chiesa di San Giorgio

E' stata terminata nei giorni scorsi la prima parte dei restauri della Chiesa Romanica di San Giorgio, in vetta al monte che domina Piossasco. in una zona suggestiva, meta estiva delle scampagnate domenicali di molti torinesi.
L'edificio, che si trovava in stato di assoluto abbandono, risale all'anno 1000. al suo interno, notevoli affreschi di artisti del '400.
Per salvarlo. l'Amministrazione Comunale ha promosso nei mesi scorsi varie iniziative, stanziando sette milioni per i primi lavori di sistemazione e coinvolgendo tutte le associazioni ed i gruppi spontanei per il reclutamento di volontari disposti a portar via detriti, costruire recinzioni e puntellare travi cadenti.
La risposta della popolazione — e stata pronta: un centinaio di persone (tra cui molti artigiani edili) si sono radunate ogni sabato e spesso anche la domenica a lavorare in allegria e visti i risultati, anche con notevole profitto.
La Chiesa Romanica é situata in una località a 857 metri d'altezza ed è difficilmente raggiungibile. Parte dei lavori, quindi, è stata rivolta alla sistemazione della sede stradale, ed ha richiesto la collaborazione — anch'essa volontaria — del corpo di Polizia Rurale.
Ora scatterà la seconda fase, quella del vero e proprio restauro, con l'Intervento della Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici del Piemonte.
Dato il valore degli affreschi che la Soprintendenza vuole restaurare (ricoperti fra l'altro da parecchi strati di vernice), verrà chiesto anche un contributo allo Stato.
Alla Chiesa è pure annesso un Monastero, che probabilmente un tempo ospitava monaci benedettini. e del quale si vedono ancora ruderi e fondamenta, il Monastero non è citato nei documenti ufficiali e non si sa a quale epoca possa risalire.
quella del vero e proprio restauro, con l'Intervento della Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici del Piemonte.
Dato il valore degli affreschi che la Soprintendenza vuole restaurare (ricoperti fra l'altro da parecchi strati di vernice, verrà chiesto anche un contributo allo Stato.
Alla Chiesa è pure annesso un Monastero, che probabilmente un tempo ospitava monaci benedettini, e del quale si vedono ancora ruderi e fondamenta, il Monastero non è citato nei documenti ufficiali e non si sa a quale epoca possa risalire.
A studiare questi monumenti, con scavi e rilevazioni, verranno a primavera studenti della facoltà di storia medioevale, che stanno preparando una tesi sugli insediamenti abitativi del Medioevo

Dall’archivio storico Stampa Sera 16 gennaio 1979

 

Unione Escursionisti
20 marzo 1898

La prima gita dell’Unione Escursionisti di Torino avrà luogo il 20 marzo e si farà a monte San Giorgio e monte Montagnazza.
Partenza alle 6.30, ritorno a Torino alle 20.20. Marcia effettiva ore 5.30. Spesa £. 4.75.
Per le iscrizioni rivolgersi alla sede dell’Unione (Via Maria Vittoria, 19) fino alla sera di sabato 19 corrente.

Dall’archivio storico La Stampa 17 marzo 1898

 

Monte San Giorgio
18 maggio 1894
Giù da un burrone

 

Caduto un dodicenne dal Monte S. Giorgio

Una grave disgrazia è avvenuta l’altro giorno (18-5-1894): certo Paviolo Eugenio di Michele, d’anni 12, essendo al pascolo delle vacche, salì in compagnia d’altri suoi amici, alla cima del monte San Giorgio in cerca di erbe di montagna.
Il poveretto essendo quasi alla punta, precipitò dall’altezza di 25 metri producendosi tre ferite mortali alla testa. Alle grida dei suoi compagni accorsero sul monte con lenzuola il signor Cattanea Domenico, panettiere, ed il signor Davide Michele, contadino, e portarono il Paviolo a casa sua. Malgrado le cure prestategli dal Dott. Cesano Luigi il povero Eugenio nella notte stessa, alle ore 2 del sabato (19-5-1894), cessava di vivere.
Che strazio pei suoi genitori! L’accompagnamento funebre ebbe luogo oggi, 20, alle ore 8.

Dall’archivio storico La Stampa 21 maggio 1894

Eugenio Paviolo nato il 13 febbraio 1882 alle ore una di mattina
figlio di Michele fu Vito e della Andruetto Maria fu Giovanni
tutti di Piossasco

 

8 settembre 1930
Tragica fine di un carrettiere a Piossasco
Muore per salvare il mulo

Ieri mattina un treno merci della tranvia Torino-Orbassano-Pinerolo. a circa 200 metri prima di Piossasco, ha investito un carro trainato da due muli e condotto dal carrettiere Costanzo Beltramo, di anni 65, nato e residente a Luserna San Giovanni. Nell'investimento hanno trovato la morte il carrettiere e uno dei muli che trainava il carro. Testimoni del tragico fatto sono stati altri due carrettieri, pure di Luserna San Giovanni, che percorrevano, in condotta di altri due carri — uno trainato da due cavalli e l'altro da tre — in compagnia del Beltramo, la strada provinciale in direzione di Piossasco. Si deve alla prontezza del macchinista del convoglio diretto a Pinerolo, il quale ha fatto azionare i freni pochi istanti prima che il treno urtasse il carretto condotto dal Beltramo, se il disastro non ha assunto maggiori proporzioni. Secondo quello che hanno riferito i presenti al fatto, l'investimento si sarebbe verificato nel seguente modo. I carri di cui abbiamo detto più sopra erano vuoti e procedevano per la strada provinciale in fila indiana. Quello condotto dal Beltramo si trovava al secondo posto ed i veicoli viaggiavano ad una distanza fra di loro di circa 25 metri, tenendo regolarmente la loro destra. Sembra che il carro del Beltramo avesse una delle ruote in mezzo ai binari della tranvia, che in quel punto costeggia, allo stesso livello, la strada. I tre carrettieri avevano da poco oltrepassato la località detta "Fornace Onore Balla" dove la strada fa una ampia curva. Erano circa le ore 9,10. Ad un tratto perveniva ai carrettieri il fischio prolungato del treno-merci che giungeva dalla parte di Orbassano. Al segnale, tanto il Beltramo che i suoi compagni, prendevano le briglie dei cavalli e dei muli, spostando i carri per lasciare libero il transito al convoglio. Dei due muli trainanti il veicolo condotto dal Beltramo, uno era attaccato alle sbarre del carro, l'altro più avanti. Quest'ultimo, probabilmente spaventato dal giungere del treno, quando il convoglio si trovava alla distanza di circa una trentina di metri, s'imbizziva e scartando, si riportava in mezzo elle rotaie il Beltramo — dato il pericolo imminente che correva la bestia — senza rendersi conto che il suo gesto gli poteva esser fatale. con un balzo raggiungeva il mulo capriccioso, lo afferrava per la cavezza e tentava di rimetterlo sulla strada. Conseguentemente allo scarto del mulo, anche il carro deviava e si veniva cosi a trovare a filo dei binari della tranvia il pesante convoglio, fra il terrore dei compagni del carrettiere che assistevano impotenti alla drammatica scena, non era ormai che a pochi metri dal carro del Beltramo. Grida di spavento laceravano l'aria. Il carro, urtato violentemente di fianco dalla locomotiva del treno, girava su se stesso senza essere travolto, mentre la locomotiva, le cui ruote stridevano sotto l'azione della morsa dei freni, slittando Investiva il mulo recalcitrante e il carrettiere, gettandoli entrambi a qualche metro di distanza. Pochi secondi dopo il treno si fermava, ed oltre il macchinista, certo Borgognone, ne scendeva tutto il personale per prestare soccorso all'infelice carrettiere. Purtroppo le condizioni del Beltramo si presentavano essere gravi, tanto che gli astanti ritenevano necessario il suo immediato trasporto all'ospedale. Mentre del disastro veniva avvertito il capo stazione di Piossasco, e sul posto, informato da questi. si recava subito il maresciallo del carabinieri, signor Simone Gargano, il ferito veniva adagiato su di un'automobile e trasportato quindi al nostro ospedale Martini, dove giungeva verso le ore 11 circa. Al medico di guardia, dott. Mollo, non restava però altro che constatare la morte del Beltramo, avvenuta durante il trasporto a Torino. Il disgraziato carrettiere, secondo quanto ha stabilito il sanitario, aveva riportato contusioni, escoriazioni e fratture in varie parti del corpo, non che gravi lesioni interne seguite da emorragie. Sul posto del disastro i carrettieri, compagni del Beltramo, hanno provveduto a rimuovere il mulo, che era rimaste ucciso sul colpo dal treno. Il carro per il modo con cui è avvenuto l'investimento, non ha riportato che lievi danni, mentre l'altro mulo, quello che era attaccato alle spranghe, è rimasto incolume.

Dall’archivio storico La Stampa 8 settembre 1930

 

21 giugno 1952 Gazzetta Sera
Vaganbondaggi per il Piemonte

 

Acquerello di Piossasco

Acquerello di Piossasco

Alla “casa del dottore” Nulla è cambiato su a San Vito – Chi non c’è più e chi c’è ancora – Anche il Pumociu se l’è portato via l’inverno – L’eco perenne della voce del “sor Antonio”

Piossasco, giugno Ecco, non dovrei tornare a Piossasco. E invece molte volte l'ho fatto come per il gusto di sentir ridolere una ferita antica e quasi per tenerla aperta. Mi sono sentito per lungo tempo, specialmente negli anni più tristi, come un albero sradicato da questi prati e da questi monti. Qui riposano i miei morti, riposa tutta una parte della mia vita che mi sembra staccata da quella che ora vivo; potrei quasi dire che ci sono nato. Se proprio non ci sono nato, ci sono però rinato molte volte. Avevamo una casa là contro la montagna, e intorno c'erano delle vigne, e c'era una legnaia, un lauro, un ulivo, un cipresso, una magnolia, una scala sotto i noccioli. una terrazza per far la lotta col Sole, e tante altre cose. Era una casa vecchia, e non fu mai rimodernata, ma forse l'amavamo anche per questo, e fummo in essa vivi tutti insieme: sento ancora le loro voci e la voce della mamma che chiama e il campanile di San Vito che scandisce le tre le quattro dei pomeriggi d'estate l’eco delle bocce di chi gioca in piazza, il verso lontano di qualche gallina gli spari dei cacciatori su per la montagna il fischio remoto del trenino caffettiera.

La parte più alta

Ora quando l'azzurra massa del monte San Giorgio con la piccola appendice di San Valeriano compare all’orizzonte e sempre più s’ingrandisce e i vecchi ruderi dei Castelli mi vengono incontro come un’immagine che raffiori memoria dopo una lunga amnesia. non oso guardare se la casa c’è ancora e volto la testa da un'altra parte Giro alla svella verso il camposanto e tutt’al più, tornando, mi fermo un momento a casa del dottore. Giacché per me è sempre la “casa del dottore” quel piccolo edificio rossastro che s'incontra a destra di chi arriva, anche se il buon Dottor Silvani non c'è più, anche se ormai non vedrò ricomparire lungo la stradale il vecchio medico condotto sulla sua vecchia bicicletta, magro, un po' curvo, un po' stanco, ma sempre pronto ad alzarsi a qualunque ora della notte e a camminare sotto la luna verso qualche lontana cascina alla prima chiamata. Così lo ricordano i contadini che piangevano alla sua sepoltura, e l'avevano visto tante volte entrare nelle aie col suo passo lungo e lento, la fronte pallida, il viso illuminato da un sorriso che sembrava sempre un po' timido, e accarezzare i bambini, conversare coi grandi dei casi loro, entrare dal malato con quell'affetto pronto, assiduo, diligente che completava mirabilmente, in questa rara creatura, la seria preparazione scientifica, una dura autodisciplina, le lunghe notti passate a studiare dopo la giornata di lavoro.
Un giorno ho ceduto alla nostalgia e sono andato su, a San Vito, che è la parte alta di Piossasco, quella contro la montagna, sotto San Giorgio e i Castelli. Tutto è rimasto come un tempo: la vecchia chiesa, il sagrato, la piazzetta con gli ippocastani; in fondo alla piazzetta la strada che va ai prati della Martignona, un arco rustico, la porta del tabaccaio che aprendosi fa suonare una campanella, il breve pergolato di un'osteria; e qui mi sono seduto e ho chiesto del vino. C'erano due o tre vecchietti seduti sulle panche. Con loro mi sono messo a parlare delle persone che c'erano una volta: Merlin il ciabattino che aveva la sua botteguccia in una stradetta giù di là. Michel il postino che non rifiutava mai un bicchiere di vino a nessuna porta ed era sempre allegro e rosso e salutava portando due dita alla tesa del berretto. Sistu il giornalaio che arrivando col fascio dei giornali dalla stazione del trenino faceva sentire da lontano la sua voce stentorea, la vecchia signorina De Camillis che aveva pietà di tutti i cani randagi che incontrava e se li portava in casa e dava loro da mangiare e li chiamava “meschin, meschin”, Piatti il fabbro carradore e sua figlia, la povera Agnesin, che faceva i vestiti, e Luscin, la piccola Luscin svelta e vivace come un uccellino, che mi portò in braccio quando avevo un anno ed era figlia del Pumociu che faceva la barba a tutto il paese.
E del Pumociu, a proposto, che n'era? “Sun mi 'l Pumociu” mi disse voltandosi uno di quei vecchietti che erano sotto il pergolato dell'osteria. Allora; riconoscemmo e ci stringemmo le mani. Santo cielo, come passa il tempo, come cancella i volti delle persone, quanto poco ci appartiene il nostro povero passato!. Ed ora, mi hanno detto, anche il Pumociu se l'è portato via l'inverno. E Fiura? E la “fia 'd Fiura” che era una bella ragazza vestita d'un grembiule rosa con un fazzoletto in testa, quando bambino andavo coi contadini a fienare e mi facevo prestare da lei il rastrello di legno? E Vitu Baudin, e Pinot, e Rosa, e Tilde? E Alduccio, quel bimbo contadino con cui si giocava agli indiani, che un giorno si nascose in un fienile ed io mi misi a gridare che era caduto nella vasca e mia madre si gettò tutta vestita nella vasca per salvarlo e poi non era vero niente perchè lui spuntò da un'altra parte?

Dov'è “Mary”?

E “Mary” che faceva la commessa in città ed era profumata e arrivava col treno della sera e c'era la luna? e Mario che dopo l'altra guerra, quando era ancora un ragazzotto. si fece portare via due dita da una bomba a mano dimenticata dai soldati? Queste ed altre, altre ancora, innumerevoli, che a nominarle mi par quasi impossibile ricordarne tante, sono le persone legate nella mia memoria a Piossasco dei tempi felici, dall'infanzia alla giovinezza. Alla buona gente del paese non dispiacerà, spero, vederle qui ricordate da un vecchio “piusaschin” fedele a Piossasco anche da lontano.
Altri amici, tra i più cari che la sorte mi ha dato, i Boneschi, i Giordani, rivedo là nelle ville, nelle feste che ci allietarono fanciulli e adolescenti, nelle gite verso San Valeriano, la Pineta, le Prese, nel campo del tennis dove si disputarono per una patacca di stoffa ferocissimi campionati; e spesso è per me pensiero consolante sapere di poterli ritrovare l'estate nelle loro case, magari con qualche filo bianco alle tempie, e con numerosa figliolanza attorno ma sempre loro, perdiana, sempre loro con quella schiettezza di amicizia che è così difficile ritrovare una volta che si è perduta la propria età felice. Sento ancora la profonda voce del “sor Antonio” alzarsi da villa Giordani, quella bella voce di milanese cordiale e impetuoso, d'uomo forte che ha lavorato tutta la vita ed ha costruito la propria fortuna coi propri meriti, ed ha trasformato la propria casa in ritrovo ospitale per parenti ed amici, sento ancora la sua voce (che del resto si sentiva da tutto il paese) chiamare la signora Giordani e dire: “Eugenia, Eugenia, mi berrei volentieri una birretta”. Su questa semplice vita, come scendeva vasta e solenne e piena di speranze la sera! Affacciato sulla notte sonora di grilli all'infinito, ero felice come se nulla dovesse morire e tutta la vita fosse là dinnanzi, sicura come il cielo stellato: quella vita che ora vedo fuggire miseramente come un topolino nero.

Eugenio Galvano

 

Un nuovo ospedale a Piossasco
inaugurato dai Principi di Piemonte
L'esultante entusiasmo della folla rurale per l'ambita visita

Piossasco ha vissuto questa mattina ore indimenticabili. Per le sue grigie vie, che migliaia e migliaia di bandiere ravvivavano sono passati il Principe e la Principessa di Piemonte, a lato di S. E. il Prefetto Umberto Ricci e del Commissario Prefettizio al Comune di Piossasco cav. uff. Alberto Gabba. Li seguivano un corteo di personalità. Sulla soglia delle botteghe e delle porte delle abitazioni civili o rurali, si erano radunate in gruppo, donne, uomini e fanciulli; agli incroci delle strade la folla era più folta, lungo tutto il tratto che dovevano percorrere i Principi, per portarsi dall'Ospedale di San Giacomo, al Palazzo del Municipio, essa faceva siepe. Applausi, esclamazione di gioia e di stupore nel vedere i Principi, percorrere a piedi le strade, passare loro vicino e rispondere alle loro dimostrazioni di affetto con sorrisi, accompagnarono gli Augusti ospiti lungo tutto il tragitto. I Principi di Piemonte si sono recati questa mattina a Piossasco per inaugurare i nuovi locali dell'Ospedale di San Giacomo. Da Torino, sono giunti per partecipare a tale cerimonia S. E. il Prefetto, S. E. il gen. Alberti comandante la Divisione, il Presidente della Provincia gr. uff. Anselmi, l'Arcivescovo S. E. Mons. Fossati, il senatore Tisconia, il Console Galbiati della Milizia, il conte avv. Castino per la “Combattenti” la contessa Bice Barattieri di Sampietro delegata dei Fasci femminili, la signora Giordano. Un palco d'onore era stato preparato nel cortile dell'ospedale, decorato con trofei di bandiere, e per ricevere i Principi e le Autorità prestava servizio la banda comunale. I bimbi dell'asilo erano stati schierati sul balcone dello stabile mentre Balilla e Piccole e giovani italiane, fra cui anche orfani di guerra, venivano a disporsi a fianco del palco, e dalla parte opposta si ponevano i Giovani Fascisti. La inaugurazione si è svolta rapidamente. Ha parlato il cav. uff. Galba, ringraziando i Principi per aver voluto partecipare alla modesta cerimonia, dando così modo alla popolazione di poter porger loro un fervido omaggio prima della partenza per Napoli. Ha poi illustrata l'opera: cioè l'ospedale il cav. uff. Bessone. I Principi hanno poi visitato i locali, quindi — come abbiamo detto — a piedi, fra le generali acclamazioni, hanno raggiunta la piazza del Municipio dove erano schierati in forte, numero gli iscritti alle organizzazioni giovanili. I giovani fascisti salutavano alla voce, i Balilla e le Piccole italiane, agitavano bandierine coi colori dell'Italia e del Belgio. Intorno al Municipio la folla era fittissima. I Principi, saliti al piano superiore ricevevano nella sala consigliare, che a mezzo degli arazzi offerti dalla signora Boneschi, si era mutata in un salotto, le personalità del luogo e dopo un rinfresco ripartivano. Nuove calorose dimostrazioni accompagnavano i Principi lungo le vie di Piossasco, fino a che cioè l'automobile di Corte non ebbe raggiunta la strada provinciale.

Dall’archivio storico Stampa Sera 31 ottobre1931

Umberto di Savoia e Maria Josè all'ospedale San Giacomo

 

19 aprile 1957
Precipita con il trattore in un burrone e
si salva aggrappandosi agli arbusti
La macchina rotola per 30 metri fracassandogli una gamba Sul ciglio
del baratro rimane in bilico il rimorchio su cui si trovava un parente

Un trattore sfasciato, in fondo ad un burrone; un uomo gravemente ferito, aggrappato ad un cespuglio sulla parete del precipizio; un carro agricolo in bilico sulla voragine; questa l'impressionante scena di ieri mattina, fra i monti sopra Piossasco. Alle 5 il contadino Pierino Garello di 34 anni, domiciliato in frazione Gay di Piossasco, partiva pilotando un trattore « Eron » a quattro ruote motrici: al trattore era attaccato un carro. Lo accompagnava lo zio Umberto di 56 anni. I due erano diretti in località Prese di Sangano ove il Garello ha un bosco di sua proprietà: dovevano raccogliere sette od otto quintali di legna già tagliata e accatastata. Alle 7 erano di ritorno. La strada era pessima. Una ripida mulattiera dal fondo accidentato, con improvvise e strettissime curve. Il trattore procedeva alla velocità minima. Il Garello guidava con estrema prudenza. Ad un certo momento il convoglio arrivava ad una svolta a gomito, particolarmente pericolosa: sotto, s'apriva un salto di trenta metri. Il Garello compiva la curva lentissimamente e gridava allo zio, che se ne stava seduto sul carro, tra la legna: «Attenzione, questo è un brutto punto!... ». Non aveva finito di pronunciare la frase che il bordo della mulattiera franava e il trattore s'inclinava, con brusca mossa, su di un fianco. Il Garello, sorpreso, veniva sbalzato dal seggiolino e con un grido precipitava nel vuoto: ma la fortuna lo assisteva, piombava in un grosso cespuglio abbarbicato a mezza costa e istintivamente vi s'aggrappava: quasi nello stesso tempo il trattore, spezzato il gancio che lo teneva unito al carro, si rovesciava a sua volta nel precipizio. II contadino se lo vedeva arrivare addosso e chiudeva gli occhi. Il veicolo gli schiacciava la gamba sinistra e a balzelloni rotolava sino al fondo del burrone. Alla tragica, fulminea scena aveva assistito, con sbigottimento, lo zio. Il carro era avanzato sin sull'orlo del salto e aveva le ruote anteriori a pochi centimetri dall'abisso. Con cautela l'Umberto Garello scendeva e poi si calava nel precipizio sino a raggiungere il nipote semi-svenuto e sanguinante, ancora tenacemente abbrancato al cespuglio. Lo confortava, lo esortava a resistere, poi risaliva e correva alla borgata più vicina a invocare aiuto. Cinque o sei montanari, prontamente, rispondevano al suo appello e intervenivano con una rudimentale barella. Non era facile tirar su dal burrone il Garello; l'operazione di salvataggio, complessa e delicata, durava oltre mezz'ora. Alla fine il contadino veniva tratto in salvo, caricato sulla barella e portato in frazione Campetto. Qui saliva il medico dott. Alfano che gli prodigava le prime curo e ne ordinava l'immediato trasferimento a Torino. Prima di mezzogiorno il Garello veniva ricoverato all'ospedale San Vito e giudicato guaribile in non meno di due mesi causa la frattura della gamba sinistra e gravi confusioni.

Dall’archivio storico La Stampa 19 aprile 1957

Pineta in fiamme di notte sui monti sopra Piossasco
Il fuoco minaccia una borgata e un albergo
Un altro incendio è scoppiato in un bosco a Cumiana

I Vigili del Fuoco di Giaveno sono intervenuti domenica alle 21,30 In regione Campetto di Piossasco per un rogo sviluppatosi in una pineta di 25-30 ettari di superficie. L'incendio ha avuto inizio alle 17 e, in un primo tempo, sono intervenuti i vigili di Torino, che lo hanno domato dopo tre ore di lavoro. Quando essi erano già rientrati in sede, il fuoco è divampato nuovamente e così violento da minacciare la borgata Campetto e, molto da vicino, l'albergo ristorante «Nove Merli».
Sono giunti alle 21,30 i vigili di Giaveno, agli ordini del comandante del distaccamento Gilberto Monfrino, che hanno lavorato fino alle 8 di stamane. I pompieri di Torino hanno dato il cambio a quelli di Giaveno. rimanendo sul posto per tutta la giornata. A sera la montagna era ancora avvolta dalle fiamme. Alle 15 I vigili del secondo distaccamento di Giaveno sono intervenuti In regione Comballo, In prossimità della Colletta di Cumiana, dove un altro incendio divampava in un bosco ceduo di due ettari di superficie. I proprietari del bosco e contadini volonterosi si sono prodigati nell'opera [spegnimento. L'incendio è stato domato alle 20. I danni provocati dai due sinistri non sono ancora stati accertati. I due incendi, a Piossasco e Cumiana, sono scoppiati nelle località frequentate alla domenica dai gitanti in cerca di funghi. I pompieri ritengono che il fuoco sia stato appiccato da qualche contadino per distruggere il fogliame secco e concimare i campi.

Dall’archivio storico La Stampa 21 settembre 1965

Piccolo «tesoro» di monete d'oro scoperto
mentre si demolisce una casa a Piossasco

Ne sono state trovate cinque - Una (il «Due fiorini» di Vittorio Amedeo II) ha il valore di 100.000 lire sul mercato numismatico - Le monete, che risalgono a circa tre secoli fa, sono state rinvenute durante l'abbattimento di un muro nel borgo antico del paese

Pinerolo, 15 giugno. Un piccolo «tesoro», costituito da monete d'oro che risalgono a circa tre secoli fa, è stato rinvenuto durante 1 lavori di demolizione di un vecchio edificio di Piossasco: la voce della scoperta, circolata in tutta la zona, ha fatto accorrere oggi una folla di curiosi che ha quasi bloccato le strette vie del paese. Si tratta della casa di Giovanni Turinetti, via Solferino, nel centro del borgo antico. Ad attenderli nell'aia hanno trovato la moglie, una florida contadina dal volto sempre atteggiato al sorriso. Un tesoro? — chiede ridendo — Guardate voi stessi di che tesoro si tratta: roba, da matti. Nel palmo della mano mostra cinque monete d'oro: una, perfettamente conservata, le altre logorate dall'usura e dal tempo. La gente crede che noi abbiamo trovato delle casse ricolme di monete — dice la donna — qualcuno parla di milioni di valore. E' tutto qui: cinque "pezzi" d'oro, e neppure ben conservati . Il «tesoro» è venuto alla luce due giorni fa, durante i lavori di demolizione del muro perimetrale di una vecchia casa adiacente all'abitazione dei Turinetti. Fra le macerie la donna ha visto brillare qualcosa: tutte insieme, semicelate fra i calcinacci, ha trovato quattro monete. «La più bella — racconta — l'avevo rinvenuta un mese fa, sempre nello stesso posto, dove i muratori hanno scavato una fossa per la calce. Non avevo detto niente: ieri, vedendo le altre, l'ho raccontato ai vicini e adesso i curiosi hanno invaso la casa». L'unico a divertirsi in tutto questo trambusto è il figlio di 8 anni. Armato di paletta scava buche nel cortile, con l'aria assorta dei vecchi cercatori d'oro del West. Non è la prima volta che a Piossasco vengono rinvenute monete nascoste. Albino Colombaro, 40 anni, orologiaio, cacciatore, numismatico e rabdomante, ci ha raccontato un curioso episodio. « Circa un anno fa — dice — un anziano contadino è venuto a trovarmi tutto agitato. Lavorando nei campi aveva rinvenuto una mappa scolorita dal tempo. A fatica siamo riusciti a decifrarla. Indicava la posizione in cui, all'epoca della battaglia della Marsaglia, nel 1693, quando le truppe del generale Catinat sbaragliarono l'esercito di Vittorio Amedeo II, era stato sotterrato il tesoro di una famiglia patrizia . Per giorni e giorni il Colombaro ha vagato per i campi con il pendolino da rabdomante, ma del tesoro nessuna traccia. Finalmente, una mattina, il pendolino si è mosso». Ci siamo messi a scavare e abbiamo trovato una pesante lastra di pietra. Sotto, parecchie anfore di terracotta, rotte e vuote. Del tesoro nessuna traccia. Qualcuno ci aveva preceduti ». Secondo il Colombaro, che possiede una collezione , le monete trovate nel cortile della «casa dell'edera» (così era chiamata un tempo la costruzione che è ora in via di demolizione) sono state coniate all'epoca della reggenza di Vittorio Amedeo II. Per una non vi sono dubbi: si tratta quasi certamente del « Due fiorini » d'oro. Il suo valore sul mercato numismatico è di circa centomila lire. Un prezzo da amatore, perché il cattivo stato di conservazione ne abbassa notevolmente il valore commerciale. Per le altre quattro, ridotte a informi piastre d'oro, più difficile stabilire il tipo. Probabilmente costituivano il patrimonio di qualche antica famiglia di Piossasco che, per sottrarle alla razzia delle truppe del generale Catinat, le aveva murate. Dopo circa 300 anni sono tornate alla luce gettando lo scompiglio nel tranquillo paese. Don Giuseppe Fornelli, vicario della parrocchia di San Vito, che recentemente ha scritto un libro sulla storia di Piossasco, ha commentato argutamente l'accaduto. « Non è un tesoro — ha detto — ma vale molto di più se ha fatto conoscere alla gente l'esistenza del nostro piccolo paese.

Dall’archivio storico La Stampa 16 giugno 1966

Il carbonaio «merlo» che uccise il drago

Secondo la tradizione, il 24 gennaio di molti anni fa, un drago, proveniente da Piossasco, causò molti danni ai contadini dei sobborghi torinesi. I maggiorenti si riunirono per trovare una soluzione. Furono presentati diversi progetti e tutti vennero vagliati senza trovare la possibilità di attuarli. Un giorno, infine, si presentò al signore della città di Torino, assieme al suoi otto robustissimi figli, un vecchio carbonaio piossaschese, sopranominato «merlo» per i suoi scuri capelli. “Sire — egli disse — datemi il toro più feroce, nove sacchi di pane e altrettanti otri di vino: io e i miei figli salveremo Torino”. Avuto quello che chiedevano, i nove carbonai si recarono sul luogo ove il mostro riposava. Versarono il contenuto del sacchi e degli otri in una vasca e, alla sanguigna zuppa, accostarono il toro appositamente tenuto digiuno da giorni. Il bovino si saziò e divenne ebbro, furioso. Lasciato libero, vide il drago e gli si avventò contro lanciando muggiti poderosi. La lotta fu feroce; il mostro preso alla sprovvista mentre riposava, dopo molte cornate giunte a segno, decise la fuga, riparando per morire nella boscaglia della Montagnaccia (Monte San Giorgio), ove aveva la tana. I nove “Merlo” lo inseguirono e incendiarono la foresta e del mostro non si trovò più traccia. Il signore di Torino premiò gli umili carbonai, donando loro il titolo di conte e infeudandoli. Per perpetuare il ricordo dell'evento si decise di inserire nove merli nello stemma di Piossasco e un toro in quello di Torino che prima ostentava una stella a cinque punte attorniata da cinque piccoli globi.

Dall’archivio storico La Stampa 24 gennaio 1982

L’Eco del Chisone
Mercoledì 31 dicembre 2003
La storia di un paese raccontata dal suo stemma
Piossasco: nove merli o nove merle?

Secondo il Monti questa famiglia era ricca a tal punto che uno di loro, relegato in Savoia per ribellione ma essendogli stato permesso di rimanere sui suoi possedimenti, comprò tutte le terre che si trovavano tra quelle che già possedeva, arrivando così comodamente fino a Torino ed a Saluzzo

Sorta in epoca celto-ligure-romana, come indicherebbe la finale in "asco". Il suo toponimo, originatosi da un nobabile nome di famiglia romana, Piossasco fu già nel XIII secolo un libero Comune, dopo essere stato il luogo di origine di un'importante notabile famiglia dell'inizio del secondo millennio: i Piossasco. Se la storia ci documenta il loro vissuto pubblico ed ufficiale, è però la locale dimensione narrativa popolare a comunicarci quale fu il loro peso nel quotidiano; innanzi tutto conservandone il ricordo, e quindi rileggendolo e rielaborandolo.
Un esempio interessante ci viene dal racconto in merito alla composizione dello stemma di questa famiglia, che in origine sarebbe consistito in campo d'argento su cui campeggiavano nove merli, senza becco né zampe e disposti a decrescere: tre-tre, due, uno. La questione dello stemma dovette comunque avere una certa importanza nel passato, se don G. Fornerlli, uno degli storici locali, le dedicò un intero capitolo nella sua “Storia di Piossasco”. Così da questa fonte apprendiamo che per un certo periodo ci fu pure una certa incertezza suull'identità dei pennuti riportati: merli o merle? Pare infatti che in origine fossero quest'ultime ad essere figurate, dapprima in numero di quattro e quindi di nove, naturalmente sempre senza becco né zampe. Con questo numero, si ritiene che dovessero ricordare le nove primogeniture signorili costituite nel 1230 ed erette poi in feudi da Amedeo VIII nel 1391, o i nove contadi del feudo dei Piossasco, mentre come quattro l'accostamento era con i corrispondenti rami della nobile famiglia.
La definizione del contenuto e della sua disposizione sullo stemma rimase comunque ancora per tanto tempo un problema aperto, sebbene fossero nel frattempo sparite le presunte menomazioni dei merli originari. In ogni caso dal 1950, a seguito tra l'altro di una disposizione di legge in materia che stabiliva che gli stemmi nobiliari non potevano più essere stemmi dei Comuni, il Comune fissò definitivamente in sei il numero dei merli “integri” e disposti sempre a scalare 3-2-1 (fonte don Fornelli). Tutte queste vicissitudini numeriche ed ornitologiche non spiegano però il perché della scelta del merlo o della merla e soprattutto delle anomalie fisiche in cui sarebbero stati originariamente ritratti.
Se si esclude il fatto che Merlo I fu il nome del capostipite dei Piossasco, personaggio che secondo l'abate Baruffi, 150 anni fa veniva ancora popolarmente ricordato attraverso i toponimi "rocca del Merlone" e "Gran Merlone", assegnati rispettivamente allo sperone roccioso ed al "castellaccio", sopra edificatovi, è difficile trovare motivazioni convincenti. il merlo appare infatti simbolicamente alquanto sfuggente; come femmina, dando una lettura popolare al non così raro, fenomeno dell'albinismo in questa specie, è associato nella meteorologia popolare agli ultimi giorni di gennaio, con un'indicazione di particolare freddo, come maschio invece giocando su di una certa assonanza con il termine piemontese "erlo", si è ritrovato quasi sinonimo di quest'ultimo, e cioè di spavaldo e di sbruffone.
Ma a prospettarci la soluzione del caso... ci ha pensato la leggenda, che dovette godere di una certa notorietà nel passato vista la sua conservazione, diffusione e la sua riproposta in testi antologici. La versione qui riassunta, venne ad esempio redatta dal prof. Augusto Monti 60-70 anni fa ed in seguito pubblicata su "Invito alla collina torinese", a cura di Remo Grigliè.
Dopo aver combattuto e vagato per mezzo mondo, un Piossasco tornò malconcio e stracciato a casa dal vecchio padre. La gioia di quest'ultimo diventò ancor più grande quando venne poi a sapere che il ragazzino dalla pelle scura insieme a suo figlio era suo nipote. “Un bel merlotto", fu il suo commento felice, commento che poi ripetè per altre otto volte, man mano che gli venivano presentati tutti gli altri nipotini con le stesse caratteristiche ed in età a scalare.
L'uomo, felice perché la casata era cosi ben puntellata, volle che questa gioia fosse riflessa anche sullo stemma di famiglia, che avrebbe dovuto però riportare nove merli senza becco. La sua preoccupazione era infatti che questi "merlotti", una volta cresciuti, gli mangiassero poi tutto. Secondo il Monti, questa famiglia era ricca a tal punto che uno di loro, relegato in Savoia per ribellione, ma essendogli stato permesso di rimanere sui suoi possedimenti, comprò tutte le terre che si trovavano tra quelle che già possedeva, arrivando così comodamente fino a Torino ed a Saluzzo. Addirittura, per farla in barba a chi l'aveva confinato, fece costruire una strada tra queste due ultime località per agevolare ulteriormente i suoi spostamenti.
Purtroppo la paura del. vecchio signore per certi versi si concretizzò, ma uno sparuto gruppo di cantori della notte continua a ricordare, anche sul nuovo stemma, la lunga storia di questa città tra gli ultimi monti e la prima pianura.

Diego Priolo

 

15 novembre 1956
Il Corriere Alpino

Un paese del pinerolese senza disoccupati

Un paese del pinerolese senza disoccupati
Piossasco, terra di agricoltori e artigiani

Avevo sempre avuto l'impressione, quando in tramvia e recentemente in macchina, percorrevo la strada che noi. Pinerolesi chiamiamo strada di Orbassano, che Piossasco fosse tutto ai lati della strada, un lungo paese come lo è Lungavilla in quel di Pavia. Solo quest'oggi ho avuta rivelazione di un grosso borgo che si estende dalla strada alle, pendici del Monte San Giorgio. Vi si accede per un piccolo ponte moderno sul Sangonetto e ci si trova in un vero dedalo di viuzze e viottoli tra muri alti tappezzati di edera e di quei fiori vivaci a varie tinte che in Piemonte chiamano porslana.
C’è del mistico e del conventuale, interrotto ogni tanto, ad una svolta, dalla teatralità ariosa del monte ormai quasi completamente rivestito di pini d'un verde bruno e di quel rudere magnifica dell'antico castello dei Conti di Piossasco che in questo splendore di sole ottobrino sembra rivivere i fasti del passato. Ma il casato dei Piossasco, che ha dato dei famosi condottieri e la leggendaria contessa Ortensia, la Giovanna d'Arco del Piemonte, si è completamente estinto. Quarant’anni fa viveva ancora in miseria l'ultimo rampollo, alto e signorile nonostante gli abiti logori e rattoppati, che sbarcava il lunario cantando nelle bettole canzoni di sua composizione. Ne ricordo una scanzonata e triste nello stesso tempo.
Cribio, cribio, che vita, che pene — Che carestia! E dirindin e dirindindan — J'è mac, pi ‘d miserie a Turin e Milan, — E dirindindan e dirindindin — J'è mac pi 'd miserie a Milan e Turin. Cribio, cribio a 'jé d lader Ca giro, ca mangio e ca beivo E '1 poyr travet Tira i causet.
Quando, insieme coll'amico Dott. Zanone, entriamo nella piazzetta del Municipio, ci pare che la festività del sole sia tramontata. Ci troviamo in un'atmosfera di austerità e di silenzio assoluto. La piazzetta è rettangolare e la case sono di un grigio di pietra. In fondo vi è il Palazzo Comunale con un portico, nel quale campeggia la lapide dedicata ad Alessandro Cruto, un cittadino illustre che fece delle importanti scoperte nel campo dell’elettricità.
Il segretario comunale, il Dott. Arbia, alto, elegante ci accoglie affabilmente é cì illumina sulle condizioni economiche di Piossasco che sono buone. Non vi è in crisi della disoccupazione, perchè gli opifizi locali, come quello della produzione del vermout del signor Bonino, i due spazzolifici dei Signori Vagnone e Rossi assorbono in parte la mano d'opera locale. Settecento tra operai ed impiegati lavorano a Torino. Inoltre a Piossasco vi sono molte piccole officine che assorbono un buon numera di operai. È un artigianato che produce pezzi di ricambio per le grandi fabbriche torinesi. Vi sono solo pochi disoccupati, ci dice argutamente il Dott. Arbia, ma sono i professionisti della disoccupazione. Perciò il buon Conte di Piossasco, se vivesse ancora, non potrebbe adattare al suo ex-feudo la famosa sua canzone della miseria. L'agricoltura è fiorente. Grossi cascinali con larghe distese di prati e di campi, i cui prodotti sono assorbiti in gran parte dai mercati di Torino.
— Ho sentito qualche lagnanza per le tasse comunali — gli dico.
— Sì, abbiamo dovuto calcare un po' la mano per un mutuo di cinquantadue milioni al quale il Comune ha dovuto sobbarcarsi per l'acqua potabile per la sistemazione delle strade, dove l'acqua stagnava con grevi conseguenze per l’igiene pubblica. Avevamo avuto molti casi di tifo, con trecento morti dovuti alle bealere ed alle pozzanghere che raccoglievano i rifiuti. Ora il morbo è completamente domato, ma la bonifica è costata parecchio. Altre spese ingenti si sono fatte per il rimboschimento del monte San Giorgio, che una ventina di anni or sono era ancora brullo e squallido. Le folte pinete verdi che ora rivestono completamente il versante est hanno conferito al paesaggio una nota pittoresca. Ci rimane ancora da compiere una operazione di bonifica ed è la fognatura.
Quando usciamo nella piazzetta austera, sentiamo una voce stentorea, vibrante e quasi irosa che rompe il silenzio conventuale, una voce da profeta biblico. Poi spunta una sagoma bassa e quadrata di un vecchio col berretto a visiera del giornalaio.
Gazzetta della Sera - Cessate il fuoco! L'estroso strillone aumenta il volume della sua voce tonante quando pronuncia l'ultima frase, che non troviamo fra i titoli del giornale. È il vecchio Sisto, più che ottantenne, un po' sordo, ma vegeto e rubicondo, una simpatica macchietta di Piossasco, che visse molti anni a Pinerolo lavorando da barbiere. Ricorda la vecchia Pinerolo della belle epoque, specialmente i barbieri, presso i quali lavorava, il Migliorero, il Ferrero.
Ha un odio ed un amore. Odia la guerra. Cessate il fuoco! Ed ama i baffi ottocenteschi, i baffoni spioventi, i baffi all’insù che quasi toccano gli occhi, i baffi a virgola ed a spazzola...

Luigi Timbaldi.

Piossasco

Inaugurata solennemente la strada degli Alpini

Inaugurata solennemente la strada degli Alpini

Non è facile fare una completa relazione della grandiosità con cui si è svolta la festa di San Giorgio, celebrata il 1° maggio scorso, sulla vetta del monte che si intitola appunto a San Giorgio.
All'alba era caduto un acquazzone, che però non impedì che lassù salisse una folla straordinaria di gente, per godere una piacevole giornata.
La novità attraente era la inaugurazione del nuovo tronco di strada, lungo 2 km. e 225 metri. La festa è incominciata all'inizio della nuova strada, ove fu eretto un cippo che porta scolpita un'aquila con sotto questa iscrizione: “Strada degli Alpini - inaugurata il 1° maggio 1963”.
L'iscrizione vuol ricordare che la nuova strada venne costruita per iniziativa del Gruppo Alpini di Piossasco con la collaborazione di genieri alpini della Divisione Taurinense.
Alle ore 9.30 cominciò la cerimonia: la Banda Musicale di Piossasco che fece servizio per tutto il giorno, con una marcia militare chiamò a raccolta un numeroso pubblico. Una fanciulla, Bruna, figlia dell'ex-alpino Bianciotti Loris con grazia e con molta espressione disse bellissime parole di circostanza. Il Vicario benedisse la strada e la signora Piera Vittani Pognante, zia della medaglia d'oro Nicola Lorenzo, tagliò il nastro tricolore. Così fu aperta la nuova strada, lungo la quale si riversarono pedoni, moto e macchine in quantità.
Verso le ore 11 sulla vetta del monte, ai piedi della Croce monumentale fu celebrata la Messa dal Vicario can. Giuseppe Fornelli, che dalla circostanza della nuova strada trasse alcune elevazioni spirituali, ricordando le strade nominate nel Vangelo. Servivano la Messa i due alpini Germena Arturo e Piero Rocchino. Dopo la funzione religiosa pranzo al sacco per tutti, e rancio alla forchetta per le autorità e rappresentanze, che presero posto ad una lunga tavola, ben preparata. Vi sedevano due generali: Magnani comandante la Divisione Alpina Taurinense e Faldella ex-comandante del 3° Alpini. Accanto ai generali erano i colonnelli: Durio, comandante la Brigata Alpini di Torino; Garino e Operti colonnelli a riposo. Abbiamo notato il sig. Bonetto vice-sindaco di Piossasco, i! sig. Giordana Marcello presidente del Gruppo Alpini di Piossasco, il geom. Luigi Boursier ex-sindaco e rappresentante della Pro Loco, il cav. Turinetto da Cumiana, padre di una medaglia d'oro; il sergente Esposito, che fu l'iniziatore dei lavori per la costruzione della strada con i soldati genieri Pianezzola Tonino, Negro Italo e Borghetto Aurelio.
Discorsi sono stati pronunciati dal Vicario, dall'avv. Operti e dal geom. Boursier per sottolineare la solennità della festa, alla quale recarono tanto lustro i due generali e i colonnelli. Nei discorsi si sono formulati elogi e ringraziamenti al sig. Giorda Giovanni, segretario del Gruppo Alpini di Piossasco e mutilato di guerra, che è stato l'organizzatore e l'animatore della festa, così ben riuscita. Ringraziamenti furono rivolti anche agli Alpini di Piossasco, e complimenti alle gentili signore che servirono a tavola il lauto pranzo da esse stesse preparato.
Non sono mancati i canti della montagna, eseguiti dal Coro giovanile «Monte Cervino» di Torino e dal Coro giovanile della parrocchia di San Vito di Piossasco.
Rettori della festa furono i due ex-alpini Giorda Giovanni e Bianciotti Loris. E nel prossimo anno saranno di nuovo due alpini, i signori Giordana Marcello e il geom. Luigi Boursier, i quali stanno già ideando altre novità.
Con piacere ed orgoglio possiamo conchiudere che con questa inaugurazione è stata aperta una nuova via di sviluppo al turismo in Piossasco.

1 maggio 1963

 

Piossasco 5 settembre 1882
Nuova luce elettrica

Anche in Italia, la terra dei Volta, dei Galvani e dei Pacinotti, fu trovata una nuova importantissima applicazione dell’elettricità alla illuminazione.
Iersera (martedì 5 settembre 1882) a Piossasco se ne fecero i primi esperimenti che riuscirono splendidamente sotto ogni aspetto.
La nuova importante invenzione, che non potrà a meno di recare grande influenza nei nuovi ineccepibili sistemi di illuminazione elettrica, ha già ottenuto i brevetti di privativa nei principali stati civili del vecchio e nuovo mondo.
Ne parleremo altra volta tornando sull’argomento.

Gazzetta Piemontese 6 settembre 1882

Sangano — Piossasco
Drammatica lotta contro le fiamme per evitare un disastro,
Per dieci ore brucia un esteso bosco che circonda la polveriera di Sangano

L'allarme in due frazioni di Piossasco. L'incendio avanza su un fronte di km. 4. I contadini fuggono con il bestiame. Intervengono pompieri e soldati. A sera ogni pericolo era scongiurato.

Alle 12 e 30 di ieri l'allarme si levava nella piccola frazione di Campetto, un gruppo di case sopra Piossasco, aggrappate al dorso della Montagnassa. Gli abitanti stavano mangiando e qualcuno gettava un grido “il fuoco! il fuoco!”. Uscivano tutti, uomini e donne. A meno di cinquecento metri dalla frazione, il bosco, formato da castagni, querce, ginepri ed eriche, bruciava. Le fiamme divampavano furiosamente e si udiva il secco crepitio dei rami che si torcevano e si schiantavano. Sperando di poter circoscrivere il sinistro accorrevano con accette e secchi d'acqua Luigi Novarese, Giuseppe Lovera, Luigi Lovera, Giovanni Spesso ed altri animosi: ma la loro opera si rivelava inefficace. L'incendio era troppo violento e ormai troppo esteso. In 45 minuti il fuoco si estendeva su di un fronte di ben quattro chilometri. Ad aggravare la situazione cominciava a spirare un vento abbastanza forte. Pezzi di corteccia roventi venivano trasportati a notevole distanza dove cadevano si creava un nuovo focolaio. Verso il cielo sereno s'alzavano grandi nuvole nere di fumo. Si trovava minacciata anche la frazione Le Prese: i contadini, spaventati, raccoglievano le loro cose più necessarie e adunavano il bestiame, pronti alla fuga. Pure qui animosi tentavano di contrastare l'avanzata dell'incendio, ma dovevamo desistere, per non restare soffocati e soprattutto per evitare la continua, pericolosa pioggia di frammenti accesi. Dal basso si notava il rapido progredire del sinistro. Le colonne di fumo erano visibili da Orbassano e da Rivoli. Il sindaco di Piossasco, cav. Andruetto, organizzava i primi soccorsi razionali. Da Torino partivano a tutta velocità i vigili del fuoco: quattro distaccamenti, al comando dell'ing. Di Palma, una forza di circa settanta uomini, particolarmente attrezzata per la lotta contro gli incendi dei boschi. Ad essi si univano i carabinieri di Piossasco e di Orbassano. Le fiamme stavano divorando un appezzamento calcolato in più di 100 giornate. Era uno spettacolo impressionante: gli alberi ardevano come torce e di quando in quando precipitavano fragorosamente sollevando un nugolo di faville il fumo era densissimo e a volte i pompieri si trovavano a brancolare in una specie di nebbia acre o fetida. Il caldo, in certi punti, era insostenibile il lavoro dei vigili appariva subito molto duro. L'ing. Di Palma, resosi conto della situazione del terreno e delle condizioni atmosferiche, impartiva opportune direttive e pian piano il dilagare prepotente del fuoco veniva contenuto e poi arrestato. Tuttavia dal versante di Sangano le fiamme compivano ulteriori progressi: ad un certo momento del pomeriggio sembrava addirittura che il sinistro dovesse scendere lungo la costa e arrivare sino alla polveriera. Distaccamenti di militari venivano fatti affluire con sollecitudine sul posto. Da Torino arrivava un intero reparto del Genio militare specializzato in opere anti-incendio. Ma quando il reparto entrava in Sangano, ogni pericolo per la polveriera poteva considerarsi scomparso. I pompieri, aiutati da guardie forestali, militi dell'Arma e volontari, con un'attività veramente encomiabile erano riusciti a ridurre il grande incendio e a domarlo completamente. Nell'oscurità brillavano gli ultimi vasti bracieri e si vedeva lungo tutta la costa del monte il lampeggiare delle torce elettriche. Sino a Piossasco, gremita di gente che guardava, scendere il forte puzzo di bruciato. Alle 21 l'incendio era finito. Gli abitanti di Campetto e delle Prese rientravano tranquilli nelle loro case e il bestiame tornava nelle stalle. Sul monte restavano sei o sette pompieri a spegnere i piccoli residui di fuoco, che ancora covavano tra i cespugli. Prima delle ore 23 anche questo lavoro pareva concluso. Sul luogo, verso le 17, si recava l'ispettore compartimentale delle foreste, Vigni, per l'accertamento delle cause che hanno provocato il sinistro e per il rilievo del danni. Si pensa che le cause siano occasionali: un cerino buttato via distrattamente e imprudentemente o un falò acceso da contadini e lasciato poi mal spento. Per ora si esclude nel modo più assoluto l'intenzione dolosa. La valutazione dei danni, che colpiscono una cinquantina di proprietari privati e, solo in piccola parte, anche il comune di Piossasco è in corso e sarà completata entro la giornata di oggi. Per fortuna non si hanno da registrare feriti: solo un pompiere, Giovanni Camagna, durante il lavoro, è ruzzolato in un canalone e s'è contuso e graffiato alla gamba destra. Medicato sommariamente, ha continuato a disimpegnare i suoi compiti sino alla fine dell'operazione.

Dall’archivio storico La Stampa – 13 marzo 1957

Sangano

Un incendio minacciava la polveriera di Sangano
Per fortuna dopo breve tempo il vento ha spostato le fiamme verso la direzione opposta
Pini inceneriti in una vasta zona

Un incendio è divampato per tutta la giornata di ieri sulla collina di San Giorgio, presso Piossasco. Vigili del fuoco di Torino e di Giaveno hanno lottato dieci ore per circoscrivere le fiamme che minacciavano la polveriera di Sangano. I primi a dare l'allarme sono stati verso le 9,30 di Ieri gli abitanti di Piossasco Alta. I carabinieri di Orbassano hanno chiamato i vigili del fuoco. Da Torino sonò partite due squadre ed una, con autopompa, da Giaveno. Sul posto i vigili si sono resi conto che l'autopompa era inutile perché non v'erano prese d'acqua né ruscelli. Con picconi e badili, si sono sobbarcati al duro lavoro di scavare un fossato e di tagliare le piante attorno alla vasta area In cui divampava l'incendio. Il vento in un primo tempo aveva sospinto le fiamme verso Sangano dove è la polveriera dell'esercito. Il fuoco non distava ormai che 500 metri dal deposito di munizioni e appariva difficile contrastarne la rapida marcia. Il pericolo era grave. I vigili accorrevano in quel luogo Insieme con volontari. Ma per fortuna il vento mutava direzione e sospingeva le fiamme verso la zona opposta. Il lavoro proseguiva fino alle 20. che dava però il risultato di debellare il sinistro. Sul posto si sono fermai e squadre di Vigilanza per impedire che eventuali focolai nascosti sotto la cenere, riprendessero fuoco. La zona devastata è vasta: l danni, però, data la giovane età dei pini distrutti, non sono ingenti: si calcola che si aggirino sui due milioni di lire. A tarda notte i vigili del fuoco di Torino sono stati nuovamente chiamati sul posto perché la brezza notturna aveva riappiccato le fiamme ad un altro tratto di bosco.

Dall’archivio storico Stampa Sera 3 febbraio 1964

Trana

Il Santuario dei fidanzati

La verità, soprattutto. La benedetta antiquata caffettiera (regaliamole questo appellativo mentre se ne meriterebbe un altro), che da Orbassano trasporta a Giaveno tutti coloro i quali non possono concedersi il lusso di un'automobile,è una pena. Il fumo acre della vaporiera disturba l'apparato respiratorio. Il pulviscolo imbruna la pelle e le vesti; Il dirugginio dei ferrami intontisce. Dopo mezz'ora di corsa il viaggiatore scende a terra sporco e insordito. Per l'incremento turistico che la zona merita, pel decoro stesso del Piemonte c'è da augurarsi che l'elettrificazione del tronco, attualmente in progetto, sia presto attuata.

Amore e fede

Il Santuario di Nostra Signora di Trana è detto il santuario dei fidanzati; Costoro arrivano da tutto il Piemonte. S'inginocchiano dinanzi alla Madonna. Pregano. A conferma delle promesse scambiate, si stringono le destre. La stretta è il suggello al fidanzamento, è il voto per cui entrambi serberanno sempre il culto Mariano, tramandandolo ai nascituri. Qualche anno dopo le coppie ritornano, coi rampolli. E cosi di padre in figlio; di figlio in nipote la tradizione continua. Il santuario è ultra millenario. Sino alla fine del XVIII secolo,fu chiesa parrocchiale di Trana. Vi fu custodita la statua in ebano detta Vergine, che la tradizione vuole scolpita da San Luca. Roso dal tarlo dei secoli e dotte devastazioni degli eserciti francesi, il tempio cadde in rovina La parrocchia fu trasferita al centro del paese. La sola cappella della Vergine si salvò. In omaggio alle quattro prodigiose apparizioni fatte, nel 1772, della Madonna al parroco, al farmacista, al chirurgo, ad un contadino del luogo, per unanime consenso di maggiorenti e di popolo il santuario fu eretto. La fama dette grazie, dei miracoli concessi per intercessione di Nostra Signora di Trana varcò presto i confini del paese, dilagò in Piemonte ed oltre. A Lei ricorsero i fedeli, senza distinzione di classe e di censo; dai Reali di Savoia (1775) all'umile contadino. Attraverso i secoli le pareti del santuario andarono tappezzandosi di ex-voto, d'infinite pitture, primitive nella concezione ma non prive di un certo senso d'arte. Nelle tre prime domeniche di settembre ogni anno si celebra la festività di Nostra Signora. In ciascuna domenica si calcola che vi convengano non meno di quarantamila persone. La più lussureggiante vegetazione arborea adorna le vicinanze del Santuario. La fonda cintura di verde di tutte le gradazioni, la suggestiva penombra della cappella della Madonna, degli altri altari, la pace assoluta danno al visitatore l'illusione di essere straniato dalle materialità della vita terrena. Sull'abside una tela del Campisani simboleggia il nome di Maria. I capitelli sono orlati in oro zecchino. Sui transetti dell'altar maggiore s'aprono due porticine. Sono fregiate d'oro dall'arte magistrale del Carré. Sull'aggetto di destra Ce un quadro pregevolissimo di autore ignoto. Esso rappresenta Gesù bambino, che porge la croce al bacio di San Giuseppe. Sopra il portale d'ingresso c'è l’organo, uno dei più antichi del Piemonte. Soppresso in Avigliana un convento degli Agostiniani, dal Governo napoleonico fu demandato un liquidatore per l'incameramento dei beni ecclesiastici. Costui, riconosciuto il grande valore dell'organo stesso, pensò di appropriarsene. L'amministrazione del santuario dovette quindi acquistarla da lui a prezzo elevatissimo.

Il panorama dal campanile

Con la guida cortese del canonico Casalegno, rettore del santuario, siamo saliti sul campanile che, opera dell'ing. Mottura, da 50 anni protegge il tempio, e domina incontrastato il magnifico panorama dei dintorni. Sotto la cella campanaria una ampia balaustrata offre comodità di osservazione e un incomparabile campo di vista. A nord-nord-est il colle della Sagra di San Michele. A nord-est il primo lago di Avigliana con la diafana distesa delle acque cullantesi nella conca di smeraldo. A nord e nord ovest i colossi delle Cozie: il Monviso, inesauribile cornucopia di nuvole; le prealpi che segnano la displuviale delle due opposte valli di Giaveno e di Fenestrelle: il. colle della Braida e val Gioie (vallis indacorum) perchè fu la prima colonia di cristiani trasferitasi, in Piemonte. Vi transitò Carlo Magno per prendere alle spalle Re Desiderio per fiaccare così la dominazione dei Longobardi durata in Italia 206 anni. Secondo la leggenda, vuolsi che pure Annibale vi sia passato, discendendo in quel di Giaveno. Dal messaggio da lui mandato in patria, e cioè: «Iam veni» sarebbe derivato Giaveno. A fianco del santuario sovrasta la collina di Moncuni: sotto, tuffata nel verde e lambita dal Sangone, si stende Trana. A ponente, tra faggeti e castagneti fanno capolino le rovine dell'antica chiesa del Belvedere, un tempo casina di caccia dei Principi d'Acaja. A sud-ovest la crina di Monte Pietra Borga si delinea nella fitta boscaglia, quale meta di facili passeggiate, tra ombre cortesi e profumi d'erbe. Sulla pianura opima si distinguono: Sangano, Bruino Orbassano, Moncalieri, le colline di Torino. A oriente s'indovina il castello di Reano, che per molti secoli fu dei Principi della Cisterna e che fu portato in dote da Maria Vittoria al Principe Amedeo, Duca d'Aosta.

Dall'antico al moderno

Sulla destra del Sangone, su di un breve rilievo conglomerato di massi erratici, il castello di Trana, coi suoi ruderi disseminati nelle verzure, colla sua torre inviluppata d'edera, nella cupa solitudine rupestre Sembra disposto a narrare le antiche gesta di guerrieri valorosi, le ansie di gentili castellane in trepidazione fra scintillio d'armi e tramestio d'armati. Se tra le mura non echeggiano più i frizzi, i lazzi, le canzoni dei poeti della “gaia scienza”, tra gli avanzi del tempo edace infiniti uccelli cantano, mai sazi, l'inno alla vita che si rinnova, perennemente. Il castello, che fu distrutto dalle truppe francesi del Catinat, è ora proprietà del marchese Gromis. Nei pressi, intervallati da torri di difesa e di vedetta, sono gli avanzi dette antiche mura. Sulla sinistra del Sangone è ancora aperta al culto l'antica chiesa della Confraternita di Gesù. Nella piazza sottostante è la parrocchiale, sacra alla Natività di Maria. A dimostrare, quanto Trana sia interessante per le vestigia del passato e le risorse del presente, sta il fatto che la località, fu prescelta dai registi per la messa in scena di molte proiezioni cinematografiche. La collina Moncuni fu sfruttata per truccare la calata di Annibale in Italia; il castello per le trame, di Giovanna d'Arco, più che l'Amore, Promessi Sposi; le boscaglie viciniori per l'assalto di lupi ad una diligenza; il chiostro internò del santuario per riprodurre quello della monaca di Monza, nei Promessi Sposi. Come tutti i paesi d'Italia anche Trana sta mutando il viso: una magnifica casa è stata costruita per il Dopolavoro locale; scuole, rimodernate, sono state provviste di termosifone. Altre opere utilitarie sono in corso. C'è ancora una grande necessità: che gl'Italiani imparino a conoscere e a frequentare di più questo delizioso angolo del Piemonte.

Dall’archivio storico Stampa Sera 20 luglio 1934

Da Trana

Una festa straordinaria di devoti accorse al Santuario per le feste della Madonna della Stella, più conosciuta col nome Madonna di Trana.
Tale Santuario venne eretto nel 1772 sulle rovine di una antica chiesa millenaria, della quale ancora si conserva una cappelletta dove si venera la statua della vergine, che un’antichissima tradizione vuole opera dell’evangelista San Luca e fu per quasi un secolo il Santuario degli antichi Stati sardi. Sei tram speciali stracarichi di gente, una grande quantità di autobus e di veicoli riversarono parecchie migliaia di pellegrini a Trana. Molti poi traversarono i monti della Val Susa e del pinerolese a piedi. Le sacre funzioni furono imponenti. Numerosi e svariati i divertimenti popolari. Nelle prossime domeniche 21 e 28 settembre si prevede un grande concorso di forestieri.

Dall’archivio storico La Stampa 21 settembre 1924

Le sane domeniche del popolo
Gite popolari a Trana e nel Pinerolese

Domenica 9 corrente per tutti i convogli della Società Torinese dei Tramways, in partenza per Pinerolo e Frossasco — e cioè alle ore 5,45; 6,05; 7,55; 14 — verrà praticato il biglietto popolare di andata e ritorno a £. 5, con facoltà di ritorno con qualunque treno della giornata. Verrà pure effettuato il solito treno per Perosa, Fenestrelle, Pra Catinat, Praly, in partenza da Torino alle ore 6,05 ed in arrivo a Torino alle ore 20,55. Prezzo del biglietto di andata e ritorno per Perosa £. 8; per Fenestrelle £. 15; per Praly £. 17; per Pra Catinat £. 19. Nello stesso giorno verranno effettuati con partenza da Torino alle ore 6,05; 7,55; 10,35 e ritorno da Trana alle ore 17,45; Nello stesso giorno verranno effettuati treni popolari per Trana (Santuario di Trana e laghi di Avigliana) con partenza da Torino 6,05; 7,55; 10,35; e ritorno da Trana alle 17,45 e 19,45. Prezzo del biglietto di andata e ritorno £. 4. Per i treni per Trana è necessario acquistare il biglietto entro sabato sera. Lunedi 10 c. m. verrà inoltre praticato un treno popolare per Pinerolo e Cumiana, con partenza da Torino alle ore 6,55 e ritorno da Pinerolo alle ore 18,10 e da Cumiana alle ore 18,20 e 19,30. Prezzo del biglietto di andata e ritorno £. 5. La vendita dei biglietti viene effettuata presso la stazione di via Sacchi 19 Torino e presso il Caffè Garino, piazzetta Corpus Domini (via Palazzo di Città).

Dall’archivio storico Stampa Sera 5 luglio 1933

25 agosto 1888

…..Il paesaggio incomincia da Trana. Appena la tranvia ha salito ansimando l’erta che conduce al Santuario, a destra si apre uno squarcio fra le colline, e l’occhio si riposa in un morbido avvallamento, in fondo al quale nereggiano gli ultimi resti delle torbiere e scintilla il lago piccolo di Avigliana. A sinistra il colle del Belvedere sale sino alle giogaio del Taburdano e di Pietraborga, del colle della Fraschea, una parte del quale, alla sommità piramidale frastagliato, ora figura una filza di menhir, eretti lassù da qualche collegio di druidi, ardimentosi ora pare arrotondarsi in cupole bizantine, ora la diresti un castello del medioevo coì merli e le baltresche e la torre della vedetta…..

Dall’archivio storico La Stampa 25 agosto 1888

Trana

Il Federale a Giaveno e a Trana
tra le opere dei campi e i giochi dei bimbi

Il Segretario Federale, accompagnato dal vice-Federale Giai, ha ieri di nuovo dedicato la sua mattinata agli agricoltori della provincia; e presso le trebbiatrici abbiamo rivisto ancora una volta quelle tipiche manifestazioni di affettuoso cameratismo, sempre eguali e sempre diverse.
Costante ed immutabile è difatti il fervore che ispira questi incontri; eppure esso si atteggia sempre in modo nuovo, ne nascono scene campestri vive ed impensate. A Trana, nella cascina Borgognone prima e poi in quella Moranda, vi erano gruppi di ragazze in costume; vi erano, vicino ai sacchi di grano e ai carri ancora carichi di spighe, i lavori a maglia fatti per i soldati dalle villeggianti e dalle donne del luogo; vi erano, infine, ordinati su un largo tavolo ed esposti al sole e alla polvere della trebbiatura, i ricordi di guerra dei soldati della frazione: caschi, prede, esemplari rari di armi, persino corrispondenza: mucchi di cartoline in franchigia, le caratteristiche cartoline azzurre, che, stavano a testimoniare che la borgata aveva veramente mandato a combattere i suoi bravi soldati. Il Federale ha voluto distribuire le croci al merito ad alcuni Balilla e Piccole Italiane; poi, con il podestà comm. Dominici e il segretario di Fascio Guidotti, ha inaugurato nella frazione Moranda l'impianto dell'energia elettrica. Sempre accompagnato dall'ispettore Campagna ha poi raggiunto Giaveno dove lo attendevano il podestà Zanolli e il segretario di Fascio Bussi. Qui ha assistito, sull'aia comunale, alla trebbiatura del grano delle piccole proprietà; ed ha poi raggiunto la Colonia della Gil ove si è affettuosamente intrattenuto con le ottanta bimbe, interessandosi particolarmente ad alcune ospiti croate. Ispezionati i locali e le cucine si è recato a visitare, sempre a Giaveno, il Consultorio antitubercolare quivi costruito dalla Provincia: edificio architettonicamente assai bello, con la sua linea di gran sobrietà; e meravigliosamente attrezzato, secondo i suggerimenti della più moderna scienza, così da costituire un prezioso contributo alla sanità della razza di quella importante zona. Ai gerarchi che lo accompagnavano il Federale ha ripetutamente espresso il suo compiacimento.

Dall’archivio storico La Stampa 11 agosto 1942

Un problema che ha bisogno di urgente soluzione
L'elettrificazione della tramvia per Giaveno

L'elettrificazione della tramvia per Giaveno Quel che succede alla stazione di Orbassano e dopo 48 minuti di scossoni e di polvere per fare quindici chilometri Vetture in servizio... dal 1880 Le popolazioni mal servite e la gestione in «deficit» Ragioni turistiche e ragioni commerciali che militano a favore della riforma

Con le «passeggiate nei dintorni» abbiamo messo in rilievo, qualche mese addietro, le bellezze naturali e le attrattive turistiche delle valli del Sangone e della Chisola, facendo in pari tempo notare come esse, nonostante tutti i loro pregi, siano pressoché sconosciute alla gran massa dei turisti e dei gitanti torinesi, che volgono altrove la loro attenzione. Questo abbandono ha la sua ragione principale, e forse unica, nell’assoluta insufficienza dei mezzi di comunicazione fra Torino e i principali centri delle dette località, Giaveno e Cumiana. A questi due importanti Comuni nelle immediate vicinanze della città si arriva infatti mediante quelle anti-diluviane tranvie a vapore che la popolazione chiama «caffettiere» per indicare la loro anacronistica vecchiezza, la loro limitatissima utilità; quelle tranvie che non solo non incoraggiano il movimento turistico, ma, non essendo più ormai sotto ogni rapporto all'altezza dei tempi, non rispondono neppure alle normali esigenze del locale movimento dei viaggiatori e delle merci.

La prova del fuoco

Per Giaveno e Cumiana è questo un problema di anni ormai, da quando, cioè, col risvegliarsi, nel dopoguerra, di tutte lo attività, la vecchia tranvia ha rivelato la propria insufficienza; il problema che preoccupa non solamente la popolazione interessata ma la stessa Società esercente, la quale ci consta non essere aliena da un radicale rinnovamento e ammodernamento delle sue:linee, atto a dare nuovo sangue al suo anemico esercizio. Non sarà inutile ricordare a questo proposito che le tranvie Torino-Orbassano-Giaveno, Torino-Orbassano-Cumiana, Torino-Orbassano-Pinerolo, prima della guerra davano ai loro azionisti lauti dividendi, mentre ora, da anni, non ne danno più alcuno. E' questa, in fatto di Società di trasporti, la prova del fuoco. Quelle che non vanno bene industrialmente vuol dire che non vanno bene neppure praticamente; che sono cioè, sorpassate da altre più aggiornate, del resto, e inutile insistere su questo punto. Per le tranvie a vapore, e risaputo, ormai la parola d'ordine è questa: o elettrificarsi o morire. Esempi se ne potrebbero raccogliere ovunque. Vedansi per stare in casa nostra, la tranvia Torino Piobesi attiva sul tratto Torino-Stupinigi che è elettrificato, e passiva sul tratto Stupinigi Piobesi che ancora è a vapore, così passiva che si pensa di sopprimerla come un dannoso peso morto. Vedansi anche, proprio le tranvie di cui ci stiamo interessando: attivo è il tratto elettrificato Torino-Orbassano passivi sono gli altri tratti “vecchio stile” da Orbassano per Giaveno, per Cumiana, per Pinerolo. La spiegazione e molto semplice. La gente viaggia sulle tranvie elettriche, per le quali con la loro celerità o la loro frequenza sono in grado di soddisfare le mille sue esigenze; ma diserta le tranvie a vapore che sono lente, scomode, affaticanti. La scorsa estate si è avuto un caso tipico comprovante questa antipatia del pubblico. La Società esercente la linea Torino-Orbassano-Giaveno ha promosso varie gite popolari. Tutti sanno che Giaveno presenta per un gitante maggiori attrattive che non; Trana. Eppure sono stati assai più numerosi i viaggiatori che sceglievano come meta Trana. E questo è stato spiegato col fatto che per arrivare a Giàveno ci sono, dopo Orbassano, 16 chilometri di malagevole tranvia a vapore, mentre per giungere a Trana il tratto di... fatica è notevolmente inferiore. In una parola, quei 16 chilometri di “caffettiera” hanno spaventato i gitanti.

Una giornata per venire in città

E così che essi non avessero poi tutti i torti, è cosa che si può provare facendo un viaggio lungo la linea in questione. Da Torino ad Orbassano, come si è detto si va con la tranvia elettrica. Sono 15 chilometri che vengono percorsi in 35 minuti: velocità non certamente strepitosa, ma già notevole se si considerano le numerose fermate e il tratto di città che si deve attraversare. A Orbassano si cambia sistema di trazione e dalla elettrica si passa a quella a vapore. Per recarsi a Giaveno sono un'altra quindicina di chilometri che vengono compiuti in"48” minuti. Cosi dicasi per Cumiana:. pressa poco lo stesso percorso, è lo stesso tempo impiegato. Tirando le somme sia in un caso che nell'altro abbiamo circa un'ora e mezza per compiere 30 chilometri di strada. Il che, veramente, è un po' troppo. Ma a questo guaio un altro pure grosso, e forse maggiore, è da aggiungere: la rarefazione delle corse. Mentre fra Torino e Orbassano abbiamo undici coppie di treni, nei tratti susseguenti per Giaveno e Cumiana se ne hanno quattro feriali e cinque festivi. Il che e qui, viceversa, veramente poco... Si tratta del solito circolo vizioso senza via d'uscita. La Società non aumenta il numero delle corse perchè ogni corsa rappresenta per essa una passività, e a sua volta il pubblico non viaggia e rende passive le corse perchè non sono sufficienti alle sue esigenze. Ne deriva, ad esempio, che un abitante di Giaveno o di Cumiana, il quale voglia recarsi a Torino per una qualsiasi anche piccola necessità, non riesce a sbrigarla in una mattinata. Deve ripartire da Torino nel pomeriggio, cioè deve pranzare qui, deve sopportare delle spese tropo gravose. Di fronte ad un simile stato di cose non deve meravigliare se quell'abitante di Giaveno si reca con l’autobus ad Avigliana, dove prende per Torino il treno che lo riporta a casa per l'ora del pranzo; e se uguale cosa fa l'abitante di Cumiana valendosi della ferrovia di Pinerolo; oppure se, tanto a Giaveno come a Cumiana, si riuniscono cinque-sei persone che hanno necessità di recarsi a Torino e per esempio i giorni di mercato insieme noleggiano un'automobile, che li riconduce a casa allora che vogliono cioè nella mattinata stessa. Essi spendono forse di più nel mezzo di trasporto ma risparmiano nelle altre spese; e nessuno può loro dar torto.

Come si viaggia

Se poi si scende al modo come sono compiuti questi viaggi in “caffettiera” si trova altra e abbondantissima materia… di dolore. Ma qui descrivere minutamente avrebbe l’aria di infierire troppo crudelmente contro il povero trenino, che ha solamente il torto di essere figlio dei suoi tempi e non dei tempi attuali. Accenneremo soltanto qualche vettura di costruzione abbastanza recente, ma in complesso materiale vecchio e antiquato. Le macchine e molti vagoni sono ancora figuriamoci, quelli entrati in servizio verso il 1880, quando venne creata la linea: mezzo secolo abbondante di vita! Si possono quindi immaginare gli scossoni, i traballamenti, gli schianti, il rumore di queste vetture; ai quali inconvenienti va aggiunto, d'estate, quando i finestrini sono aperti, quel famoso pulviscolo, di carbone che entra negli occhi, nelle orecchie, nelle tasche... Alla stazione di Orbassano, lunghe fermate, perchè qui si concentrano i treni in arrivo dai tre tronchi, manovre laboriose e difficoltose per il cambio delle macchine e delle motrici, manovre che diventano addirittura epiche quando c'è di mezzo qualche vagone merci, per l'angustia del luogo e la povertà dei binari. E poi. negli abitati, fermate a ogni passo, e, sulla salita di Trana, il pericolo che la povera sbuffante caffettiera non ce la faccia, ed abbia a fermarsi sul più bello... Per eh! va a Cumiana, poi, altro cambio di macchina, cioè altra grossa perdita di tempo, al bivio di Cumiana, giacché il grosso del convoglio prosegue per Pinerolo. Tutto questo, senza contare i deragliamenti che una volta erano quasi all'ordine del giorno e che ora per fortuna si possono dire eliminati, perchè finalmente si è provveduto a sistemare i binari, per parecchi anni lasciati in stato di abbandono. Il rimedio ad una simile disagiatissima situazione? E' chiaro: o servizio automobilistico, o elettrificazione. Ma il servizio automobilistico è, secondo i tecnici, da escludere per varie ragioni. Le radiali di trasporto intorno alle grandi città, essi dicono, devono, si, avere il requisito della velocità, ma anche quello della capienza. Le tramvie di cui ci stiamo occupando trasportavano un tempo a Torino ogni mattina 600 e più operai; ed anche ora, nonostante la crisi, la Società esercita una coppia di treni operai, sufficientemente popolati. Ora, per il trasporto di tutta questa gente occorrerebbe, in caso di servizio automobilistico, una grande quantità di autobus, che imporrebbe alla Società esercente dei prezzi elevatissimi. Ma anche coi prezzi normali il servizio automobilistico è sconsigliabile. Si calcola infatti che coll'automezzo il chilometro persona costerebbe 20-25 centesimi, mentre colle normali tramvie si aggira sui 10-12 centesimi.

Cosa si otterrebbe elettrificando

Come soluzione adeguata non rimane dunque, a detta dei tecnici che la elettrificazione. Essa, impone, sì, un rilevante costo d'impianto, ma ha spese d'esercizio relativamente lievi. Perciò i prezzi non sarebbero di certo aumentati; anzi, potrebbero forse essere ribassati, come è nelle speranze della popolazione interessata. L'elettrificazione permetterebbe al viaggiatore di, raggiungere Giaveno in un ora circa e Cumiana in meno di un'ora. In una epoca di velocità come la nostra, e questo il grande vantaggio da cui discenderebbero molti altri. E cioè, richiamo di gente che tornerebbe ad affollare la linea, bilanci rifiorenti per la Società, la quale potrebbe cosi intensificare le corse; e, medita, nuovi frequentatori. Ecco ristabilito, in una parola, il decollo, in senso positivo anziché negativo! ne questo deve sembrare fantascienza, eccessivo ottimismo. Il tratto già elettrificato Torino-Orbassano pare fatto apposta per giustificare queste rosee previsioni. Le quali, naturalmente, vanno estese da quello che è movimento forestieri a quello che è trasporto merci. Giacchè non si deve dimenticare che, se al movimento dei viaggiatori concorrono i 18 mila abitanti che sono interessati alla Orbassano-Giaveno, quelli press’a poco uguali interessati alla Orbassano-Cumiana e tutto l’esercito turistico fornito dalla, nostra città, al traffico delle merci provvedono i numerosi ed importanti stabilimenti della zona. Vedremo meglio in seguito come possa tecnicamente essere risolta la questione della elettrificazione; come pure esamineremo ampiamente i benefici che tale elettrificazione può recare, ai paesi interessati, sotto i vari aspetti, e specialmente sotto quello turistico che è quello per cosi dire all'ordine del giorno nelle nostre amene vallate. Per ora, constatando come la questione sia ormai matura per la tanto desiderata soluzione, ci limitiamo a sottoporre la questione stessa all'attenzione dell'autorità podestarile e della direzione della Società esercente la linea. E' infatti dal Comune e dalla Società che dipende l'avvenire della linea. Comune e Società si sono uniti, pochi anni fa, per effettuare la elettrificazione della Torino-Orbassano richiesta da molteplici esigenze. Le stesse esigenze; emergono ora per i rimanenti tronchi, della linea. Al primo passo deve dunque seguire il secondo, ugualmente coraggioso e benefico. Perciò verso il Podestà conte Thaon di Revel e verso la Società si appuntano gli sguardi e le speranze dei molti che aspettano fiduciosi.

Dall’archivio storico La Stampa 26 novembre 1932

 

L’elettrificazione della tranvia per Giaveno e per Cumiana
Le possibilità di più intensa vita della pittoresca zona
valorizzazione turistica

I torinesi in escursione e in villeggiatura - Il movimento dei passeggeri tra paese e paese e verso la città - Trasporto di merci e di prodotti agricoli

La elettrificazione dei tronchi tranviari Orbassano-Giaveno e Orbassano- Cumiana in aggiunta al tratto già elettrificato Torino-Orbassano, con le sue sette od otto coppie di corse giornaliere su ciascuno dei detti tronchi, in luogo delle quattro ora esistenti, porterebbe come abbiamo visto nella precedente pubblicazione del 26 corr., intuitivi vantaggi; vantaggi che si ripercuoterebbero su tutto il traffico alimentato dalla rete tranviaria in questione, considerato in ogni suo aspetto, dal movimento dei passeggeri al trasporto delle merci. Specie sul movimento passeggeri conviene soffermarci. Tre categorie o correnti di viaggiatori, interessati alla rete si possono distinguere: la prima è quella costituita da coloro che si muovono fra paese e paese lungo la rete: la seconda da coloro che, abitando nei piccoli centri toccati dalla rete, hanno necessità di recarsi a Torino, cioè nella grande città che esercita in mille modi la sua forza di attrazione; la terza da coloro che, abitando in città, hanno motivo di recarsi in centri minori. Poco notevole è la prima corrente che si muove localmente; importantissima è invece la seconda, quella che, alimentata dalla periferia, affluisce al centro, certo più importante della terza, che irradia dal centro per recarsi alla periferia.

I richiami della ragione

Ora, uno dei punti essenziali della questione sta appunto qui. Questa terza categoria dei torinesi che si recano in Val Chisone e in Val Chisola può, ed anzi deve, essere a sua volta importantissima, anche superiore alla seconda categoria. Se finora ciò non è avvenuto, la causa va ascritta alla mancanza di mezzi di comunicazione adeguati alla bisogna; ne va incolpata, cioè, la famosa tranvia a sistema di «caffettiera»...
Siamo qui in campo turistico, vale a dire nell'argomento che l'altra volta abbiamo promesso di sviluppare ampiamente, data la sua particolare importanza; importanza che risulta ovvia, se si considera che i continui progressi del movimento turistico vanno incrementando una nuova mentalità, una nuova atmosfera turistica, di cui la brillantissima prova dei treni popolari è, in una sol volta, causa ed effetto; importanza che risulta tanto maggiore e più evidente per noi, essendo la nostra città, ai piedi delle Alpi, in posizione di privilegio. Nella vallata del Chisone, e particolarmente in Giaveno, abbiamo una località di singolarissime risorse turistiche. Pochi torinesi forse lo sanno, per il motivo già detto dell'abbandono in cui sono da essi tenuti quei luoghi; ma il fatto è incontrastabile. In poco più di un quarto d'ora d'automobile, per la comoda strada di Valgioie dalla quale si gode la suggestiva vista dei laghi di Avigliana, da Giaveno si arriva al colle della Braida a 1000 metri sul livello del mare. E' un luogo incantevole, e dotato di ottimo clima, che si apre sulla valle di Susa, come contro un magnifico, grandioso fondale. Vi sono qui parecchie ville ove i proprietari passano l'estate, e una ve ne aveva pure il tenore Tamagno. Un signore torinese che villeggia al Colle e che possiede una potente automobile, arriva lassù in quaranta minuti. Naturalmente non tutti possono disporre di una potente automobile, ma il giorno che la Torino-Giaveno fosse elettrificata e percorribile, come abbiamo detto, in un'ora circa, usufruendo dell'autobus Giaveno-Colle della Braida che fa servizio durante tutta la buona stagione, si potrebbe andare da Torino al Colle in un'ora e venti minuti. Non c'è forse altro posto di mille metri di attitudine. di così amena bellezza, al quale si possa accedere da Torino tanto comodamente e in così breve tempo. Il Colle della Braida è per ora, tu- turisticamente parlando, meta a se stesso, perchè quivi finisce la strada che può essere percorsa dalle automobili. Ciò non toglie che numerose siano le comitive che vi si recano, sia con l'autobus, sia con macchine proprie. Ma fra breve si andrà in automobile oltre il colle, verso una splendida mèta: la Sagra di San Michele. E' imminente, infatti, la costruzione della strada camionabile Colle Braida-Sagra San Michele; strada che riuscirà di dolce pendenza, essendo la Sagra a circa 100 metri più in basso, e che potrà essere percorsa in circa dieci minuti. Ecco un altro allettantissimo risultato che sarà ottenuto al beato tempo che avremo l'elettrificazione in parola: si andrà da Torino alla Sagra di San .Michele in un'ora e mezza! Sarà questa, veramente, una magnifica e pratica valorizzazione di quel gioiello di monumento che è la Sagra, non solamente nei confronti dei torinesi, ma altresì di forestieri in visita a Torino. Con un servizio opportunamente combinato fra tranvia elettrica e autobus, una mattinata o un pomeriggio saranno più che sufficienti a compiere la splendida gita con tutta le comodità, nonché con poca spesa.

Pra Fieuli, culla dallo sciismo italiano

Che la località sia tale da richiamare gente, lo dimostra il fatto che, la scorsa estate, nelle belle giornate, sono state contate sul piazzale più di sessanta automobili le cui comitive si disseminavano all’ingiro a merendare (l'acqua è ivi abbondante e ottima) oppure si spingevano a piedi fino alla Sagra; comitive alle quali erano da aggiungersi quelle che salivano da Giaveno più democraticamente coll'autobus. E' dunque evidente che la località, con le vecchie sue attrattive e con le nuove che le si apprestano, ben maggiore folla richiamerebbe se fossero facilitate le comunicazioni con Giaveno. Non è esagerato dire che vi si avrebbe una nuova e nutrita corrente di turisti. Lo stesso può dirsi, per la stagione invernale, coi campi di neve di Prà Fieul. Ricordiamo intanto che a Prà Fieul è nato il nostro sport sciistico. L'ingegnere Kind, che fu il primo a usare gli sci in Piemonte e forse in Italia, si recava ad esercitarsi a Prà Fieul. Questo per dire che la località si presta magnificamente, tanto che è il Club Alpino vi ha aperto recentemente una grandiosa « Casa dello sciatore », ove è possibile pranzare con modica spesa e con tutte le comodità moderne. Ecco un campo sciistico ottimo, alle porte della città! Un servizio automobilistico pubblico è fatto da Giaveno a Prà Fieul, ad uso degli sciatori. Si cerca di facilitare l'afflusso degli appassionati torinesi; si sono stabiliti, fra l'altro, prezzi irrisori, d'accordo fra tranvia e servizio automobilistico: con meno di dieci lire si va da Torino fin lassù, e si ritorna. E gente ne va abbastanza. Ma — siamo al solito ritornello — ne andrebbe molta, ma molta di più, se anziché della scomoda “caffettiera” che spaventa, e giustamente, tante persone, si potesse usufruire della tranvia elettrica. Come il Colle della Braida, Prà Fieul sarebbe raggiunto dai torinesi in meno di un'ora e mezza: con tutti i vantaggi che ne seguirebbero e che sono intuitivi. Ma le possibilità turistiche di Giaveno non si esauriscono qui, giacché questo importante centro è un nodo stradale di prim'ordine. Da Giaveno si va al Santuario del Selvaggio, frequentato annualmente da oltre 20 mila pellegrini, si va a Coazze, si va ai laghi di Avigliana. A proposito di quali laghi è opportuno far notare che, con la elettrificazione della tranvia, scendendo a Trana, che dista da essi di una breve passeggiata, si avrebbe il modo di raggiungerli con spesa e con tempi minori che non passando da Avigliana. Adunque anche questi pittoreschi e ameni laghi potrebbero essere valorizzati dalla famosa elettrificazione.

Nella stagione dei villeggianti

Ed ecco poi dopo ed- il turismo il problema della villeggiatura. Tutta la valle coi suoi Comuni Giaveno-Coazze-Trana ed anche Bruino, Reano ecc. e questo luogo di villeggiatura. Ottimo clima, acqua eccellente, buone strade, belle e numerose passeggiate sono i requisiti che essa presenta. E villeggianti ve ne sono, la prediligono coloro che, pur usufruendo dei comodi della collina, hanno a disposizione, per così dire, la media ed alta montagna. Me è certo che i villeggianti sarebbero molto più numerosi, se detti Comuni fossero allacciati a Torino da un adeguato mezzo di comunicazione. La elettrificazione della tranvia, con le sue più frequenti corse, permetterebbe, ad esempio, che molti torinesi della media e piccola borghesia mandassero quivi in campagna le loro famiglie con la possibilità di tenersi con esse in quotidiano contatto: recandosi, cioè, di sera presso di loro, e tornando al mattino in città, in modo da attendere alle proprie occupazioni. Una simile comodità c'è da credere che farebbe affollare la località di villeggianti torinesi, tanto più che la vita vi è a buon prezzo.
Quello che si è detto per Giaveno vale, mutando di qualche poco il discorso, per Cumiana. Anche Cumiana presenta le sue escursioni interessanti e pittoresche, come quelle, ad esempio, dei Tre Denti sulla vallata del Rumiano e delle sorgenti della Chisola. E alcune località potrebbero benissimo, d'inverno, essere sfruttate come campi di esercitazioni sciistiche. Anche qui la montagna è vicina alla collina. Dai 400 metri si sale rapidamente ai 900 e ai 1000 Ma soprattutto Cumiana si impone come luogo di villeggiatura. Si tratta di una conca perfettamente riparata dai forti venti, e che ha il privilegio di un clima invidiabile. E' nota infatti la circostanza che gli abitanti di Cumiana vanno ancora in giacchetta quando già altrove si indossa il pastrano; e che, d'estate, sentono il caldo assai meno degli altri. Ci sono poi magnifiche passeggiate Cumiana e un caratteristico Comune, disseminato su vastissimo territorio in circa ottanta borgate, raggruppate in una decina di frazioni. Ognuna di queste borgate è, si può dire, mèta di una ridente, allettante passeggiata; ce n'è per tutti i gusti e per tutti i... garretti, giacché si va dai 300 metri ai 900. La frazione Tavernette, ad esempio, è posta in una incantevole posizione: dalla dorsale che scende dai Tre Denti essa pare dominare la pianura da un incantevole balcone naturale. A La Costa si ammira il castello dei conti di Collegno, a La Verna, la più alta, ci si può ingolfare nei secolari castagneti. La bellissima conca vanta i suoi fedeli villeggianti, che non l'abbandonerebbero per nessun motivo al mondo. Ma sono pochi. E come potrebbe la vallata essere conosciuta e desiderata, con quella sorta di tramvia che la serve? Lo dimostra il fatto che la località non è neppure troppo attrezzata per accogliere forestieri. La scorsa estate un albergatore della frazione principale ha dovuto rimandare alcune famiglie che desideravano prendere alloggio e pensione da lui. Questo fatto, se da un lato sconsolante, dall'altro dimostra che a fama della salubrità e bellezza della vallata va facendosi strada, e che i villeggianti, o per lo meno gli... aspiranti villeggianti aumentano. Essi potrebbero orani essere legione, con altri mezzi i comunicazione. Elettrificare la tramvia, dare la possibilità, che più sopra abbiamo visto, ai capi famiglia di poter giungere la sera e ripartire al mattino, vorrebbe dire vedere Cumiana e gli alri paesi interessati — Piossasco, Frosasco, ecc. — popolati di villeggianti durante la buona stagione. Si verificherebbe, cioè, quello che avviene ora alle porte di Milano con le stazioni toccate dalla Ferrovia Nord. E ciò con beneficio, sì, delle popolazioni dei detti Comuni, ma con un beneficio anche maggiore dei torinesi, che potrebbero godere di una villeggiatura comodissima, salubre, economica.

Industrie e agricoltura

Del resto, questi paesi fanno di tutto per valorizzarsi e migliorare. Cumiana, ad esempio, che già ha fatto uno forzo finanziario notevole per avere la propria acqua potabile, ne sta facendo un secondo non meno grave con la costruzione della strada Cumiana-Giaveno, che migliorerà le sue comunicazioni vicinandola direttamente all'imporante centro e aprendogli nuove possibilità turistiche. È gente, insomma, che merita simpatia e considerazione per la sua tenace attività, anche in tempi avversi, che merita di essere aiutata. Poi, accanto alla questione del movimento viaggiatori, vi è pure quella del traffico delle merci, che è certamente meno importante della prima, ma non perciò trascurabile. Anche le merci, al giorno, d'oggi, richiedono rapidi trasporti e ciò dimostrato dalla fortuna incontrata dal camion nel trasporto delle merci,tanto su brevi come su lunghe distanze. Giaveno è centro industriale importante. Vi sono tre fra i principali iutifici d’Italia tre cartiere di considerevole produzione, e altri stabilimenti minori. A pochi chilometri da Giaveno, Coazze ha pure alcune fabbriche importanti- Tutti questi stabilimenti, di fronte alla lentezza dei suoi servizi, stavano abbandonando la tramvia-lumaca, per correre a mezzi più celeri, cioè più consoni alle necessità odierne; e fu solamente perchè la tranvia si aggetto a ribassare gradatamente le tariffe, che essa riuscì a mantenere almeno una parte; di quel traffico. Ma i fatti dimostrano come al solito che la tranvia a vapore e una cosa sorpassata, che un miglioramento un ringiovanimento si impone. Dal canto suo Cumiana in luogo di prodotti industriali vanta prodotti agricoli. Le pesche, le pere, le mele di Cumiana godono giustamente di larga fama; l'uva si conserva facilmente per parecchi mesi; le castagne, la cui profunsione va declinando per la malattia dell’inchiostro sono pregiate perchè resistono anche ai lunghi viaggi. Cumiana manda frutta a Torino e in tutti i paesi della zona; ebbene, sulla tranvia a vapore si vede mai viaggiare un cesto d'uva. E' sempre la solita solfa: la tranvia, data la sua lentezza, non serve, e si ricorre ad altri mezzi.

Dall’archivio storico La Stampa 1 dicembre 1932

 

Sul treno inaugurale della Orbassano – Giaveno
La linea elettrificata benedetta dal Cardinale Fossati

L'intervento del Prefetto e delle altre Autorità Piero Gazzotti esalta il lavoro costruttivo esprimendo la fervida riconoscenza delle popolazioni al Duce

La inaugurazione della linea elettrificata Orbassano-Giaveno è avvenuta ieri mattina tra il festoso accorrere delle popolazioni interessate, lo sventolio di innumerevoli bandiere e lo spiegamento di striscioni inneggi miti al Duce, che adornavano le vie e le stazioni toccate dalla linea. Il treno speciale partito da Torino alle 8.45, ha trasportato Orbassano i numerosi invitati, mentre le Autorità sono giunte in automobile. La graziosa cittadina, che era tutta un effondersi di tricolore sotto il cielo ridivenuto sereno dopo il furioso temporale della sera precedente. Ha tributato agli ospiti le più schiette e ospitali accoglienze, Fascisti e donne fasciste in divisa con tutte le formazioni giovanili del Regime, si sono raccolti insieme col popolo nella nuova, stazione, emergente dal fondo di un viale in una posizione che le da risalto di eleganza e al tempo stesso la rende comoda, per i viaggiatori. È' una costruzione di stile moderno a un solo piano, con una capace pensilina verso l'interno e una seconda più ampia pensilina staccata in protendimento dei binari. Caratteristica originale e pratica: tra un binario e l'altro è stato ricavato il passaggio per gli autobus destinati a prendere o a lasciare ad Orbassano, in coincidenza con i treni passeggeri delle soppresse tranvie di Cumiana e Pinerolo. In tal modo per compiere il trasbordo non c'è neppur bisogno di uscire dallo scalo tranviario.

L'opera del Partito

L'impressione che si riceve per la costruzione e l'attrezzatura della stazione di Orbassano, non potrebbe pertanto essere migliore e costituisce un eccellente auspicio per il rimanente della linea. Precisiamo che se questa ha avuto ieri il suo nuovo battesimo da Orbassano a Giaveno nel 1928 era già stata elettrificata da Torino-Orbassano, unitamente alla linea di Stupinigi. Abbiamo rilevato l'altro giorno che poteva sembrare strano che la scomparsa delle ultime vaporiere dalla rete tranviaria Intercomunale urbana della provincia di Torino, si verificasse proprio per una valle quale quella del Sangone è fra le più pittoresche e attraenti dei dintorni della nostra città. La verità è che le difficoltà da vincere furono molte e scabrose. La vecchia linea era stata costruita nel 1882 e la concessione alla Società torinese tramways e scadeva nel 1941. Se di conseguenza alla risoluzione del problema giocò la costituzione della Società municipale, oggi sotto la ragione di Società Anonima Torinese Tranvie Intercomunali — S.A.T.T.I. —, che rilevò la rete dalla anzidetta, a questo risultato e a quello di rinnovare in Torino-Giaveno nel tratto nel tratto da Orbassano in su giungere per la preminente e tenace opera svolta dal Partito. Il Segretario Federale Piero Gazzotti, che per i problemi concreti ha la profonda passione dei realizzatori e dei costruttori, intervenne in persona nella questione, d'accordo con la Podesteria di Torino, e mercè riunioni di Podestà e Segretari dei Fasci, della zona, tenute a Casa Littoria, per un'azione concorde tendente ha eliminare i superstiti particolarismi, e con un costante appoggio per lo svincolo della vecchia rete, riuscì a superare tutti gli ostacoli, in modo che, presente pure l'Amministrazione provinciale, si potè addivenire, sempre a Casa Littoria, sulla stipulazione; dell'accordo che preluse alla realizzazione dell'opera. Ancora una volta, così, il Partito fu il propulsore degli interessi del popolo, e si spiega come, tutti i Podestà nella giornata di ieri, dalle banchine delle stazioni della linea salutavano il passaggio del treno, alta verso il Duce la, riconoscenza delle popolazioni della bellissima valle.

La tramvia e la rotabile

Riprendiamo la cronaca Prima che il treno recante le Autorità si mettesse in moto, altri due treni per Giaveno sono stati fatti partire. Erano entrambi trainati da vaporiere: le ultime, Finalmente alle 9,40 il treno elettrico era pronto. Sua Eminenza il Cardinale Fossati, arcivescovo di Torino, attorniato da S. E. il Prefetto Baratono, dal Segretario Federale Gazzotti, dal presidente della. Provincia Quaglia, dal Podestà Sartirana e dalle altre Autorità, ha impartito la benedizione alla stazione e alla linea. Subito dopo il Podestà di Orbassano, dottor Ballano, ha recato il saluto e il ringraziamento alle autorità, le quali tra gli applausi della folla, il suono degli inni eseguiti dalla Banda locale e l'agitarsi dei gagliardetti, hanno preso posto sul treno, che ha lasciato Orbassano. A ricevere gli ospiti nella stazione si trovava il presidente della S.A.TT.I., on. ing. Alessandro Orsi, che è salito a sua volta sul treno, nelle cui vetture, oltre le Autorità già nominate, si notavano: il gen. Randone, in rappresentanza dei Comandi militari, il console Spelta per il Comando della 1 Zona della Milizia col senatore Melano-Bosco in rappresentanza del Gruppo “Dicat”; il comm. (illeggibile) per la Magistratura; il comm. (illeggibile), per il Questore; il vice Podestà La Forest col Segretario Capo del Comune avv. Gay e il Capo Gabinetto del Podestà comm. Gualco; il dottor Prosperi, segretario particolare del Prefetto; il vice Federale Giai col comm. Molari, direttore della Segreteria della Federazione, e molti altri-, Nella vettura motrice cerano l'ing. commendator Fuortes, direttore del Circolo di ispezione, che collaborò alla soluzione tecnica del problema, e l'ing. comm. Giupponi, che nella sua qualità di direttore dell'Azienda tranviaria municipale, all'opera realizzata apportò il validissimo contributo della sua attività ed esperienza, Lungo il cammino la sistemazione della linea è apparsa in tutta chiarezza. Nei punti nei quali per i binari non si è creata una sede fuori della provinciale, la linea corre sul fianco di questa in sede propria, rialzata: le vecchie rotaie a fior di strada sono state in parte divelte, in parte lo saranno presto: la rotabile ne resta cosi allargata, a incoraggiamento dei turisti che vogliono compiere il giro automobilistico per Rivoli, laghi di Avigliana, Trana o Giaveno. La sistemazione stradale non arriva però che a Trana; per il tratto da Trana a Giaveno, tuttavia esso pure già elettrificato, non si è ancora deciso se più convenga allargare la strada oppure portare la tranvia in sede separata. E' un problema- che si spera di risolvere in seguito.

Il passaggio a Trana

Al suo passaggio nelle altre stazioni, il treno è stato salutata dalle popolazioni accorse con bandiere, gagliardetti e musiche. i Podestà hanno rivolto alle Autorità l'indirizzo di rito. A Trana, benedizione della sottocentrale- automatica, impartita ancora dal Cardinale. Poi d'un balzo treno si è spinto fino al capolinea. Tutta Giaveno era schierata sulla vasta piazza dello scalo. Il benvenuto che lo. simpatica città ha dato ai gerarchi ed ai tecnici convenuti per la lieta cerimonia, non poteva esser più caloroso e fascisticamente cordiale. L'intero fascismo della zona con i gagliardetti e le musiche, si era dato convegno nella piazza, presenti pure l'ispettore Ghiron, il Segretario del Fascio Baglioni e il Podestà- Lachelli, Dalla tribuna eretta per le Autorità, Piero Gazzotti ha rivolto alla folla imponente, composta di molte migliaia di persone, un discorso conciso e succoso, elogiando gli operai che si sono prodigati nella costruzione e facendo una fervida esaltazione del Regime intento sempre a creare nuove opere di civiltà all'interno e a perseguire una politica di pace e di giustizia per tutti all'estero. Interrotto quasi ad ogni frase da formidabili acclamazioni al Duce, il Federale ha trascinato la massa al vertice dell'entusiasmo testimoniando a Mussolini la gratitudine dei lavoratori e salutando in Lui il dominatore della situazione dell'Europa. Poco dopo a Bruino. con la benedizione di quel parroco e l’invio di un messaggio al Capo, S. E. il Prefetto inaugurava l'Ufficio telegrafico. f. o.

Tariffe ed orari della linea

La Società municipale esercente la Tranvia elettrificata di Giaveno e le linee automobilistiche di Cumiana e Pinerolo, ci prega di ricordare che mentre resta valido per i viaggiatori con biglietto di andata e ritorno il diritto a dodici corse gratuite sulla rete tranviaria urbana nel termine di validità del biglietto stesso, col 1.o agosto il costo del viaggio di andata e ritorno da Torino è il seguente: per Giaveno L. 8; per Trana L. 7,50; per Sangano L. 7. Quanto all'orario, nei giorni feriali prevede: per Giaveno 11 corse andata e altrettante al ritorno, oltre una dodicesima corsa al sabato in partenza da Torino cinque minuti dopo la mezzanotte. Nei giorni festivi il numero delle corse è portato a 15.

Dall’archivio storico La Stampa 2 agosto 1937

 

Sangano
17 marzo 1890

 

Un banchetto al Sindaco di Sangano

Un recente decreto reale nominava Sindaco di Sangano (Torino) il capitano in posizione ausiliaria degli alpini signor Micheletti Vittorio, persona da tutti benvisa per il suo carattere franco e leale e per la sua onestà e rettitudine.
La notizia venne accolta con piacere dalla popolazione e degli amici del neo-sindaco, i quali apersero subito una sottoscrizione per offrirgli un banchetto.
Le adesioni, come è facile immaginare, non si fecero attendere, ed il comitato promotore, presieduto dall’assessore anziano Levrino Lorenzo, potè subito fissare il giorno in cui doveva aver luogo il simposio, cioè ieri, domenica.
Vi presero parte rappresentanti di Orbassano, di Trana, di Bruino, di Piossasco altri Comuni, i consiglieri comunali e segretario di Sangano, nonché vari signori di Torino e la Stampa.
Notammo fra gli intervenuti i signori: Conte Palma di Borgofranco, consigliere di Prefettura ad Alessandria; ing. Amoretti, direttore della Tranvia Torino Orbassano-Piossasco-Giaveno, cav. Venisio, sindaco di Piossasco; Bei, sindaco di Bruino; Portigliatti sindaco di Trana; dottor Giansana, medico di Piossasco e di Sangano, Francesco Nasi; Signor Bosco, cav. Valetti, e prof. Cav. Clemente, della Società dell’acqua potabile, che ha il serbatoio di Sangano; cav. A. Moiraghi; Garzena di Orbassano; notaio Pola; geometra Rossi; cav. Colli; avv. Lavezzeri; fratelli Moriondo; dottor Borgietto G. Filiberto; dottor Piccotto; teol. Gho, parroco di Sangano, ecc.
La festa, malgrado la pioggia fitta e noiosa, riuscì delle più cordiali. Gl’invitati, giunti a Sangano coi treni da Torino, Piossasco e Giaveno, vennero ricevuti alla stazione della tranvia, dal Comitato e condotti, prima alla Casa comunale (in Piazza), poscia alla casa del sindaco, dove si servi il Vermutte.
Alle 12 la comitiva, preceduta dalla musica di Trana e dalle bandiere di vari Comuni e Società, si recava alla villa del signor Nasi Francesco (villa Sincero), concessa gentilmente dal proprietario per il banchetto.
Questo venne allestito da due albergatori del paese in tre spaziose sale, e trascorse fra la più perfetta allegria.
Alla frutta il dott. Giansana lesse varie lettere di adesioni di distinti personaggi indirizzate al Comitato. Una di S.E. Berti, il. primo segretario dell'Ordine Mauriziano e deputato del Collegio; ringraziava dell'invito e si scusava di non poter intervenire alla festa Un'altra lettera dell'on. Chiapusso, altro deputato del Collegio, mandava al Comitato le sue scuse e si rallegrava delle onoranze che si facevano al capitano Micheletti.
Il dott. Quenda di Orbassano, trattenuto anche egli altrove, si scusava di non essere presente al banchetto. Il comm. Sineo, in un lungo telegramma si diceva dolente di non poter prender parte alla festa perchè indisposto.
Il dott. Garzena ringraziava a nome del Comitato promotore tutte le gentili persone che mandarono adesioni e onorarono di loro presenza il banchetto dimostrandosi poi riconoscente verso i sindaci ed i consiglieri comunali dei Comuni vicini, ed il teologo Gho del loro intervento, salutò la popolazione di Sangano, che cooperò alla riuscita della festa.
Il Garzena chiuse con un affettuoso brindisi al Re ed al sindaco di Sangano.
Il sig. Cavigliotti lesse una poesia in dialetto piemontese, tutta dedicata al nuovo sindaco.
Il prof. Clemente parlò a nome della Società dell’acqua potabile e del suo direttore, cav. Valletti, ringraziando del gentile invito e tessendo gli elogi del Micheletti suo antico compagno d'armi. Acclamò alla concordia e fece un brindisi al Re.
Il conte Palma di Borgofranco si congratulò della nomina del Micheletti, e disse che questa aveva per il nuovo sindaco un doppio significato, cioè la stima del Governo e la benevolenza della popolazione. Si augura che il Comune sotto l’amministrazione del Micheletti, prosperi e si renda degno della patria italiana.
L'avv. Lavezzeri recò il saluto di suo padre, vecchio militare, al capitano Micheletti, di cui fece l’elogio. Disse che, cessate oramai per Micheletti le lotte sui campi di battaglia, sorgono quelle dei partiti. Ma in queste il Micheletti, che mira soltanto al bene del paese, trionferà.
Accenno alla crisi agraria ed ai rimedi per scongiurarla. Augurò a Sangano un prospero avvenire.
Il teologo Gho portò i saluti del teologo Nasi (proprietario della grandiosa villa), direttore spirituale del Manicomio di Collegno.
Il signor Garzena portò i saluti di Orbassano, annunciando per il giorno 18 aprile un altro banchetto in onore del cav. Cantù, "sindaco di Orbassano".
Il cav. Moiraghi disse disse che il cav. Cantù, sindaco di Orbassano, era indisposto e perciò dolente di non poter intervenire alla festa. Egli mandava un saluto al sindaco ed alla popolazione di Sangano.
Il dott. Piccotto di Trana lodò il capitano Micheletti per le sue belle qualità di mente e di cuore, e bevve alla amicizia ed alla prosperità di Sangano e di tutti.
Il signor Gherardi, segretario d’Orbassano, rivolse affettuose parole al Micheletti e si congratulò con lui per la meritata nomina a sindaco.
Il cav. Venisio salutò il Micheletti anche a nome della popolazione di Piossasco.
Il capitano Micheletti rispose a tutti con espressioni gentili, ringraziando della bella dimostrazione e dicendo che la benevolenza che gli addimostrò in questa circostanza non era diretta a lui, ma a Sangano, suo paese nativo, che egli ama tanto. Farà il possibile per rendersi utile ai suoi amministrati. E per ciò fare non temerà la lotta, anzi questa lo incoraggerà nell'adempimento del suo dovere.
Oramai il suo programma e tracciato, ed egli lo eseguirà, spera, coll'appoggio dei ben pensanti.
Terminò con un brindisi al Re, all’unione dei Comuni limitrofi, alle egregie persone che onorarono Sangano, alla salute del consigliere provinciale commendatore Sineo ed alla Stampa.
Applausi calorosi.
La lieta adunata si sciolse alle, ore 4 pomeridiane fra i concerti della musica di Trana. Prima però venne spedito il seguente telegramma:
A. S. E. Crispi, Presidente del Consiglio, Roma.
I festeggiamenti raccolti a geniale banchetto applaudono l’E.V. per l’ottima nomina del capitano Micheletti a sindaco di Sangano
Levrino Lorenzo Assessore anziano.

Dall’archivio La stampa 17 marzo 1890

Micheletti Vittorio Sindaco di Sangano dal 1890 al 1909
* 1842 — + 1913

Levrino Lorenzo Assessore anziano = bisnonno di Angelo
* 1836 — + 1906

Sangano
La Villa Nasi

Ci scrivono: la grandiosa villa già di un dei Marchesi Roussy di Sales ed in cui si diede il pranzo ad onore del novello sindaco, cap. Micheletti, non appartiene al sig. Francesco Nasi di Torino, ma bensì al suo fratello, Don Carlo Nasi (1), Direttore spirituale nel Regio Manicomio di Collegno.

Dall’archivio La stampa 20 marzo 1890

Errata corrige all’articolo del 17 marzo 1890

Villa Nasi = Villa Sincero

(1) Necrologio
L’Amministrazione del Regio Manicomio di Torino col sentimento del più vivo dolore annuncia la morte del Cav. Don Carlo Nasi da oltre 50 anni Rettore Spirituale della Casa di Collegno, avvenuta il 26 corrente.
La sepoltura avrà luogo in Collegno, il giorno 28 alle ore 9.30.

Dall’archivio La stampa 27 novembre 1909

Don Carlo Nasi nato a Torino nel 1829 da Carlo e Maria Baretta

 

Piossasco

2 luglio 1883
Un pranzo ad Alessandro Cruto

Un pranzo ad Alessandro Cruto

Pei nostri lettori il nome di Alessandro Cruto e oramai una vecchia conoscenza. Gli è più di un anno che essi hanno appreso ad ammirare lo splendido ingegno da quest’uomo che dal modesto silenzio in cui era vissuto fino allora, quasi subitamente balzava fuori nel Pantheon degli inventori illustri dell’industria moderna si è fatto acclamare dagli scienziati non solo d’Italia, ma di mezzo mondo, coll’appellativo di Edison di Piossasco,

Alessandro Cruto, lo si sa, e inventore delle lampade di cui noi abbiamo dato altre volte cenni descrittivi e che da lui continuamente perfezionate, rappresentano oggidì, a detta dei tecnici più competenti, il maggiore trionfo dell’illuminazione elettrica.
Le lampade Cruto, anche questo abbiamo già detto altra volta, sono basate sopra il principio dell’incandescenza del carbonio chimicamente puro, a differenza delle altre lampade che consumano carbonio vegetale.
La conquista di questo carbonio puro, depositato su filo veramente capillare e malleabilissimo, è il vero nucleo dell’invenzione Cruto è la chiave del problema dell’illuminazione elettrica, risolto tanto pel lato economico quanto pel tecnico e pratico.
Il Cruto con quel filo di carbonio costruisce oggidì lampade che ardono a 1500 ore continuamente senza bisogno di ricambio, dando una luce da due sino a cento e più candele, una luce divisibile a piacimento e graduabile non altrimenti che quella delle lampade (illeggibile) calcolando che in una famiglia ordinaria sia necessaria l’illuminazione artificiale d’inverno e d’estate per quattro ore in media al giorno, vedasi che una lampada Cruto può servire all’illuminazione famigliare oltre un anno.
Il prezzo della lampada è stato poi ridotto oggidì ad una cifra minima (poco più di sei o sette lire), onde vedasi che il costo dell’illuminazione colla lampada elettrica riducendosi a poco di quello della semplice forza motrice, la lampada Cruto risolve trionfalmente, come abbiamo detto, il programma dell’illuminazione elettrica sotto ogni riguardo.
Non è quindi punto a meravigliare se l’invenzione del Cruto ha trovato ovunque il più largo applauso; se alle Esposizioni estere la lampada dell’Edison di Piossasco è stata oggetto di viva ammirazione; se speculatori industriali hanno già fatto o stanno stringendo importanti contratti coll’inventore, e se già in parecchie manifatture italiane si impiega la luce Cruto, la luce vivida, bianca, fissa per eccellenza.
Mentre tanti anni di gloria, tanta curiosità, tanti interessi e speranze si sono sollevati attorno al suo nome, Alessandro Cruto continua ad essere quel modesto, modestissimo Cruto che fin dai primi suoi anni giovanili non ha mai avuto altro al mondo più caro che starsene continuamente chiuso nel suo laboratorio, dedicandosi unicamente agli studi ed alle esperienze alle quali un dio segreto lo ha chiamato.
Alessandro Cruto continua ad essere il solitario di Piossasco, che studia, osserva, tenta, assalta continuamente i misteri di una natura che non concede le- sue, vittorie che a prezzo di queste devozioni continue, profonde.
Perdura sempre in Alessandro Cruto la pertinace volontà del giovane capo-mastro muratore che rubava le ore del riposo per correre a piedi da Piossasco a Torino per ascoltare le lezioni dell'Antiteatro di chimica; egli e sempre l'uomo che trova in se solo la fede dell'avvenire e che innanzi alle difficoltà, senza spavalderie, ma senza esitanze, è pronto a ricominciare le lotte durate per quindici e più anni, tutto sacrificando, a cominciar da se stesso.
Alessandra Cruto ha oggidì trentasette anni circa; le lunghe battaglie durate gli palesano sul viso piuttosto pallido ed affilato e che sembra ancor più magro per la completa assenza di barba e di mustacchi; ma la vivacità dell'ingegno gli si dimostra nel fronte spazioso e nell'occhio scintillante quasi con uno splendore fosforico. Ha gli zigomi un po' sporgenti ed il mento acuto. La capigliatura rossiccia ed irta completa stranamente quella fisionomia che ha qualche punto di contatto con certe simboliche figure del Dio del fuoco dipinta da Pierin del Vago.
Il Cruto e sempre assorto in atto pensoso; anche quando sorride e risponde cotesemente alle domande che gli rivolgono paro che qualche altra idea più interessante attraversi la sua mente. Nella sua modestia non pone affermazione, ma nello stesso modo difende risolutamente le sue parole; ha un cnorc eccellente di figlio, di fratello e di amico, non a parole ma a fatti.
Il Cruto oggidì, assistito dalla Società che porta il suo nome, mentre continua le sue esperienze e va ampliando abbastanza considerevolmente il suo laboratorio, vive di una modestissima rendita assieme alla vecchia madre e a una sorella. Un altro suo fratello è Tenente di Fanteria.
Commettendo un’indiscrezione, di cui ci fu complice cortese il più fido amico del Cruto, noi vogliamo offrire qui ai nostri lettori uno schizzo del profilo del nostro personaggio ricavato da una sua recente fotografia.

E veniamo al pranzo d’onore che gli fu offerto ieri dai suoi Piossaschesi.

I quali, contrariamente al proverbio Nemo propheta in Patria , non hanno solo pel Cruto un affetto ed una stima sincera, ma una vera venerazione. Chi fu quel cronista che scrisse un dì pei giornali che i suoi compaesani vedendo il Cruto sempre assorto negli studi lo credevano matto? A Piossasco ognuno che porti una testa ragionevole sulle spalle fu sempre convinto che il Cruto avrebbe fatto qualche cosa, e in attesa di quel che avrebbe fatto lui, i suoi compaesani lo fecero essi consigliere Comunale e Direttore del Circolo Letterario. E quel giorno che il grido della vittoria di Cruto ne andò per il mondo, i Piossaschesi non se ne commossero già come di cosa impreveduta, ma di quel giusto orgoglio che sente ogni compaesano per chi assicura la gloria alla comune terra natale.
Da quel giorno i compaesani di Alessandro Cruto sentirono altresì spontaneo il bisogno di dare al loro illustre amico una prova di onore e rallegramento, e dicemmo amico perché non si voleva solo onorare lo scienziato, ma testimoniare la stima e l’affetto che ciascun sentiva e sente per l’uomo esemplare.
A dirlo niente di più facile che ordinare una più facile dimostrazione d’onore ad un uomo come Cruto la cosa era ben diversa. A quante insistenze gli venivano fatte perché si prestasse ad una pubblica festa egli ha riluttato continuamente: quando veniva avvertito che si tramava qualche cosa pregava con vero corruccio che non si facesse niente; un mese fa, quando tornava da Londra cogli applausi dei Tecnici Inglesi, inteso che a Piossasco lo attendevano in trionfo, trovò il modo di arrivare in giorno ed ora da lasciar tutti con palmo di naso.
Ma a Piossasco non si abbandonano tanto facilmente i buoni propositi, e quei signori tanto fecero ed insistettero che finalmente il Circolo Letterario potè indurre il Cruto ad accettare nella sua qualità di Direttore del Circolo medesimo un pranzetto di famiglia…
Così lo chiamarono quei bravi Signori, ma in verità fu un pranzone coi fiocchi.
Fu imbandito ieri nel locale del Circolo medesimo, presso il Caffè dell’Unione, un locale un po’ ristretto se vogliamo, ma dove non si passarono meno gradite tre ore cordialissimo succolentissimo, gustatissimo banchetto. Alessandro Cruto sedeva a capo-mensa; gli stavano a lato il Sindaco cav. Ferrero ed i membri della Società Cruto, fra i quali i signori Bardelli, Bechis e Maioli: seguivano l’ordinatore del pranzo dottore Cesano e i membri della Direzione del Circolo; quindi una cinquantina di altri commensali rappresentanti tutti i ceti e le autorità di Piossasco, dagli assessori al Presidente della Società Operaia, dai medici condotti al segretario Comunale, ecc.ecc.
Tutto il pranzo fu, si può dire, un inno al Cruto. Era una gara fra i commensali a narrare gli episodi più interessanti, a lodarne le virtù e a metterne in rilievo le invenzioni. Ci fu narrato ad esempio come il Cruto inventasse testè un nuovo termometro di speciale graduazione colla quale dimostrava l’errore scientifico dell’usuale graduazione centesimale e ottogesimale degli altra termometri…..
Ci fu detto come al principio delle esperienze, sfornito affatto com’era di studi matematici, o non conoscendo che le quattro operazioni aritmetiche fondamentali, dopo due o tre mesi di improba fatica si trovò ad aver composto senso, saperlo, ma per necessità dei suoi calcoli, alcune tavole che non erano altro che tavole logaritmiche, di cui egli ignorava perfettamente, nonché il nome, l’esistenza..... Fra gli altri commensali assisteva al pranzo ed ascoltava quel discorsi un prete magro e vecchierello. Quegli e stato il maestro elementare del Cruto, il quale dopo la seconda elementare non ha più compiuto altro corso regolate.
Al brindisi si alza il simpatico dottor Cesano, il quale legge un discorso del più affettuosi e semplici nello stesso tempo che cuore D'amico ed orgoglio di compaesano sappiano inspirare. Saluta nel Cruto l'esempio di tenace volere che trionfa di tutte lo avversità, se ne rammenta le aspre battaglie da lui tanti anni combattute. A nome della Società gli presenta quindi, rilegato in album, un bell’indirizzo sonetto dettato da un laureando in legge e miniato calli graficamente dal sig. Carelli. Quindi a nome della Società commossa e commovendo, stringa la mano al Cruto (applausi).
Sotto le finestre imbandierate del Circolo la Banda Piossaschese intona una marcia.
Quella banda e diretta dal giovine signor Gallo, che è anch’esso in altro campo un esempio di pertinacia che potremmo dire cratesca. Era un operaio panettiere e lavorava diciott’ore al giorno: pure trovò modo durante quelle fatiche, di attendere alla musica, e oggidì porge speranze di uscire presto un ottimo maestro; tanto e vero che la sua banda, di una ventina di soggetti, fa già veri miracoli.
Il Gallo dopo il primo concerto sale a presentare al Cruto la partitura di una polka, scritta appositamente, dal titolo: La lampada Cruto, bizzarra composizione che viene eseguita tra gli applausi generali.
Il sig. Ferrero presidente della Società degli operai, saluta il suo carissimo Cruto e gli fa auguri cordiali.
Sorge il Cruto, e con voce un po’ tremante di emozione ringrazia tutti gli astanti per le prove di affetto e di onore che gli hanno dato. Anch’egli rammenta le fatiche, ma dice che lo ha sempre sorretto l’idea di compiere al proprio dovere, che volete? egli dice semplicemente ero chiamato quindi dovevo fare.
Rammenta affettuosamente suo padre che lo ha amato tanto e che purtroppo oggidì non è più a goder la consolazione di vedere suo figlio così onorato… Rammenta pure la buona sua madre che chiama la sua prima azionista… ringrazia i benemeriti soci che lo hanno sovvenuto fin qui: e fra coloro di cui dichiara di più amare cita l’operaio sig. Cattaneo, il suo fido alter ego del laboratorio, col quale ha sempre diviso illusione e disillusioni. Si augura presto l’esito finanziario delle sue scoperte corrisponda all’esito morale e si ripromette di meglio dimostrare allora la sua riconoscenza e il suo affetto per Piossasco. (applausi vivi e replicati)e grida di viva Cruto, al quale viene presentato un mazzo di fiori a nome dell’Avvocato Baudino assente per indisposizione).
Il signor Boccardi pronunzia brevi parole a nome della Società Filarmonica: legge pure un saluto il sig. Carelli; a nome del municipio, prende la parola il Sindaco Ferrero; il sig. Bechis, a nome della Società Cruto; e finalmente l’operaio Cattaneo salutando il suo amico dice che se tutti gli uomini si amassero come lui e Cruto navigherebbe sicura la barca sociale… (applausi).
La banda intonava ancora una marcia; e si pone fine al banchetto fra la più affettuosa cordialità.
Il Cruto prima di lasciarci vuole che facciamo una visita a casa sua, e noi non sappiamo rifiutarci al cortese invito. Con mlta gentilezza egli ci introduce nel suo caratteristico laboratorio spiegandoci oggetto per oggetto la suppellettile dell’officina
E meraviglioso osservare tutta quella strana adunanza dei più bizzarri oggetti in quel luogo spirante una solennità quasi paurosa; ma è più meraviglioso ancora pensare che in quella casetta dimenticata la in mezzo alla campagna in un angolo di paese di cui sono ben molti quelli che ancora un anno fa ignoravano persino l’esistenza, un uomo venuto su dal nulla, solo per la pertinacia del suo volere, sia riuscito a risolvere una dei maggiori problemi della scienza industriale moderna.
Onore ad Alessandro Cruto!

Dall’archivio La stampa 2 luglio 1883

Domenica 18 ottobre 1891
Banchetto ad un cittadino benemerito

Domenica scorsa, 18 corrente, il Circolo Letterario piossaschese festeggiava con un pranzo uno dei suoi soci, il signor Ferrero Domenico Vincenzo presidente della Società operaia agricola, per vari titoli benemerito dal paese e recentemente riconfermato per la quarta volta giudice conciliare.
Invitati a presenziare la festa, aderivano all’invito gli onorevoli deputati del collegio, Sineo e Chiapusso, ricevuti al loro arrivo dai soci tutti, coi quali si accompagnavano alla casa di abitazione del sig. Ferrero, donde dopo la degustazione di squisito vermutte, si recavano al locale del Circolo, dove era preparato il pranzo, servito squisitamente ed inappuntabilmente dal sig. Lanza Eugenio, proprietario del Caffè dell’Unione. Dopo il pranzo, naturalmente furonvi vari discorsi, tutti improntati ai sensi di gratitudine verso il festeggiato pei servizi da lui resi al paese. Parlarono il cav. Notaio Ferrero, il capitano Cruto, direttore del circolo, il quale dava lettura di S. E. Berti e del signor pretore del Mandamento, che scusavano la loro assenza per precedenti impegni; il dottor Cesano, gli onorevoli deputati Chiapusso e Sineo, che classificarono la festa come festa del cuore, dimostrandosi soddisfatti e contenti di assistervi. Chiusero i discorsi il signor Regis, il cav. Venisio, sindaco di Piossasco, ed il signor dottor Raimondi, rappresentante del Comune di Bibiana, dove il Ferrero è pur consigliere comunale.
Rispondeva a tutti con brevi parole, interrotte dalla forte emozione, il sig Ferrero.
Dopo il pranzo partiva l’on. Sineo, accompagnato dai soci, fra i quali rimaneva l’on. Chiapusso, col quale venne terminata da una modesta cena al Circolo questa giornata, che sarà sempre con piacere ricordata da quanti vi assistettero.

Gazzetta Piemontese – 23 ottobre 1891

Trana

Il X anniversario della Società “L'Unione” di Trana.
Alli onorevoli deputati — alla Società consorelle — agli illustri personaggi
qui convenuti — la Società Operaia L’Unione — commemorando
il 10°' anniversario di sua vita — lieta e riconoscente porge il fraterno saluto.

Questa era la scritta che la Società di Mutuo Soccorso e di istruzione fra gli operai ed agricoltori di Trana con gentile pensiero volle porre in alto dell'arco trionfale, carico di verzura, sotto il quale ieri dovevano passare Autorità, Società consorelle e tutti gli invitati per recarsi dalla strada principale alla società.
E non meno squisita del cortese saluto fu la festosa accoglienza fatta dalla Società di Trana agli invitati che si recarono ad onorarla.
Questi, giunti a parecchie riprese, erano numerosissimi, quando, verso il mezzogiorno, giunse il treno che recava S. E. Domenico Berti. Appena egli fu sceso venne ossequiato dal collega Chiapusso, giunto fin dal mattino, dal Presidente della Società e da altre Autorità del paesi vicini.
Formatosi il corteo, ci avviammo alla sede della Società, dove ci venne offerto il tradizionale vermutte, e di qui all'Albergo della Noce di F. Sada per il pranzo. L'ameno paese, rallegrato dal sorriso del cielo e festante di sole, era commosso da una lieta animazione.
Il pranzo procedette sollecitamente e nella più perfetta calma, benchè si fosse in più di duecento seduti alle tavole apparecchiate sotto l’elegante padiglione.
Stavano alla tavola d'onore S. E. Berti, l'onorevole Chiapusso, il presidente della Società e sindaco di Trana signor Portigliatti, il sotto-prefetto di Susa cav. Emina, i consiglieri provinciali cav. Scotti, cav. Dallosta, avv. Vaglio; il prof. Cattaneo, il conte Camerana, il dott. Cesano, il dott. Piccotti, il notaio Pola-Bertolotti, il capitano cavaliere Barbotto, l'ing. Amoretti, il signor Ferrero. Abbiamo pure notato il capitano Micheletti, il cav. Aschieri, il signor Garzena, il signor Cavigliotti, il cav. Moiraghi. Inoltre erano presenti della Società Operaia di Orbassano, Piossasco, Cumiana, Reano, Buttigliera Alta, Bruino, Avigliana, Villardora, Sant’Antonino di Susa, Giaveno, Sangano, Torino (Generale Operaia Confettieri e Liquoristi, Cantonieri Provinciali).
I discorsi pronunciati in fin di tavola furono pochi e brevi.
Parlò per primo il dott. Piccotti. Coll'animo commosso ringrazia tutti quelli che intervennero a rendere più bella la festa. Spera siano rimasti soddisfatti delle cure, del Comitato.
Ringrazia specialmente S.E. Berti, che nonostante le molte cure, e sempre il primo ad intervenire alle feste degli operai e ciò mostra di non dimenticare mai la diletta Trana.
Ringrazia inoltre il cav, Emina, e termina raccomandando l'unione degli operai, necessaria per mantenere intatta la patria fatta dagli antenati.
Il sindaco e presidente Portigliatti è lieto dell'onore che gli tocca di porgere a nome della Società ringraziamenti e si illustri personaggi ed agli amici. Nota con compiacimento che la Società, camminando per 10 anni sulla retta via, ha raggiunto un tale sviluppo ed una tale forza da gareggiare con quelle della città. Se regnerà, sempre la concordia, l'esito è sicuro. Leva un brindisi alle Società consorelle e beve al primo operaio italiano, il Re.
II prof. Cattaneo, della Università di Torino, con parola ornata e vibrante porta un brindisi al presidente della Società, modesto ma forte lavoratore che riuscì a chiamare in Trana tanti illustri personaggi. E dopo essersi soffermato a toccare brevemente dell’operato sociale del Berti, delle condizioni delle Società operaie, del loro avvenire, traendo i migliori auguri dalle floride condizioni delle Società, manda un evviva al valoroso presidente.
L'avv. Vaglio comincia col dire che Trana dove essere fiera della riuscita della Società operaia, anche perchè vi cooperò il Berti, veterano del Parlamento italiano. A lui un evviva! Un caldo evviva pure all'on. Chiapusso, che i tranesi avranno sempre in cuore. La Società di Trana e sulla buona via, e colla istituzione del magazzino assicura sempre più i soci. Salute ad essa, che addimostra l’amore degli abitanti di Trana per l'ordine e per bene comune. E termina: Evviva a Roma, capitale intangibile e questa sia la sintesi del nostro amore al Re ed alla Patria. (Applausi)
S. E, Berti esordisce dicendo che non e venuto per parlare, ma per prendere semplicemente parte ad una festa agricola, alla quale, per antico affetto agli amici di Trana, desiderava di intervenire. Elogia gli abitanti di Trana che rappresentano il vero Comune rurale; Trana, come tutti i Comuni che giacciono alle falde delle montagne nostre, sa mantenersi indipendente. Venendo a parlare delle cose elettorali, parla dell'opera sua in pro della presente legge elettorale che fece cessare ogni spirito di classe ed uguagliò tutti. Il Comune, anche piccolo, può fare cose degne. Esso non è isolato: con l’elezione va in cerca dell'uomo che lo aiuti. I piccoli voti fanno i grandi. La. nostra vita parlamentare si compone di piccoli voti riuniti in grandi. A questi si deve mirare. E questi sono urgenti e riguardano parecchi organismi necessari per lo sviluppo delle Società, come le cooperative, i sindacati agricoli, le scuole agricole, ecc. Ma pel bene degli operai e necessaria più di tutto l'istituzione delle pensioni per la vecchiaia, che ne addolcirà davvero, i mali. Spera che il Ministero non sarà avverso ed il soccorso alla vecchiaia povera ed impotente segnerà un grande e definitivo progresso nel corso dell’umanità, Beati quelli che vedranno l’effettuazione di tanto bene. (Grandi applausi)
L'avv. Vaglio legge il telegramma col quale l’Onorevole Sineo annunzia che per motivi imprevisti non può intervenire alla festa.
Cosi termina il banchetto, ed i commensali, scambiandosi auguri e felicitazioni, escono a godersi la bellezza del cielo che sorride sempre a Trana festante.

Dall’archivio La Stampa 12 ottobre 1891

 

30 settembre 2009
Le leggende intorno all’evento del 1693 e il mistero del pioppo bianco
Battaglia della Marsaglia: ovvero il tesoro del Cannone d’oro

La battaglia della Marsaglia (o di Orbassano); tra le truppe francesi del maresciallo Catinat e quelle sabaude del duca Vittorio Amedeo II, ebbe luogo il 4 ottobre del 1693 in quel tratto di pianura compreso tra i territori di Cumiana, Piscina, Piossasco, Volvera ed Orbassano. Una battaglia cruenta che condizionò in seguito pure l'utilizzo e la gestione dell'area coinvolta, già impoverita da un'estesa presenza d'acqua sotto forma di fontanili, risorgive ed aree stagnanti vere e proprie, da cui il termine "marsaglia/e", e che aveva richiesto nel corso del tempo non pochi interventi per permettere un suo sfruttamento in prospettiva agraria. La tragica eredità dell'evento bellico, con diecimila e più corpi insepolti, peggiorava pertanto questa situazione iniziale. Un fetore ed una potenzialità epidemica molto alti che vennero posti sotto controllo solo dopo alcuni mesi ed a seguito di un ordine specifico di inumazione dei cadaveri.
Un'accettazione comunque molto lenta ed impegnata pure a contrapporsi a dicerie ed a credenze che nel frattempo si erano diffuse, rielaborando emotivamente il disagio diretto. ed indiretto dell'accaduto e che, seppur sempre più esili, non sono, del tutto sparite. È Invece sopravvissuta una possibile rielaborazione dei fatti in forma narrativa, (mentre in base ad altri pareri il racconto non ne sarebbe direttamente consequenziale) etichettata in genere come "la Leggenda del Canon d'or" che, sebbene di primo acchito può sembrare “troppo fantastica" rispetto al fatto storico,, ad un'analisi più attenta sembrerebbe prospettarci un'interessante lettura dei fatti con addirittura possibili adattamenti e recuperi di memorie e contenuti ancor più antichi.
In poche parole secondo una delle versioni più diffuse poco tempo dopo la fine della battaglia, corse voce che i francesi non avessero più trovato in un campo della zona il luogo preciso del sotterramento, approfittando anche della mollezza del terreno, di un cannone con il fusto pieno di monete ed oggetti d'oro, frutto di bottini di guerra, che avrebbero dovuto recuperare al momento del loro rientro in Francia. La cosa avrebbe dovuto rimanere segreta ma la perdita era tale che il fatto non potè essere tenuto nascosto a lungo. Eppure un riferimento c'era: si trattava di "un'arbra" bianca (pioppo), la cui ombra proiettata sul terreno naturalmente purtroppo questo prezioso testimone non era l'unico della zona ed inoltre diversi erano pure i momenti della giornata prospettati in questa funzione...) avrebbe dovuto indicare l'ubicazione precisa. Le ricerche in ogni caso non si estinsero negli anni successivi e, stando ad alcune voci raccolte in zona negli Anni 70, “'l canon d'or” avrebbe avuto ancora un certo richiamo in Francia anche in tempi a noi vicini, se è vero che negli Anni '50 sarebbe stato ancora visto qualche cugino d'Oltralpe, munito di cartine dettagliate, osservare con attenzione la superficie delle "marsaglie"...
Due brevi considerazioni: nel nostro territorio, i grandi tesori militari sono in genere sempre associati alle truppe francesi e a Napoleone, con riscontri di effettivi loro passaggi in quei luoghi; vedasi ad esempio il monte dei Sette confini (Val Lemina) o la Colletta di Cumiana. Circa il pioppo "bianco", si tratta di una scelta arborea e cromatica casuale o è un 'riferimento (ripresa) di una credenza celtico-alpina che associava proprio questa pianta alla memoria dei Caduti in battaglia? Infine, la denominazione "del cannone d'oro", assegnata poi nel tempo ad osterie, trattorie ed alberghi del territorio pinerolese in senso lato la ritroviamo , infatti, ad esempio, a Vigone, Pinerolo (già dal 1759), Cavour e a S. Secondo, fu presa in considerazione per la singolarità evocativa dell'oggetto in questione (e per questo presente in diverse: località italiane) o perché veicolava ancora un frammento di ricordo di questo grande tesoro andato perduto?

Diego Priolo

CANNONE-DORO

Strada Provinciale il Cannone-Doro a Piossasco

 

Piossasco

9 piccoli Merlot

Tradizione e folclore nel Torinese
Piossasco, 9 piccoli merlot
Secondo una vecchia leggenda sono i nove figli del feudatario che fuggì sui monti per amore di una carbonaia. A questa bella favola si rifà l'attività del club più attivo della cittadina

« Attraverso Piossasco. nel secoli, sono passati in tanti: dai Galli, ai Romani, ai Liguri. Gli ultimi che arrivarono furono i francesi di Napoleone. La nostra città è sempre stata dominata da qualcuno che veniva da lontano. Forse per queste ci sentiamo cosi legati alla nostra terra e alle sue tradizioni ». Così dice Luciano Suppo, uno dei 250 iscritti al « Club del folclore di Piossasco, un'associazione nata spontaneamente alcuni anni or sono. La punta di diamante del club è rappresentata dal gruppo dei « merlot », sorto nel '76 e composto di 25 tra bambini e bambine. Cantano le vecchie ballate della città per le contrade del Piemonte. Secondo la leggenda i fanciulli rappresentano il passato e l'avvenire, ma, soprattutto, sono l'esempio vivente della continuità del borgo. Intorno all'anno Mille, Merlo, figlio del feudatario del luogo, si Innamora, corrisposto, di una graziosa carbonaia. I due giovani decidono di fuggire sui monti. L'unione è felice ed allietata dalla nascita di 9 bambini. Poi, come in tutte le favole, il cattivo, cioè il vecchio feudatario, scompare e la famiglia può tornare in paese. I fanciulli sono laceri e sporchi e così il popolo, anche in onore del nome del loro padre, prende a chiamarli affettuosamente i « merlot ». Da quel momento lo stemma di Piossasco si arricchisce del disegno di 9 piccoli merli. Ancora oggi è cosi. - Prima di creare il gruppo, folcloristico abbiamo svolto un lungo lavoro di ricerca — precisa Andrea Cravero, vicepresidente del club — al quale ha partecipato tutta la città. Gli anziani sono diventati nostri libri di storia vivente. Ascoltandoli siamo riusciti a ricucire l'ordito della storia dei nostri avi ». Gli abiti dei ballerini portano i colori delle famiglie che diedero origine ai quattro rami genealogici della città: i Federici, i Rossi, i Fei e i Folgore, abbinati rispettivamente ai colori celeste, rosso, bianco e nero. Gli abitanti di Piossasco erano contadini e boscaioli, gente semplice che aveva legato la propria esistenza al ciclo delle stagioni. Qui non esiste un collegamento diretto tra la festa paesana e il patrono. Ma il legame sussiste con i momenti stagionali della vita dei campi come la semina e il raccolto. Tre erano le feste principali di Piossasco: quella della macina del mulino » che veniva celebrata quando le messi erano divenute farina « della fontana », un ringraziamento per la ricchezza di acque, e la « festa dell'ala », Delle tre feste non rimane che un ricordo nelle tre danze omonime che i merlot eseguono. Una traccia del passato sopravvive negli abiti adottati dai ballerini: i vestiti ricalcano nella loro foggia gli abiti indossati dai contadini nei giorni di festa nel secolo XVIII. » Per noi è essenziale che attorno a questi 25 bambini — sottolinea l'insegnante di danza Maria Grazia Audano — si concentri l'interesse di tanti nostri concittadini che per questo motivo hanno ripreso a stare insieme. Probabilmente ì nostri costumi non sono perfetti dal punto di vista storico ma speriamo col tempo di migliorarli ». Il passato a volte serve per unire quelli che vivono nel presente.
pa. vin.

Archivio Storico La Stampa – 25 agosto 1978

 

Cavi d'acciaio contro i ciclisti?
No, servivano a trasportare la legna

Cavi d'acciaio contro i ciclisti? No, servivano a trasportare la legna

BASSA VALLE – Ancora un allarme partito dai social network. Ancora una segnalazione di un cavo d’acciaio, questa volta posizionato sul versante del monte San Giorgio che guarda verso Sangano; una potenziale trappola per chi percorre in bicicletta i sentieri di montagna. L’allarme è stato lanciato da quattro giovani ciclisti che hanno percorso in discesa con le loro mountain bike un tratto del “sentiero dei cinghiali”. Due cavi di circa un centimetro di diametro che sono stati evitati con una manovra rapidissima; due cavi che sono stati anche fotografati. Proprio le fotografie pubblicate hanno permesso di svelare che questa volta il ritrovamento non ha messo in luce un possibile attentato contro la vita dei ciclisti, ma solo uno dei cavi che dal dopoguerra venivano utilizzati per il trasporto della legna dalle borgate montane verso il fondovalle. “L’eco” ha potuto appurare, grazie ad un sopralluogo, che uno dei cavi emersi serviva per trasportare la legna proveniente dalla borgata Prese di Sangano verso Piossasco. È lungo più di un chilometro: immane la fatica degli uomini che si sono arrampicati su per la montagna per srotolarlo, in alcuni punti tagliava proprio la “Batùa dël truch dël luv” (la battuta dell’altura del lupo), il sentiero che oggi è stato ribattezzato “dei cinghiali”. Durante il suo utilizzo vaniva teso a monte e a valle e premetteva una rapida discesa dei tronchi grazie ad apposite carrucole che, una volta giunte in pianura, venivano rapidamente ritrasportate in cima dai boscaioli per un successivo e rapido riutilizzo. Un pesante lavoro collettivo: le famiglie univano le forze degli uomini per tagliare e rivendere la legna, una delle poche fonti di sostentamento della povera vita di montagna; quando i cavi non servivano più venivano allentati e depositati a terra, per essere poi rimessi in tensione e riutilizzati all’occorrenza. Tutti ne conoscevano l’esistenza. Il quasi totale abbandono delle borgate e la mancata manutenzione dei boschi hanno fatto si che in alcuni tratti i cavi si siano interrati e spesso riaffiorano a causa delle piogge che indeboliscono il terreno. Numerosi i cavi, non solo quello delle Prese di Sangano; chi ha vissuto nelle borgate ne ricorda diversi: quello di Pratovigero (borgata di Trana), del Colle Damone, e quello che partiva dalle borgate Prese Superiore e Inferiore di Piossasco, rimasto in uso fino a15 anni fa. I frequentatori abituali dei sentieri raccomandano prudenza: è vero che ci sono pericoli e ci si può anche imbattere in trappole (la precedente segnalazione di cui “L’eco” ha dato notizia è dell’ottobre scorso), ma è altrettanto vero che spesso la velocità tenuta dai ciclisti in discesa è elevata. Luca Cerutti

L'eco del chisone mercoledì 8 marzo 2017
Luca Cerutti

 

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